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Aggiornato al 26/10/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

James Duffield Harding (Deptford, UK, 1798 - Barnes, Londra, 1863) - Ivrea

 

Dopo Adriano Olivetti il potere al primo posto

di Gianni Di Quattro

 

I primi momenti.

Dopo la morte di Adriano (febbraio 1960) il potere fu dato dal consiglio di amministrazione, nel quale sedeva tutta la famiglia Olivetti (fratello, sorelle e cognati), a Giuseppe Pero, vecchio collaboratore di Camillo prima e di Adriano poi, uomo di fiducia. Evidentemente si trattò di una transizione, di una pausa che gli azionisti si prendevano per decidere cosa fare e come fare i loro interessi, che era la cosa che più interessava a tutta la famiglia.

La situazione era difficile finanziariamente ma non tragica, tanto è vero che già l’anno dopo la morte di Adriano l’azienda presentò il suo bilancio in attivo. Più che altro gli azionisti e i loro consulenti non sapevano che pesci pigliare, capivano che avevano tra le mani una cosa difficile e ingarbugliata, che richiedeva capacità particolari.

Li trassero d’impaccio i rappresentanti del sistema industriale e finanziario del paese, un gruppo rappresentativo capitanato dalla Fiat, che evidentemente deve aver visto l’occasione per mettere le mani su questa azienda dal respiro internazionale e per eliminare nello stesso tempo un pericoloso sovversivo nel panorama industriale del paese. Vale la pena ricordare che Adriano e la sua azienda non hanno mai fatto parte di Confindustria, forse perché non voleva o forse perché non volevano, meglio pensare che i collegamenti tra le parti suggerivano ad entrambi di stare distanti.

Questo gruppo di intervento prese l’azienda, fu nominato Bruno Visentini Presidente e Aurelio Peccei amministratore delegato. Il primo veniva dall’IRI dove era Vicepresidente, tributarista di fama, repubblicano vicino a Ugo La Malfa, grande personaggio veneto, era anche Presidente della Fondazione Cini di Venezia, prestigiosa istituzione. Il secondo era un uomo Fiat, era stato anche Presidente della Fiat Argentina, uomo di cultura e forse questa caratteristica ha giocato a suo favore nella scelta, è stato anche il promotore del Trattato di Roma.

Possiamo dire che da questo momento il Presidente prende il potere e diventa arbitro delle sorti della impresa nell’interesse degli azionisti, che non hanno mai più fatto un aumento di capitale, e ciò fino a quando possibile e cioè sino a quando decide di cedere l’azienda a Carlo De Benedetti perché non ha o non considera altre soluzioni. Certo si può dire che Visentini prende il potere non solo per motivi personali, non solo per tutelare gli interessi della famiglia ancora in maggioranza nel consiglio di amministrazione, ma anche per, con la sua autorità e prestigio, controllare e addomesticare lotte aziendali che si erano scatenate e che erano state silenziose sino a quel momento grazie al carisma e alla capacità di Adriano.

Questo periodo si può dividere in due parti più una introduttiva breve e di relativo poco conto. La prima introduttiva con Aurelio Peccei appunto amministratore delegato, la seconda con Roberto Olivetti e Bruno Jarach amministratori delegati, la terza con Ottorino Beltrami amministratore delegato unico. E poi nasce l’epoca dell’ingegnere come era ed è chiamato Carlo De Benedetti.

 

Il primo periodo con Aurelio Peccei.

La sua durata è stata molto breve. Peccei era un uomo intelligente, in poco tempo non si rese conto di tutti i problemi del mondo Olivetti, ma si rese conto rapidamente che all’interno della impresa esisteva un blocco eporediese. Un gruppo di dirigenti e capi ancorati alla meccanica dove erano maestri, al ruolo dominante della fabbrica sulla strategia della impresa dove, secondo loro, il settore commerciale doveva essere subalterno e preoccuparsi di vendere ciò che loro pensavano e producevano, al sistema di Ivrea come cuore e mente di tutta la impresa. Un modo di vedere la organizzazione Olivetti nel mondo come esclusivamente un sistema distributivo, la presunzione di inventare e progettare i prodotti giusti senza alcun bisogno di input dal mercato, la volontà di considerarsi i veri eredi del disegno di Camillo che ruotava intorno alla vecchia fabbrica dei mattoni rossi. Come se Adriano non fosse esistito, come se Adriano, pur rispettando il legame tra fabbrica e territorio, non avesse espresso una visione internazionale della impresa, come se la cultura di Adriano dovesse essere ridotta a quella esclusivamente tecnica di collaborazione coi maestri eporediesi.

