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Aggiornato al 09/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Dafne di Marco (from Attadale, Australia) - Il mito di Dafne

 

Apollo e Dafne. L’erotica ricerca su come trasformare il piombo in oro

di Alessandra Tucci

 

Eros di avvertimenti ce ne ha lasciati infiniti, se solo lo ascoltassimo, ammonendo direttamente il div(in)o artefatto al quale noi tendiamo come umani. Di non sfidarlo con capacità valori e doti che al cospetto del suo mirare dritto al cuore valgono quanto un due di picche, apparire e possedere. Baluardi eretti a difesa ed emblema del vacuo primeggiare, ma destinati presto o tardi a crollare in testa a chi li innalza. Rovinosamente e con chirurgica esattezza.

Non c’è potenza estetica e reggenza che possa scardinare l’erotico operare per la conoscenza: senza coscienza autentica rimane solo una corteccia lignea sulla quale sbattere quella cerebrale. In tre parole, il muro del (rim)pianto.

Era il dio del sole. Era il conclamato re della bellezza. Era l’aitante detentore di ogni destrezza.

Figurarsi se con questi tre attributi quel fascio di scaltrezza muscoli e luce riflessa, l’Apollo, non s’era accaparrato in un lampo tutti gli olimpici consensi e, chiaramente, gli urrà umani. Oltre ai più inebrianti degli incensi, i fumi che stordiscono sentimenti e sensi del sé autentico lasciando in piedi solo l’ego. Tronfio e (vana)glorioso.

Incensato, dunque, un po’ dovunque. E inebriato dalla costante acclamazione a trombe unificate del suo appeal di essere uno e trino, scaltro bello illuminato. Insomma, il tronista incontrastato. Un po’ come lo sono oggi i nostri i divi umani che da lui hanno traslato pari pari i requisiti per un sicuro successo: astuzia, trucco e, chiaramente, riflettore acceso.

Ebbene, il nostro assiso sopra il trono del gran divo.

Scaricato ogni mattina in cielo il sole - che, a dirla tutta, gli offuscava un po’ la fulgidezza del suo essere la superstar indiscussa - soleva gingillarsi in messe in scena del suo superpotere patinato. Stando chiaramente bene attento che gesta e imprese non passassero inosservate, si esibiva solo per un pubblico corteggiante così che diffondesse ovunque l’eco del suo andare sempre a segno. Un po’ come un pallone. Gonfiato.

Anche quella mattina l’Apollo, toltosi dai piedi l’offuscante palla solare, si dilettò nella ricerca della sfida quotidiana per mostrare puntualmente al mondo la sua destrezza. Puntò sul mostro più spaventoso che al momento girava per le vie imbattuto, un serpente gigante dal nome Pitone. C’è da riconoscerlo, la superserpe faceva la sua impressione e non è che di creature disposte a fronteggiarla a volto aperto ce ne fossero granché in circolazione, ma diciamocelo: siamo tutti bravi a sfidare il rischio della morte se il nostro dna divino ci rende un essere immortale. E’ una partita scenica, sì, ma di fatto vinta a tavolino, un po’ come alle urne elettorali riesce sempre il re del mondo. A prescindere da colori e tono campagnolo.

E prescindendo da dettagli vani, tra piroette e lanci pirotecnici il dio con arco e frecce fece secco il Pitone, questo è quanto. A quel punto, compiuta la propria propaganda giornaliera, figurarsi se non se ne andava in giro tra la gente a raccogliere gli allori della gloria. Ah, no, l’alloro al momento non era ancora nato, torniamo indietro e riprendiamo.

Dicevamo.

Sconfitto il superserpente, il super Apollo se ne andava tutto tronfio tra la gente quando scorse un po’ più in là, alla sua destra, il figlio della bella Venere, l’incubo di chiunque. Eros, l’eterno adolescente.

Ora. Il più temuto giovane mai nato sull’Olimpo se ne stava per i fatti suoi in un angolo appartato. Per una volta non guardava attorno a sé e sembrava non gli importasse minimante di essere osservato, lui era tutto intento a provare frecce e mira ed aveva bisogno di silenzio e concentrazione. Si stava allenando insomma, facendo trepidare di speranza quell’incallito dongiovanni a capo degli dei, Zeus in persona, che da quando il piccoletto era venuto al mondo non faceva altro che ritrovarsi in mezzo a rogne incalcolabili per quelle frecce che lo scavezzacollo lanciava a caso o con una mira da ubriaco degno dell’anonima alcolisti. Mai che, se proprio doveva irretirlo nell’amore, mirasse a una donzella bella, carina pure gli andava bene, e che ella fosse accondiscendente. Era il dio degli dei, perbacco, possibile che dovesse sudarsela ogni volta la tacca da mettere alla parete olimpica? Mezza tacca a dirla proprio tutta.

