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Aggiornato al 05/08/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Cover del libro “Lettere di condannati a morte della resistenza europea”

 

Morire per un’idea

di Nazzareno Lasagno

 

La mattinata è limpida e soleggiata ma l’aria è ancora molto fredda, anche se si percepisce già l’arrivo della primavera con i prati che cominciano a rinverdire e le prime foglioline rosate sugli alberi.

L’uomo che sulla motocicletta rossa sta scendendo dalla Val Germanasca non sembra attratto dal paesaggio perché ha la mente affollata da mille pensieri.

Quello che doveva fare lo ha fatto. Adesso non vede l’ora di rientrare a casa e mettere al sicuro quei documenti che lo preoccupano più dell’esplosivo.

Deve ancora percorrere un tratto della Val Chisone e poi finalmente imboccherà la strada per la “sua” Valle.

L’uomo pensa a come gli è cambiata la vita negli ultimi mesi. Ha fatto una scelta che ha coinvolto la sua famiglia e compromesso il suo lavoro, perché ha dovuto lasciare l’Olivetti ed entrare in clandestinità. Pensa alla moglie. Ultimamente è molto ansiosa perché lo vede sempre più di rado, e ogni volta lo implora di non essere imprudente. Ma ora non si può che agire così, se si vuole uscire da questa situazione. Non si può fare diversamente. Per riacquistare la libertà, ognuno deve fare la sua parte.

Certo, questi ultimi mesi sono stati gravosi. Però è soddisfatto perché, grazie alla buona conoscenza dell’inglese e soprattutto alla confidenza con la montagna, è riuscito a far espatriare un certo numero di prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento, e anche alcuni ebrei.

Ecco, ormai è in prossimità della Val Pellice, il Frioland gli appare in tutta la sua maestosa semplicità, con il candore delle nevi che contrasta nitidamente con l’azzurro intenso del cielo.

L’uomo rallenta un po’ per godersi il panorama. La vista della montagna gli dà una stretta al cuore. Si domanda quando tornerà ad arrampicare sulle pareti di roccia, quando potrà nuovamente solcare con gli sci i pendii nevosi o andare a pattinare con i bambini sul lago Sirio ghiacciato. Quando si potrà tornare a una vita normale?

Guarda l’ora. Sono quasi le 9,30. Sta per arrivare nei pressi del bivio per Bibiana. Svoltando a sinistra la strada attraversa il ponte sul Pellice e prosegue verso la Valle Po, ma lui tirerà dritto sulla strada principale che dopo un’ampia curva si raddrizza, proseguendo poi in un rettilineo fino a Torre Pellice. È questione di pochi minuti, poi sarà a casa.

Ma il destino gioca a carte coperte e quando le scopre non si cura dei nostri programmi.

Così, quando l’uomo sulla motocicletta rossa scorge la pattuglia dei militi in agguato, è troppo tardi per tentare di cambiare il corso del fato con un’impossibile fuga…

È l’11 marzo 1944 quando Guglielmo Jervis viene arrestato da una pattuglia di SS italiane e portato nella caserma di Luserna.

Il giorno seguente subisce il primo interrogatorio, ecco il verbale:

“Sono nato a Napoli, figlio legittimo di Tommaso e di Bianca Jervis, nata Quattrini. In seguito al trasferimento dei miei genitori ho frequentato a Torino le 4 classi elementari e 4 anni di scuola tecnica. Infine ho frequentato per 3 anni la scuola tecnica superiore di Firenze e un anno quella di Padova. Ho frequentato il Politecnico, e cioè 2 anni a Torino e 3 a Milano, dove ho conseguito la laurea in ingegneria nell’anno 1925. Nello stesso anno ho prestato servizio militare come allievo ufficiale in artiglieria nella scuola di Milano. (…) Dopo il congedo militare ho svolto dapprima 6 anni di attività presso la Ditta «Frigidaire» di Milano, poi 9 anni presso la «Olivetti» di Ivrea in qualità d’ingegnere e di impiegato tecnico. (…) Dopo la sospensione dell’attività della Ditta «Olivetti» di Ivrea, abito a Torre Pellice presso la mia famiglia. Nel 1932 mi sono sposato con Rochat Lucilla. Dal nostro matrimonio sono nati 3 figli che hanno adesso 5, 7 e 11 anni.”[1].

