Aggiornato al 28/05/2024

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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La Rivoluzione Americana (7) - Albori di una nazione

di Mauro Lanzi

 

La Repubblica

                  

Per quanto essenziale ai fini del raggiungimento dell’indipendenza, il successo militare non esaurì la carica rivoluzionaria accesa dal confronto e dalla controversia con il governo inglese: soprattutto non generò una nazione.

La rivolta delle colonie era nata nell’alveo della tradizione inglese; i coloni avevano ritenuto di poter riprodurre il sistema parlamentare inglese nei loro organismi amministrativi, perché non conoscevano la complessità di questo sistema, le sue storture, i suoi innumerevoli compromessi. Quando questi aspetti cominciarono ad evidenziarsi e ad esprimersi attraverso quelle misure coercitive, che negavano ai coloni il fondamentale diritto alla rappresentanza politica in decisioni che li riguardavano direttamente, come la tassazione, gli americani si convinsero che la rivoluzione fosse la strada per ricostruire i fondamenti della vita politica e della società; fallito il tentativo di separare le responsabilità della monarchia da quelle dei suoi ministri, tentativo espresso nella “Olive branch Petition”, ai coloni non restò che rinnegare in toto il sistema inglese, a partire dalla figura del monarca, la separazione dalla Gran Bretagna doveva comportare anche  un differente sistema politico, un sistema  ispirato ad una concezione morale rivoluzionaria, fino allora considerata utopistica, la Repubblica.

 L’ideale repubblicano si era venuto diffondendo in Europa fin dal secolo precedente; in Inghilterra questo ideale aveva condotto sul patibolo un re, Carlo I e, anche se il tentativo era durato solo quattro anni ed era poi sfociato nell’assolutismo di Cromwell, un filone latente di repubblicanesimo era sopravvissuto in Inghilterra e si poteva vagamente riscontrare nella country ideology, cioè quella corrente di pensiero che si opponeva al predominio della corte e del governo; inoltre, benché mancassero esempi concreti di strutture politiche repubblicane, a parte la Svizzera, che non faceva testo, gli ideali repubblicani classici si erano diffusi come una sorta di contro cultura in tutta Europa; intellettuali europei ed inglesi evocavano l’immagine utopica del mondo della repubblica romana, popolato di contadini-cittadini, cultori della libertà e delle virtù rurali, in contrapposizione alle monarchie decadenti, alla loro corruzione, alle loro gerarchie; notate bene, il paradigma di riferimento adottato non è la democrazia ateniese, ma la Res Publica romana.

Le elites politiche americane non potevano che specchiarsi in queste immagini, sentire che gli agricoltori americani, erano per loro natura, i più adatti, i più attrezzati a tradurre in realtà i valori repubblicani a cui si appellavano gli intellettuali europei, i più vicini al modello dei contadini-soldati dell’antica Roma; così la cultura dei lumi contribuì a sospingere la Rivoluzione Americana verso una conclusione che la differenzia da tutte le altre, la Repubblica. 

Vale la pena soffermarsi su questo punto: le Rivoluzioni europee, eccezion fatta per la Rivoluzione Russa che ebbe sviluppi di ben altro genere, mantennero tutte, in maniera o nell’altra, la forma di governo preesistente, cioè la monarchia, sia pure limitata nelle sue prerogative da una Carta Costituzionale e da un Parlamento; l’America invece, che pure era nata sotto un regime monarchico, realizza in concreto per prima l’ideale di una grande repubblica democratica, esito questo forse inevitabile, ma certo inatteso di una Rivoluzione nata dalla rivendicazione dei diritti acquisiti dai coloni. Il grande afflato della Rivoluzione Americana, alimentato senza dubbio dagli ideali dell’illuminismo europeo, può dirsi ben rappresentato dalle immortali frasi della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Jefferson:

“Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.”