Insomma, Eros se ne stava per i fatti suoi, per una volta! Che motivo aveva Apollo di andarsi a procurare intenzionalmente quella massiccia dose di iettature e rogne se lo stesso Zeus era diventato un equilibrista dei migliori che manco Orfei nel tentativo ininterrotto di schivarle? Non è che la vittoria sul Pitone gli aveva dato un po’ troppo alla testa e quella era entrata in onnipotente fibrillazione?

Fatto sta che, con la testa rimbambita da tutti i fumi della tracotanza, accordando gesti e movenze all’unica rima per lui possibile, quella col pollo, il dio apollo si avvicinò alla peste olimpica agitando sotto quella faccia imberbe le sue frecce. Questa, a quanto si racconta, la sua provocazione: “Io con le mie frecce ho sconfitto il superserpente e tu no!” Pappappero. Manco all’asilo.

C’è da dire che quel giorno Eros mostrò una pazienza che avrebbe fatto commuovere lo stesso Giobbe per aver finalmente trovato un tal figliolo al quale passare il testimone e riposare in pace: non raccolse l’apollinea provocazione. Non che fosse diventato un essere pacato ed equilibrato – troppa grazia in eterni tempi di magra coscienziale – semplicemente, era in più serie faccende affaccendato. E non aveva tempo da perdere ad evidenziare l’evidenza. L’incontestato e più temuto re di arco e frecce era lui, tutto il resto era noia come non ha mancato di ricordarci ad ogni occasione il nostro Califano probabilmente ispirato dall’Eros in questione. Non probabilmente, è certo.

Comunque.

Ad essere più reali del re alla lunga si fa una brutta fine. Ma basta uno sguardo trasversale alla storia, dall’origine dei tempi umani ai nostri giorni contemporanei, per capire che proprio non lo si vuole capire.

Certo non lo capì il nostro bell’Apollo pur se per una volta quella cecata dea della Fortuna gli era inciampata praticamente in braccio mostrandogli la strada per la fuga. Approfitta della buona sorte di trovarlo indaffarato e vattene lontano. Questo il messaggio della bendata, neanche troppo cifrato. Parole al vento con Eolo che tentava di acchiapparle ovunque per incanalarle in una qualche eco da rimbalzargli in faccia: lascialo stare. Ma niente. Duro di comprendonio che a confronto i tordi sono volpi delle più intuitive – con tutte le scuse per i tordi involontariamente offesi - Apollo insistette a sventolare arco e frecce sotto il naso del piumato che continuava a fare il vago ma cominciava a scricchiolare. Là sull’Olimpo nessuno era santo.

C’è da chiedersi se la tecnica raffinata nei millenni dai romani affondasse le sue origini nell’antica Grecia e non a Roma. Fatto sta che, daje che ti ridaje daje che ti ridaje, Apollo la pazienza al giovin alato gliela fece perdere completamente. E questo è ciò che ottenne.

Due frecce, una con la punta d’oro e l’altra in piombo. Eros le prese non appena Apollo si decise a voltare le spalle e puntò la prima all’altezza del suo cuore. La mira, sì, l’aveva notevolmente raffinata e il dio del sole cadde in uno stato di profondo e delirante innamoramento. E questa era fatta.

Il dardo con l’estremità di piombo, mancava quello da mandare a segno per incastrare il dio vanaglorioso in un amore impossibile e possibilmente doloroso. Sbattendo il muso contro un cuore che con arco e freccia lui, il dio Eros, avrebbe reso ferro. E non passione.

Sfidare Eros, lo si dice da millenni ma si continua a non sapere, non è mai una buona cosa, se lui si indispettisce sa bene dove puntare per vanificare tale grave atto di presunzione. Ed Eros puntò la plumbea freccia dell’indifferenza sull’essere che più di tutti aveva già nelle proprie vene la pulsione più potente, un tempo la più sacra, oggi assoggettata ad una protezione dalla vita stessa assai vana, ma lasciamo perdere.

Ci narra Ovidio che fosse figlia di Peone, divino fiume che scorreva in Tessaglia, e di Gea, la madre terra. O forse di Ladone e della bella Creusa. Comunque era una ninfa e la sua linfa era lo spirito che albergava nelle fonti, nel suo dna ben radicata la libertà da lacci vari e da tutti gli argini, non era programmata per sottostare ai voleri di qualcuno, fosse egli anche un dio con orpelli e privilegi vari, lei semplicemente li ignorava. A prescindere.

