Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
Due sostanze, un solo Mondo: il dualismo Cartesiano
L’eterno conflitto tra anima e corpo.
di Daniele D’Innocenzio
Nel cuore della notte moderna, quando lo schermo del telefono si spegne e resta soltanto il battito del proprio corpo, una domanda antica torna a bussare: che cosa siamo davvero? Carne che obbedisce a ingranaggi invisibili o coscienza che comanda la materia? In questo confine inquieto, tra il respiro e il pensiero, si muove la figura di Cartesio e con lui l’ombra lunga delle sue “Res”: la Res Extensa e la Res Cogitans.
Due sostanze, un solo uomo
Per Cartesio l’uomo è un essere doppio: da un lato la Res Extensa, la “cosa estesa”, la materia che occupa spazio, si muove, si urta, ubbidisce alle leggi della fisica; dall’altro la Res Cogitans, la “cosa pensante”, la coscienza, la capacità di dubitare, di dire dentro di sé: “cogito, ergo sum”.
Questo dualismo non è un semplice gioco di parole, ma una frattura metafisica: la materia è meccanicamente determinata, come un orologio, mentre il pensiero è libero, capace di scegliere, di volere, di negare perfino se stesso. Nell’uomo queste due sostanze convivono in un equilibrio fragile: il corpo batte il tempo, l’anima decide il ritmo. Ogni gesto volontario – alzare un braccio, pronunciare una frase, scrivere una lettera – è, nella prospettiva cartesiana, il risultato di un ordine immateriale che si traduce in movimento fisico.
Dal sasso al leone: dove inizia la mente? Immagina una linea che va da un sasso ad un essere umano. All’estremo inerte, nessuno dubita: il sasso è pura Res Extensa, un pezzo di mondo che non sceglie, non decide, obbedisce soltanto alle forze che lo colpiscono. All’altro estremo, l’uomo, che pensa se stesso, si interroga, dubita, sa di poter sbagliare: qui abita la Res Cogitans. Ma in mezzo, lungo questa linea, vivono piante e animali.
Aristotele, secoli prima, aveva già popolato questo spazio con diverse “anime”: vegetativa per le piante, sensitiva per gli animali, razionale per l’uomo, riconoscendo comunque a ogni vivente una forma di psiche, di principio vitale. Per lui anche un albero, pur nella sua immobilità, possedeva un’anima, seppure più povera di funzioni rispetto a quella umana.
Cartesio spezza questa continuità. Per lui piante e animali non possiedono Res Cogitans: non possono dire “io”, non possono dubitare della propria esistenza, non hanno autocoscienza nel senso forte del termine. Sono, in profondità, macchine meravigliosamente complesse, automi viventi che reagiscono a stimoli secondo leggi meccaniche, senza vera interiorità.
Gli animali come automi: è qui che entra in scena una delle idee più sconcertanti della filosofia occidentale: gli animali come macchine. Il cane che scodinzola, il gatto che miagola, l’uccello che canta, per Cartesio, non sono soggetti che provano emozioni nel senso umano del termine, ma corpi che reagiscono automaticamente a stimoli, come se avessero ingranaggi nascosti sotto la pelliccia. Un cane che guaisce per il dolore non “decide” di guaire; il suo corpo semplicemente risponde allo stimolo, come la nostra mano scatta indietro quando sfiora il fuoco. Si tratta di un riflesso, non un ragionamento. E come il cuore batte da solo nel petto umano, senza che la coscienza debba ricordargli cosa fare, così il corpo animale si muove, guaisce, corre, senza l’intervento di una vera mente. Questa visione ha pesato per secoli sulla cultura europea: per duecento anni, grosso modo dal Seicento all’Ottocento, l’animale è stato considerato una creatura di “serie B”, utilizzabile senza troppe esitazioni come forza lavoro, strumento, cavia da esperimento.
L’idea che gli animali soffrano “davvero” e possano avere diritti è una conquista tardiva, figlia soprattutto dell’Ottocento darwiniano e delle ricerche biologiche e zoologiche successive, che hanno messo in luce la profonda continuità tra l’uomo e gli altri animali.
Resta però il problema più misterioso: come fa l’anima a muovere il corpo?
Se la Res Cogitans è immateriale e la Res Extensa è materia che occupa spazio, dove si toccano queste due realtà così diverse?
Cartesio pensa il corpo umano come un organismo simmetrico: due occhi, due mani, due emisferi cerebrali. Ma c’è un punto in cui questa duplicazione si interrompe: una ghiandola singola, la ghiandola pineale, quella che oggi la biologia chiama epifisi.
Proprio perché unica, in mezzo a tanta doppiezza, Cartesio la elegge a luogo del contatto, centro segreto dove l’anima impartisce ordini al corpo e dove il corpo rimanda messaggi all’anima. È un’ipotesi che oggi la scienza considera priva di valore esplicativo, ma conserva un fascino narrativo potente: in quel minuscolo frammento di cervello, invisibile ad occhio nudo, Cartesio immagina il passaggio tra mondo materiale e mondo spirituale, come se un filo invisibile muovesse la marionetta corporea dall’interno. La comunicazione tra anima e corpo, però, non avviene in una sola direzione.
La Res Cogitans ordina - è vero - decide di parlare, di scrivere, di camminare e il corpo esegue. Ma il corpo, a sua volta, invia segnali, talvolta potenti, che scuotono l’anima: sono le passioni, le “affezioni” di cui Cartesio parla nelle sue riflessioni sull’animo umano.
Fame, stanchezza, eccitazione sessuale, brividi, tensioni: tutto questo nasce nel corpo, nei suoi “spiriti vitali”, ed arriva alla coscienza come un’onda che non abbiamo scelto. Non decidiamo di avere fame, la fame semplicemente irrompe e costringe l’anima a prenderne atto. Cartesio distingue tra azioni e affezioni: le azioni partono dall’anima e si incarnano nel corpo, le affezioni nascono nel corpo e colpiscono l’anima. In sé non sono il male; sono segnali essenziali.
La gioia indica ciò che ci fa bene, la tristezza ciò che ci ferisce; il corpo parla con il linguaggio del piacere e del dolore. Il problema è che queste passioni sono sempre esagerate.
La fame può spingerci ad ingozzarci, l’eccitazione può trascinarci verso comportamenti che ci avvicinano più alla bestia che all’uomo, la stanchezza può trasformarsi in abbandono totale di ogni impegno. Se l’anima si lascia guidare ciecamente dal corpo, perde la sua dignità; diventa preda dei moti corporei, ridotta – dice Cartesio – ad uno stato “deplorevole”.
L’arte di vivere, allora, consiste nel saper ascoltare i messaggi del corpo senza diventarne schiavi.
Usare saggezza, esperienza, ragione; accogliere il segnale, ma moderarne la spinta. Riconoscere il bisogno, ma non confonderlo con un imperativo assoluto. È in questo lavoro, di misura e governo delle passioni, che, per Cartesio, l’uomo si distingue davvero dall’animale, dal puro automatismo.
In questo intreccio di corde e impulsi, di desideri che salgono dal ventre e decisioni che nascono nella coscienza, si disegna ancora oggi il dramma umano.
Siamo, insieme, macchina e mente, corpo che trema e pensiero che giudica quel tremore. E forse la domanda più radicale, che lascia aperta il dialogo tra Cartesio e le sue Res, non è “Quale comanda?”, ma “Come imparare a farle danzare insieme senza che una distrugga l’altra?”.

Clicca qui per ascoltare 