Segue tutta una serie di addebiti al monarca inglese, per crimini che giustificavano la richiesta d’indipendenza; in tutto ciò, vale la pena rimarcare che per la prima (ed anche unica) volta nella storia viene proclamato il diritto inalienabile di un popolo al perseguimento della felicità; messaggio indimenticato e indimenticabile.

In conclusione vale la pena di sottolineare, ancora una volta, l’originalità della Rivoluzione Americana e della nazione che ne nacque rispetto all’Europa ed al resto delle Americhe.  Le colonie del Sud America avevano avuto, come visto, origini, culture e matrici a loro specifiche, che hanno influenzato il loro successivo sviluppo, fino ai giorni nostri. Le nazioni della Latino-America portano tuttora il retaggio delle autocrazie sotto le quali sono nate in età coloniale, l’impronta autoritaria nella vita politica e nella società è sempre stata e rimane profonda. Completamente diversa è l’immagine offerta dal Nord America; certo, il comportamento tenuto dai coloni verso i nativi rimane una macchia indelebile nelle origini degli Stati Uniti, così come la schiavitù dei neri importati dall’Africa, ma, su altri versanti la nascita di questa nazione è segnata da connotati assolutamente originali ed innovativi, di grande significato ed importanza per tutto il mondo occidentale; la democrazia americana è stata l’unica democrazia funzionante prima ancora che esistesse una Costituzione, è stata e rimane l’unico esempio di democrazia nata dal basso. Tutte le altre democrazie occidentali, ovvero i regimi parlamentari che le hanno precedute, hanno avuto origine da un difficile, complesso processo di contestazione, a volte di distruzione, dell’ordine preesistente, condotto in genere da una borghesia acculturata in contrasto con nobiltà e clero; nascono quindi da eventi traumatici al termine dei quali si perveniva a definire un documento, in genere frutto di mediazioni e compromessi, una Costituzione; nella gestione politica dei regimi parlamentari che ne derivano le elites di censo o. a volte, anche di nascita guidano lo stato, il diritto di voto è limitato a categorie ristrette di cittadini, al voto universale si arriva per gradi, molto più tardi.

 Niente di simile è quanto accadde negli Stati Uniti, dove la democrazia nacque e si affermò spontaneamente ancora prima che esistesse una carta costituzionale, dove il diritto di voto era considerato una prerogativa naturale del cittadino, dove l’uguaglianza era un concetto fondamentale nella società; proprio l’uguaglianza è l’idea più forte ed influente della storia americana; in America  si affermò fin dal principio una società nella quale i rapporti tra i cittadini si sono sempre basati solo sul merito e sulle capacità individuali

La Rivoluzione Americana non dovette abbattere un regime preesistente, dovette soltanto salvare e istituzionalizzare quello che c’era già e che era nato esclusivamente e spontaneamente dal popolo, dall’iniziativa dei primi coloni americani; la Costituzione si affermò per la necessità di salvare le forme associative, le istituzioni già funzionanti contro le prevaricazioni tentate dalla Corona e dal governo inglese.

Dalla Rivoluzione Americana è nata una società libera, aperta, conscia dei propri diritti inalienabili, ma anche dei doveri del singolo verso la comunità, capace quindi di proporre e diffondere un modello politico ed un messaggio morale di fondamentale importanza per tutti i popoli del mondo.

 