E’ su di lei, bella e già per indole impossibile da irretire in una qualche adulazione, che Eros indirizzò il folle amore del dio Apollo non mancando di rafforzare l’innata refrattarietà della ninfa a soggiacere al volere di qualcuno pur se divino e pur se desideroso di inanellarla col vincolo al quale più o meno tutte, eccetto ella e poche altre, ambiscono per darsi un senso, quello coniugale. Su Dafne Eros scagliò il secondo dardo, quello che rende il cuore del colpito impermeabile all’amore del suo corteggiatore, la freccia con la punta in piombo.

Questa, dunque, la nuova scena quotidiana che il sortilegio erotico sostituì con uno schiocco alla precedente immagine del dio del sole tronfio e vittorioso: la ninfa libera nel bosco e indifferente a qualsiasi avance divina, il divino Apollo in supplicante inseguimento molto poco dignitoso. Ad ogni tentativo, di baciata a lui restava solo la soprarichiamata rima. Quella col pollo.

E già, ossessivo lui nell’offrire a lei smielate spremute del suo cuore con toni e pose che anche Fantozzi si farebbe due domande prima di inscenarli per l’irraggiungibile Silvani, ossessionata lei e in costante fuga dalla veemenza delirante della vittima di Eros, spaventata anche. E infastidita quanto basta da invocare i suoi dei di fiducia, non è che poteva passare tutto il tempo a scappare dall’invasato e assai ridicolo Apollo  che con tutto quel bombardamento sdolcinato rischiava seriamente di farle venire il diabete. E si era pure stufata di strapparsi vesti e carni nel fuggire per il bosco tra siepi e rovi, e che diamine! Diavolo di un dio, tutta questa storia per una faccetta bella e quattro forme arrotondate? Niente, la sua armonica fattezza non valeva tanta pena, certo non la libertà di essere. Magari in pace. Esattamente la medesima valutazione che impera da sempre e oggi in ogni dove, per la sacra identità di genere in maniera assolutamente trasversale: val la pena rinunciare alla bellezza della forma per riavere indietro la propria essenza libera. Esattamente, dicevamo, come attualmente. Basta buttare un occhio al virtuale e piovono conferme.

Ma torniamo a Dafne.

Lo chiese al padre Peone e alla madre Gea di trasformare la sua forma in qualcosa di diverso, non le importava la nuova sembianza, bastava che il tormentone della più bella del reame che Apollo non mancava di intonare se lo riprendesse Venere per intero insieme al tomento del suo olimpico compaesano. Lei davvero non ne poteva più. E i divini genitori acconsentirono, Gea un po’ meno per il vero: “Ma t’ho fatta io così bella, guarda che bel faccino!” Ma per amore, quello autentico, procedette ad esaudire il desiderio della figlia.

Di colpo il corpo della bella Dafne si fece pesante. E lei si bloccò, stava diventando rigida come un tronco. Cominciò a sentirsi tirar tutta verso il cielo mentre i piedi le sprofondavano nella terra radicandosi via via. Le sue braccia si fecero rami maestri e i suoi capelli. No, questa parte va descritta bene, torniamo indietro. Da Apollo.

Che i residenti dell’Olimpo fossero esseri capricciosi e che si divertissero a molestare gli umani per il gusto in sé del farlo e nessuna aulica ragione è abbastanza noto, basta chiedere un po’ in giro per trovare rimostranze a bizzeffe. La provocazione di Apollo e la vendetta di Eros ci mostrano, però, come anche tra di loro non è che scorresse ottimo sangue, si punzecchiavano senza ragione e affondavano il colpo appena potevano. Peone e Gea non erano da meno.

Il dio del fiume e la dea madre della terra si premunirono di aspettare che Apollo fosse a portata di vista prima di avviare la trasformazione della figlia. Così, tanto per prendersi una piccola rivincita. E Apollo guardò straziato l’aggraziato corpo della ninfa trasformarsi in tronco, le sue braccia affusolate diventare rami per uccelli e non per i suoi abbracci, i piedi nudi sprofondare dentro il suolo. Un supplizio che manco Tantalo.

Con un urlo che, se non stava bene attento a modularlo, rischiava di richiamare il Pitone a questo mondo, il dio del sole si lanciò straziato verso la fanciulla, quel che ne rimaneva in quanto a membra, le mani tese ai suoi magnifici capelli, e sbatté il muso contro il corpo diventato nel frattempo legno. Come predetto, il muro del (rim)pianto. Riuscì comunque ad afferrare una ciocca della chioma, strinse il pugno, almeno quello, il suo aroma. Una speranza in un lampo disattesa, Eros se lo vuole sa come essere spietato. Quando Apollo riaprì la mano col tesoro conquistato per consolarsi quantomeno col profumo trovò sul palmo solo un mucchio di foglie di alloro che, perdinci, neanche erano catalogate sul libro di botanica.  La Madre Terra aveva forse, già che c’era, dato forma ad una nuova pianta?