Aurelio Peccei si rese conto di tutto questo, pensò che una soluzione poteva essere lasciare a Ivrea la produzione e anche la ricerca, ma forse il cuore dell’azienda doveva essere portato fuori in modo da tagliare questo cordone psicologico e culturale che avrebbe potuto nel futuro rappresentare un handicap soprattutto in una competizione internazionale più accesa, raccogliendo dunque i pensieri e le ultime mosse di Adriano. E così in effetti è poi stato, la storia ha dimostrato che ha avuto ragione. Peccei aveva anche previsto una ristrutturazione organizzativa non solo per tenere conto delle considerazioni di cui sopra, ma per introdurre nuove funzioni e nuovi modi operare, per essere in altri termini, sempre più internazionale.

Il Presidente non approvò l’analisi e le proposte dell’amministratore delegato, la discussione tra di loro terminò con un divorzio non per incompatibilità, ma per una visione diversa dell’azienda.

 

Tocca a Roberto Olivetti e Bruno Jarach.

Da questo momento il potere è chiaramente nelle mani del Presidente, che decide la linea strategica, mette al comando le persone compatibili con il suo pensiero, segnala che non sono ammesse deviazioni da questa linea, e il caso Peccei ne è una prova e dimostra anche il suo legame con la famiglia che tende ad evitare investimenti e ristrutturazioni costose e la sua influenza sul gruppo di intervento che gli delega il potere.

Dunque il Presidente nomina amministratori delegati Roberto Olivetti e Bruno Jarach a firma congiunta, vuol dire che nessuno dei due è autonomo e può decidere da solo e, soprattutto, che lui rimane l’arbitro assoluto della situazione.

Per la verità l’amministratore delegato vero è Roberto Olivetti, è lui che ha la cultura, la visione, le idee per guidare l’azienda e farlo in nome del padre, di cui è l’interprete migliore e di cui è stato il collaboratore ideologico principale. Bruno Jarach, rappresentante del sistema eporediese e fedele seguace del Presidente, è solo la palla al piede di Roberto, è la diga che tende a bloccarlo e limitarlo nelle sue idee. Perché Roberto è considerato troppo illuministico, la famiglia dice che somiglia molto al padre e il padre non è mai piaciuto tanto al resto della famiglia che lo aveva anche fatto fuori e lo ha reintegrato solo perché poi ha capito che non sapeva cosa fare. E Il Presidente Visentini fa gli interessi della famiglia che peraltro gli garantisce il potere.

Roberto in questo periodo fa quello che può, considerando che non ha la leva finanziaria saldamente nelle mani di Bruno Visentini e dei suoi uomini, nelle sue decisioni deve costantemente mediare con Bruno Jarach, persino nella scelta delle persone deve fare i conti con Paolo Volponi, nominato Direttore del Personale, e certamente più vicino a Visentini che a lui. Paolo Volponi è stato un uomo vicino al Presidente fino alla rottura che avverrà quando le promesse fatte non sono state mantenute, almeno secondo lo stesso Volponi.

Roberto comunque cerca di promuovere in tutti i modi la piccola elettronica (la grande era stata venduta) per cercare di trasformare l’impresa ancora prevalentemente meccanica. In questo periodo si verifica una storia buffa a dir poco, che vale la pena ricordare. Il mondo del calcolo in cui la Olivetti era stata grande protagonista con la famosa Divisumma 24 stava totalmente trasformandosi in elettronico soprattutto per i prodotti provenienti dall’Oriente che stavano invadendo i mercati mondiali, quello italiano incluso ovviamente. Ivrea, il suo establishement evidentemente con il supporto di Bruno Jarach progettò una calcolatrice interamente meccanica (si chiamava Logos 27 e se ne fecero persino due versioni), un assoluto capolavoro di meccanica fine da far concorrenza a qualsiasi orologiaio svizzero, che poteva fare le stesse cose sul piano prestazionale di una calcolatrice elettronica. Evidentemente con dimensioni diverse, con peso diverso, con costo diverso, con manutenzione e fragilità diverse, con operatività più complicate. Come è naturale è stato un clamoroso flop, un costo che l’azienda ha pagato al potere di una casta che influenzava tutta l’azienda. Nessuno ha pagato per questo.