Gli albori di una nazione      

La conclusione del trattato di pace di Parigi aveva sancito l’indipendenza di tredici colonie dalla Corona britannica, non la nascita di un nuovo stato, la nazione era ancora da costruire; la Dichiarazione di Indipendenza, redatta nel 1776 dal Congresso continentale era, in realtà, la dichiarazione di tredici stati, ciascuno dei quali si proclamava libero ed indipendente; poi, l’ emergenza creata dalla guerra aveva indotto il Congresso ad esercitare un immenso potere politico, militare ed economico su tutte le colonie, ma questo potere non aveva una base giuridica, prova ne sia che ciascuna colonia si era presto dotata di una propria costituzione. Solo nel 1781 i tredici stati addivennero a firmare un documento di unione, sotto forma di Articoli di Confederazione; gli articoli istituivano una confederazione, “gli Stati Uniti d’America”, governati da un organismo centrale che era in sostanza la continuazione del Congresso continentale; ciascuno stato inviava ogni anno i propri delegati al congresso, ogni delegazione esprimeva un voto, le decisioni minori erano prese a maggioranza semplice, le decisioni più importanti richiedevano la maggioranza di nove voti su tredici; la Confederazione, non poteva imporre tasse, non poteva levare truppe, non poteva concludere trattati internazionali vincolanti per tutti gli stati; somigliava, quindi, più ad un trattato tra stati sovrani, gelosi ciascuno della propria individualità,  che ad un governo centrale. Questa impostazione rifletteva la diffidenza di tutti gli americani nei confronti di un esecutivo centrale forte, diffidenza che è viva ancora al giorno d’oggi.

 La Confederazione, così disegnata, non poteva reggere; in campo internazionale, la sua palese debolezza consentiva a Spagna ed Inghilterra di mantenere loro postazioni ai confini degli Stati Uniti e di appoggiare le insurrezioni degli indiani, l’Inghilterra aveva chiuso i suoi mercati alle merci americane ed il Congresso non era in grado di prendere adeguate contromisure, ogni stato poi aveva deliberato un proprio codice di navigazione, la confusione sui mari era al culmine; non meno gravi erano i problemi interni che il Congresso non era in grado di affrontare, dagli arretrati sul soldo dei militari dell’Esercito Continentale, all’enorme debito di guerra accumulato dai vari stati.

L’insieme di queste problematiche fu affrontata alla Convenzione di Filadelfia nell’estate 1787, dove i rappresentanti dei diversi stati si convinsero infine a varare una forma interamente nuova di governo federale, votando la Costituzione Federale. 

  «Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la giustizia, garantire la tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il benessere generale ed assicurare le benedizioni della libertà a noi stessi ed alla nostra posterità, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d'America». All'articolo 1 la felicità viene qualificata come un diritto innato e inalienabile.

Il testo originario della Costituzione venne modificato nel tempo da 27 emendamenti; i primi dieci furono votati quasi simultaneamente al testo principale, su proposta di James Madison, e costituiscono la carta dei diritti (Bill of Rights) degli Stati Uniti d’America- Vale la pena menzionare che il III Emendamento sancisce il diritto di ogni cittadino a portare le armi; il che spiega le difficoltà dei governi americani a limitare la diffusione delle armi, anche a fronte dei gravi episodi di cronaca, che spesso si ripetono.

La Costituzione di Filadelfia fu frutto di un compromesso politico tra le fazioni federalista ed antifederalista; condusse i costituenti ad adottare un legislatore bicamerale, in cui gli stati sarebbero stati egualmente rappresentati nel Senato, e rappresentati invece in base alla popolazione (con ogni schiavo che contava 3/5 di una persona allo scopo di determinare la popolazione statale) nella Camera dei Rappresentanti (o Congresso). Ciascuna Camera poteva bloccare le proposte legislative dell’altra. Questo bicameralismo forte privilegia effettivamente nel procedimento legislativo gli stati meno popolati, che sono anche più rurali, e meno pluralisti; esso è antidemocratico nella misura in cui il Senato può effettivamente bloccare la legislazione maggioritaria approvata dalla Camera.

Tra gli altri caratteri istituzionali della Costituzione USA, l’ambivalenza democratica dei costituenti può essere vista nella natura della Presidenza. Eletto da un collegio elettorale semi-popolare, a voto indiretto, il Presidente gode di una base di potere indipendente dal Congresso, e può persino rappresentare un partito politico diverso da quello che controlla una o tutte e due le camere. Oltre ad esercitare il potere amministrativo finale, il Presidente può apporre il veto sulla legislazione, creando un possibile freno aggiuntivo ad una maggioranza robusta. Inoltre, il collegio elettorale che elegge il Presidente (i cosiddetti “Grandi Elettori) era composto da un numero di elettori, scelti inizialmente secondo un criterio stabilito dai singoli stati.