Willy, questo è il nome per chi lo conosce, viene trasferito alle carceri Nuove di Torino, consegnato alla Gestapo e sottoposto a interrogatori con i metodi che solo gli aguzzini nazisti sanno usare. Ma nonostante le atroci torture subìte, non si farà sfuggire alcuna informazione che possa danneggiare la Resistenza, della quale fa parte fin dal settembre 1943.

È entrato a far parte del primo Comitato militare del Partito d'Azione che lo ha nominato commissario politico regionale delle formazioni Giustizia e Libertà operanti in Piemonte.

Willy è una persona riservata, forse per via delle origini inglesi: il suo bisnonno si era trasferito in Italia con la moglie e il figlio William Paget Jervis, futuro nonno di Guglielmo.

In un’intervista il figlio di Willy, Giovanni, che è stato un noto psichiatra, ricorda suo padre come una persona di poche parole: “detestava qualsiasi forma di retorica e questa fu certamente una delle radici del suo antifascismo”. Era “un uomo onesto e leggermente ascetico”, tratti morali che probabilmente gli derivano dal fatto di essere valdese.

Anche la moglie di Willy, Lucilla Rochat, è di famiglia valdese, di origine svizzera ma fiorentina da più generazioni, suo nonno era pastore valdese e socialista, e suo padre, Luigi Rochat, medico e antifascista attivo.

Willy e Lucilla hanno un legame affettivo forte, consolidato fin dai tempi in cui partecipavano attivamente al movimento giovanile valdese, e anche nei duri mesi di carcere riescono in qualche modo a comunicare, scambiandosi struggenti lettere, a volte clandestinamente.

Nei cinque mesi di detenzione in molti si impegnano per ottenere la liberazione di Willy: Lucilla, gli amici di Giustizia e Libertà, l’Olivetti attraverso i suoi dirigenti.

A nulla valgono tutti i tentativi fatti e il 27 luglio il maresciallo tedesco Albrecht firma la relazione finale di condanna a morte.

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto, Willy Jervis è condotto sulla piazza di Villar Pellice che oggi porta il suo nome e viene fucilato insieme ad altri quattro partigiani.

In segno di ultimo spregio viene trascinato nella polvere e poi lasciato appeso a un albero, come severo monito per scoraggiare i banditen e chiunque li sostenga. Il suo volto è sporco di fango e il cadavere è irriconoscibile persino per la sorella Laura.

Qualche tempo dopo, proprio al di là del muro contro il quale i partigiani erano stati messi a morte, viene trovata una piccola Bibbia che Willy si era fatto portare nei primi giorni di carcerazione, sulla copertina del volumetto sono incise con uno spillo, queste parole:

"Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea".

Dopo la sua morte, Adriano Olivetti propose alla vedova di Willy di provvedere a lei e ai figli, perché considerava il suo dipendente un caduto sul lavoro.

Willy Jervis è stato insignito nel 1950 della Medaglia d’oro al valor militare.

Ivrea gli ha intitolato la via dove sorge l’Olivetti, e il Club Alpino Italiano, di cui Willy è stato socio “accademico”, gli ha dedicato due rifugi alpini, il primo inaugurato il 21 luglio 1946 nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, il secondo, costruito nel 1950, in Val Pellice.

Anche nelle ultime scarne parole che ci ha lasciato, emerge la personalità di Willy Jervis, un uomo esemplare che ci ha chiesto di non compiangerlo e non commiserarlo, ha fatto la scelta di “servire un’idea”. Una scelta che non ammette compromessi e in certi casi può anche comportare il sacrificio della vita.

Mi sono chiesto quale sia quest’idea. La libertà? La giustizia? La verità?

Rileggendo in questi giorni il libro di Albert Camus La peste che, com’è stato detto, è una metafora del Male e del nazismo in particolare, ho trovato una ulteriore possibile risposta nelle parole del protagonista del romanzo:

“Lei ha ragione, Rambert, ha proprio ragione, e per nulla al mondo io la vorrei distogliere da quello che sta per fare, che mi sembra giusto e buono. Ma bisogna tuttavia che le dica: qui, non si tratta d’eroismo, si tratta di onestà. È un’idea che può far ridere, ma la sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà.”

 

[1] Verbale interrogatorio 12 marzo 1944, Archivio dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (AISRP), Fondo Agosti, AGA 12 B

 

Inserito il:13/05/2020 15:39:59
Ultimo aggiornamento:13/05/2020 15:45:19
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