Roberto intanto cercava di promuovere l’elettronica, spingeva Pier Giorgio Perotto che aveva la responsabilità della ricerca elettronica a sviluppare progetti, favoriva l’uscita della Programma 101, il primo incompreso personal computer al mondo. Incompreso dall’azienda, ignorato da larghi settori della stessa per non dire osteggiato perché scavalcava tutta una serie di equilibri interni. Cercava di potenziare e sistemare il settore dei sistemi informativi a Ivrea e nelle consociate ritenendo che si poteva fare di più, si poteva essere più coordinati, si sarebbe potuto sfruttare meglio l’informatica non solo per gestire l’amministrazione o per programmare la produzione, ma per molto altro e che forse era indispensabile farlo da parte di una azienda che operava nel settore. Cercava, inoltre, seguendo le orme del padre, di inserire in azienda persone di valore, supportava lo sviluppo delle attività di marketing e di product planning affidate a Elserino Piol. Quest’ultimo da lui voluto trattenere in Olivetti, così come era stato per Pier Giorgio Perotto, quando tutta la Divisione Elettronica fu venduta alla General Electric.

 

Come era la Olivetti in questo periodo.

Era ferma nella sostanza. Roberto Olivetti tentava di darle una visione, interveniva su cose importanti ma non poteva toccare il cuore dell’impresa perché veniva bloccato; Elserino Piol tentava disperatamente di influenzare le idee della ricerca e della produzione in tutti i modi anche con i rapporti personali, cercava cioè di fare in modo che il mercato non fosse considerato una variabile indipendente e faceva grandi sforzi con risultati modesti. Il settore commerciale estero affidato da sempre a Guido Treves non mostrava segni di dinamismo, come peraltro la stessa Divisione Italia ora affidata a Umberto Pelà, le filiali più importanti nelle piazze più dinamiche erano da anni nelle mani delle stesse persone. Di investimenti non se ne parlava anche perché nessuno voleva investire e non si sapeva comunque dove investire perché non c’erano visioni del futuro, la famiglia si sentiva protetta dal Presidente. Paolo Volponi pensava di fare un giorno l’amministratore delegato, glielo aveva promesso il Presidente in una delle loro cene da Yvonne a Quincinetto alle quali era presente sempre anche Mario Caglieris. E sognava una impresa che potesse tornare alle origini, alle idee di Adriano e ancora oltre, una impresa che reinterpretasse il capitalismo in chiave sociale e umana, come descrive bene il bel libro a lui dedicato da Maria Laura Ercolani.

Naturalmente, quando le imprese si fermano, si dedicano a gestire le loro posizioni, gli azionisti cercano di monetizzare il più possibile, quando manca il coraggio di intraprendere per dirla classicamente, la regola dice che decadono. Prima o dopo decadono e più sono in alto più il rotolamento si sente e fa male. Alla fine di questo periodo, la Olivetti era ferma come presenza sul mercato, veniva scavalcata dalla elettronica che irrompeva in tutti i settori, ingessata organizzativamente, mal messa finanziariamente.

Il Presidente capì che era facile la gestione di questa azienda, ma che prima o dopo sarebbe successo un disastro e decise di cambiare gli amministratori delegati. Fece cioè quello che fanno le squadre di calcio, quando vanno male non si chiedono perché, non si chiedono se hanno sbagliato la campagna acquisti, si limitano a cambiare allenatore. E così decise di fare Bruno Visentini.

Fece una indagine, consultò banche e consulenti e tutti gli indicarono Ottorino Beltrami. Ex Olivetti che conosceva bene l’azienda, un manager di grande esperienza anche internazionale, Presidente in carica della SIP (l’attuale Telecom Italia), sicuramente esperto del settore delle tecnologie, con una rete di relazioni personali di notevole livello.

Beltrami fu contattato e accettò la proposta, ma non accettò di condividere la posizione di amministratore delegato con Paolo Volponi come aveva tentato di proporre il Presidente, voleva il potere e si assumeva tutte le responsabilità. Per la verità anche Volponi consultato si era rifiutato di condividere quella posizione, che non gli avrebbe in nessun modo consentito di perseguire il suo sogno sulla Olivetti.