A partire dagli anni 30 del XIX secolo, tutti gli stati hanno adottato un unico sistema elettorale popolare per la selezione di Elettori presidenziali, ottenendosi così almeno una uniformità tra gli stati. Ciò che rende il processo meno democratico è il fatto che le legislazioni elettorali statali prevedono che il partito politico che prevale nel voto popolare anche per un solo voto, conquista il potere di nominare tutti gli Elettori presidenziali dello stato. Questo sistema detto winner-takes-all, né previsto né proibito dalla Costituzione, comporta, in ultima analisi, che un candidato possa vincere le elezioni senza ottenere la maggioranza dei voti del popolo. Questo caso (minority president) è successo ben 5 volte nella storia americana, e, recentemente in forma eclatante nel 2016, quando il candidato del Partito Repubblicano (Donald Trump) ha conquistato la presidenza con 3 milioni di voti in meno rispetto al candidato del Partito Democratico.

Detto questo circa la struttura politica insediata al vertice, occorre riconoscere che gli stati rappresentati alla Convenzione seppero trasferire al governo centrale una porzione considerevole delle loro prerogative; il Congresso può, in virtù dei poteri concessigli dalla Costituzione, imporre tasse, accendere prestiti, battere e coniare valuta, regolare il commercio internazionale; ai singoli stati era fatto esplicito divieto di intrattenere relazioni con l’estero, imporre dazi, battere moneta, contrarre crediti ed altro.  La Convenzione, inoltre, decise anche per un esecutivo forte, imperniato sulla figura di un Presidente, non eletto dalle Camere, ma scelto dal popolo, nelle forme sopra illustrate; il Presidente si sceglie i ministri, ha potere di nomina nei rami esecutivo e giudiziario, ha l’autorità di decidere circa le relazioni internazionali, è il comandante in capo delle forze armate, rimane in carica quattro anni, potendo essere rieletto (in seguito, nel 1951, la rieleggibilità fu limitata ad una volta sola).

George Washington

Visti i poteri concessi al Presidente, si decise, al primo mandato, per una figura di alto profilo, accettata da tutti, George Washington. che fu eletto alla massima carica nel 1789, senza un solo voto contrario, e rimase in carica per due mandati, fino al’97, rifiutando il terzo. Washington chiamò al governo le personalità più eminenti, John Adams vicepresidente, Thomas Jefferson segretario di stato, Alexander Hamilton ministro del Tesoro; proprio Hamilton, un giovane di 35 anni, fu la forza motrice del nuovo governo. Il primo problema con cui si dovette confrontare fu il debito accumulato nel corso della guerra, sia estero (12 milioni) che interno, 45 milioni di dollari di debito federale, 25 milioni il debito dei vari stati. La soluzione scelta da Hamilton fu di “consolidare” tutti i debiti pregressi, emettendo al loro posto nuovi titoli federali di uguale valore nominale, i cui interessi sarebbero stati coperti dai dazi e da nuove imposte, come quella sul whisky. In questo modo Hamilton si proponeva di creare un debito nazionale consolidato e permanente, che potesse rafforzare l’economia americana, come quello inglese aveva rafforzato la Gran Bretagna.