Laurus nobilis, sì, questo il nome in latino della nuova creazione. Con l’alloro, c’è da riconoscerglielo, Peone e Gea si erano mostrati indubbiamente eccelsi: Dafne si stagliava verso il cielo superba e altera, la sua bellezza era rimasta intatta. Era magnifica.

E ora?

Dovrebbe essere più che risaputo quanto gli dei, oltre ad essere viziati e capricciosi, fossero incapaci di accettare una sconfitta, proprio non ci riuscivano a perdere sportivamente. La dignità per loro era ben altro. E Apollo sollevò la testa in alto, forse pensando “E mo’ che mi invento per uscirne dignitosamente?”, sicuramente chiedendo lumi al sole, fosse quella la volta buona che gli rendesse il favore dello scarrozzarlo per il cielo ogni giorno che stava sul calendario. La palla infuocata si mosse a compassione e lo inondò di tutti i raggi che poteva, magari questo qui si sveglia. E Apollo, coi suoi tempi, cominciò ad accendersi.

Questa, precisamente, l’illuminazione divina. La prima.

Intanto avrebbe consacrato a sé la pianta dell’alloro, così, tanto per ristabilire l’ordine e il suo divino ruolo. In fondo, e si grattò il naso, faceva la sua scena come ancella con tutte quelle foglie all’aria, primo punto.  Il secondo lo tenne per un po’ soprapensiero, lo avrebbe irritato e non poco se ogni inverno essa si fosse denudata davanti ad Eolo dopo essersi negata al suo cospetto. Che resti sempre verde, ecco fatto.

Discreto. Ma una pianta sempre verde dedicata a sé? Tutto qui? Bisognava potenziare tutta la faccenda, perdindirindina, non c’era ancora traccia della sua vittoria. E nella testa gli squillò la genialata. Avrebbe fatto dell’alloro il sommo simbolo della gloria e del prestigio: una corona, ecco! Da porre sopra il capo dei pochi veri uomini capaci di ardue imprese, risultati alla mano chiaramente. E chiaramente ad intrecciare quelle foglie in ghirlande ci avrebbero pensato quegli sfaticati degli umani, lui al più avrebbe presieduto all’incoronazione seduto sul suo trono. Posto più in alto.

Meglio. Però c’era qualcosa che ancora non tornava, una specie di pisello sotto strati e strati di bambagia che gli turbava il sonno. Eros, ecco! Se non lo acquietava per davvero quello un altro scherzetto glielo faceva di sicuro e lui, in tutta franchezza, s’era bello che stufato. Il dio solare si mise quindi lì di buona lena a spiumare nella mente quel demonio di un dio erotico per cercare di capire chi davvero fosse e a cosa egli, scherzi a parte, tendesse realmente.

Questa la domanda.

Cos’è che è ingestibile, folle, imprevedibile, spericolato, temerario, incontenibile, incontentabile? Qual è la forza capace di ignorare bellamente regole e barriere e al cui cospetto neanche Zeus può niente? Con quale diavolo di sortilegio è mai possibile scatenare così ferocemente mente e cuore? A che cosa bisogna pagare il pedaggio per togliersi dai piedi quel diavolo di un dio piumato?

E questa la seconda illuminazione del dio del sole, c’è da chiedersi se durante la ricerca egli abbia approfittato per dare una ripassatina anche all’Odissea. Così, per uno spunto.

Eros è desiderio dal multiforme ingegno, ecco cos’è! Quello scapestrato è impulso alla ricerca e alla scoperta, è costantemente in vibrazione, attenzione sempre desta, si annoia in fretta se non trova la bellezza e l’eccitazione e in fretta passa oltre, Eros è conoscenza infinita, ecco perché non si dà mai una calmata! E Apollo, con un sospirone, comprese.

Fu da allora che il dio del sole accentrò su di sé tutte le arti e la cultura, la vera luce - che ognuno, a saperla accendere, ha sul groppone - illumina la via della ricerca di ogni conoscenza fino alla consapevolezza. Che è Coscienza. Finalmente lo comprese. La corona d’alloro divenne quindi il simbolo della sapienza. E solo dopo, sua diretta conseguenza, della gloria.

E probabilmente fu da allora che, grazie allo zampino del nostro sacro Eros, il divino che risiede in ogni umano avviò la sua ricerca più importante. Come trasformare il piombo in oro.

Le ricerche a tutt’oggi sono in corso pur se la risposta ci aleggia come sempre sotto il naso. Ma siamo talmente tanto infognati dentro la paura da non avere più occhi per vedere. Che stiamo puntando da millenni sull’energia paralizzante. Quella che perde. Sistematicamente.

 

Inserito il:22/10/2021 18:22:24
Ultimo aggiornamento:22/10/2021 18:30:13
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