Di conseguenza Paolo Volponi diede le dimissioni e andò a fare il direttore generale della Fondazione Agnelli (non per molto perché quando dichiarò che avrebbe votato per il partito comunista il giorno dopo venne licenziato, quella gente non era liberale sino a questo punto) e Ottorino Beltrami venne nominato amministratore delegato unico.

 

Ottorino Beltrami e la sua azione.

Appena installato Beltrami agì immediatamente e su più fronti, avendo capito che la situazione era al limite e che bisognava far presto e che se decisioni importanti poteva prendere lo avrebbe potuto fare nella prima parte del suo mandato quando il Presidente non avrebbe osato opporsi o invitarlo in modo pressante alla prudenza.

Assunse subito Marisa Bellisario, sua collaboratrice alla Honeywell Information System dove ricopriva il ruolo della pianificazione ed era molto stimata dagli americani. A lei affidò il compito della pianificazione dei prodotti, del mercato e del business, in altri termini lei coordinava i lavori dell’azienda dalla ricerca alla produzione controllando caratteristiche, tempi e costi ed era anche responsabile della definizione dei prezzi di vendita di tutti i prodotti alle consociate, prima sotto la responsabilità di Guido Treves, il direttore commerciale, oggi si direbbe in conflitto di interesse in questa funzione. Marisa Bellisario in poche parole aveva la responsabilità di realizzare la trasformazione della azienda dalla meccanica alla elettronica, di rivedere tutto il piano dei prodotti, la struttura per farli e determinare i prezzi di interscambio tra la sede centrale e tutte le strutture periferiche sia per i prodotti finiti che per le parti.

Ma nello stesso tempo Beltrami si dedicò alla ristrutturazione della organizzazione commerciale. Cancellò la direzione commerciale unica, creò quattro divisioni: Italia, Europa, America Latina, paesi del medio oriente, oltre alla consociata americana. Cambiò alcuni responsabili, fece una politica verso i giovani nominando Vittorio Levi responsabile della Divisione Italia, spinse i nuovi direttori di divisione verso un nuovo dinamismo e verso strategie di aggressione diverse rispetto al passato.

In poche parole Ottorino Beltrami fece il capo operativo vero dell’azienda, cercò di rinnovarla, dai prodotti agli uomini, dalle strategie al modo di gestire. Cercò in tutti i modi di smontare anche il famoso sistema eporediese che tanto aveva condizionato l’impresa dopo la morte di Adriano, riuscì con la Bellisario solo a tacitarlo ma non ad eliminarlo, dopo di lui riprese vigore.

Sul piano finanziario il potere di Beltrami era limitato perché quello era il campo di azione del Presidente. Dopo cinque anni e dopo il rinnovamento davvero totale della azienda, soprattutto nei prodotti, la situazione finanziaria era critica per gli investimenti fatti in tempi ristretti. Beltrami aveva formulato uno studio, un piano preparato con Enrico Cuccia di Mediobanca per consentire alla azienda di disporre dei mezzi necessari per lo sviluppo, ora che poteva pensarci davvero. Ovviamente con alcune limitazioni del potere e del ruolo degli azionisti e con una influenza maggiore della stessa Mediobanca.

Il Presidente bocciò questo piano e preferì studiare un’altra soluzione che prese in solitario e con il parere della famiglia che si rese conto a questo punto che il suo ridimensionamento era inevitabile, non poteva rimanere aggrappata ad un albero che continuava a spogliarsi di tutte le foglie. La decisione fu di cedere il controllo e la gestione della Olivetti a Carlo De Benedetti, finanziere e manager a spasso dopo il suo allontanamento dalla Fiat dove per novanta giorni era stato amministratore delegato. Sulla storia dei rapporti dell’Ingegnere con l’Avvocato, come era conosciuto nel mondo Gianni Agnelli, ci sono varie versioni, interviste e addirittura libri. Ma forse la verità, quella umana e non solo professionale in modo completo nessuno salvo gli interessati la conosce.

 

 

Inserito il:11/10/2020 11:00:26
Ultimo aggiornamento:11/10/2020 11:05:08
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