Alexander Hamilton

I titoli federali sarebbero stati negoziabili, sarebbero divenuti la base del sistema creditizio nazionale, ed avrebbero costituito, secondo le proposte di Hamilton il 75% del capitale di una nuova banca nazionale, da organizzarsi sul modello della Banca d’Inghilterra; con l’approvazione del Congresso, nel 1791 nasce la “First Central Bank”, a cui Hamilton assegnò anche il compito di emettere carta moneta, il dollaro americano, destinato a divenire il principale mezzo monetario circolante; per impedirne la svalutazione si garantiva la convertibilità della carta moneta con moneta metallica, anche se si sapeva di disporre di una copertura solo per un quarto del circolante. La Banca Centrale conobbe vicende tempestose nel secolo successivo, in certi periodi fu anche abolita, la situazione si stabilizzò infine nel 1913 ad opera del presidente Woodrow Wilson, che istituì in quella data la “Federal Reserve” che è ancora, a tutti gli effetti, la banca centrale degli Stati Uniti.

Da un punto di vista sociale, il programma di Hamilton mirava a contenere e invertire le tendenze egualitarie ereditate dal movimento rivoluzionario, sostenendo i valori dell’intraprendenza e del merito; molti sostengono che nasca da lui lo stretto connubio, tuttora imperante, tra democrazia e capitalismo. Hamilton, bisogna riconoscerlo, ottenne importanti risultati ; durante il suo mandato di ministro del Tesoro, riuscì a riordinare le finanze pubbliche, regolare i debiti di guerra, creare un embrione di esercito federale, ristabilire il credito internazionale degli Stati Uniti, di cui fu il primo sostenitore degli interessi commerciali in espansione;  questi meriti gli furono riconosciuti solo un secolo più tardi, Hamilton è uno dei due personaggi, non presidenti (l’altro è B. Franklin), che  compare su di una banconota degli Stati Uniti.

Il programma del Ministro del Tesoro non mancò di incontrare forti resistenze, soprattutto per l’appoggio dato dal nuovayorkese Hamilton, fondatore del Partito Federalista, alla nascita di un’industria nazionale, anche tramite sovvenzioni e l’applicazione di forti dogane sui prodotti importati; si creò quindi un movimento antifederalista o country, alla testa del quale si pose Thomas Jefferson, che, essendo lui stesso un ricco possidente terriero, proprietario anche di centinaia di schiavi, era il naturale difensore dell’agricoltura e degli interessi dei farmers americani, che non intendevano pagare più cari i prodotti di importazione, temevano ritorsioni sulle loro esportazioni, auspicavano un ritorno agli ideali ugualitari della Rivoluzione; proprio questo conflitto di visione politica e di concreti interessi economici porterà infine allo scoppio della Guerra Civile.

Jefferson fu il fondatore delPartito Democratico-Repubblicano, da cui, nel 1828 i sostenitori di Andrew Jackson derivarono il Partito Democratico, nome mantenuto fino ad oggi.

Thomas Jefferson

Dopo la rinunzia di Washington, il secondo presidente fu John Adams, figura poco significativa, mentre di ben altro livello fu il terzo presidente, Thomas Jefferson. Jefferson era stato uno dei principali protagonisti della Rivoluzione Americana, redattore (o principale ispiratore) della Dichiarazione d’Indipendenza, anche se, da ricco proprietario terriero non ritenne che gli ideali di uguaglianza ed aspirazione alla felicità dovessero estendersi anche ai suoi schiavi neri; era persona molto colta, educata agli ideali dell’Illuminismo, aveva viaggiato a lungo in Europa, di cui apprezzava la cultura e l’arte. Giunto al potere si adoperò per realizzare quelli che considerava gli obiettivi principali della rivoluzione, cioè l’uguaglianza tra i cittadini, la limitazione del potere centrale, il contenimento dell’imposizione fiscale; l’ideale di Jefferson era una società repubblicana di agricoltori indipendenti, aliena dalle miserie e dalle tensioni sociali delle grandi società europee. Anche per questo motivo, Jefferson promosse il trasferimento della capitale da Filadelfia, affaccendato centro intellettuale e commerciale, all’ambiente rurale della nuova ”città federale”, Washington, sulle rive del Potomac (1800), che però non decollò mai, non seppe attirare mai la popolazione, il commercio e la vita sociale che ci si attende in una capitale. Jefferson, ovviamente, non osò toccare la costituzione, ma smontò quasi tutto il programma di Hamilton, cancellando la tassazione federale, riducendo a zero la burocrazia governativa, togliendo fondi, quindi anche sostanza a marina ed esercito. Mentre i federalisti guardavano all’Europa, con Jefferson ed i repubblicani la struttura diplomatica in Europa fu ridotta a tre sole delegazioni, Inghilterra, Francia e Spagna; l’obiettivo di Jefferson era il movimento verso occidente, per lo sviluppo di una più vasta società di agricoltori e piccoli possidenti.

In questa prospettiva, la restituzione alla Francia da parte della debole Spagna dei territori della Louisiana, compresa New Orleans, creava problemi importanti, perché la sussistenza dei coloni che si erano spostati verso ovest dipendeva dalla libera circolazione sul fiume Mississippi; Jefferson si preparava al peggio, apprestava fortificazioni lungo il fiume, cercando anche un’alleanza con l’Inghilterra in chiave antifrancese; in suo aiuto, inaspettatamente, si mosse Napoleone Bonaparte, che, considerando questi possedimenti militarmente indifendibili, nel 1800, si decise a venderli agli Stati Uniti per la modesta cifra di 25 milioni di dollari. Napoleone aveva anche bisogno di soldi per la guerra in Europa, ma dal punto di vista americano l’acquisizione della Louisiana fu il maggior successo della presidenza Jefferson: si metteva al sicuro la nazione dagli intrighi e dalle interferenze europee, si garantiva lo sbocco al mare lungo il fiume Mississippi, si aprivano le porte al dominio sull’emisfero occidentale. Proprio in questa prospettiva ed in gran fretta, il Congresso decise l’annessione di una serie di territori di frontiera ancora poco sviluppati, l’Ohio nel 1803, la Louisiana nel 1812, l’Indiana nel 1816, il Mississippi nel 1817, l’Illinois nel 1818, l’Alabama nel 1819. 

Ormai l’America non era più l’alleanza di tredici colonie sulla costa atlantica, era qualcosa di più vasto e diverso; per i repubblicani, che consideravano gli Stati Uniti una confederazione di stati non strettamente vincolati da un governo centrale, l’enorme distesa di territori incorporati non costituiva un problema; ognuno avrebbe provveduto a sé. Lo sviluppo della nazione era assicurato per i prossimi decenni, gli americani potevano celebrare la loro nuova identità nazionale; è l’epoca del sogno americano, del grande ottimismo, della crescita senza preoccupazioni. L’unico inciampo erano i nativi; Jefferson sperava che gli indi americani cedessero di buon grado le loro terre per trasformarsi in contadini o coloni, sotto l’egida dei nuovi stati; così non fu, non poteva essere, alla fine i nativi americani reagirono all’invasione delle loro terre, organizzandosi in una confederazione indiana sotto il capo Shawnee Tecumseh; furono sbaragliati nel 1811 a Tippecanoe da un contingente misto di soldati e di coloni, ennesima strage di nativi che accompagna la nascita della nazione!! Tecumseh non si arrese, continuò a combattere alleandosi con gli inglesi, fu ucciso nel 1813; le tribù indiane furono allora costrette a firmare una pace che le respingeva ulteriormente verso l’interno, liberando i territori di Ohio ed Indiana.

Tecumseh

La crescita, senza sostanziali ostacoli, della nazione induceva tutti all’ottimismo; si mascheravano, per il momento, i problemi reali del paese, come schiavismo e conflitto di interessi tra un sud rurale ed un nord orientato ad un rapido sviluppo industriale, problemi che l’orientamento antifederalista del governo non consentiva di affrontare o non voleva vedere; i nodi verranno al pettine nel futuro, in forma tragica; la Guerra Civile.

 

Inserito il:07/05/2024 12:44:29
Ultimo aggiornamento:07/05/2024 18:11:18
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