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Aggiornato al 22/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Bottega di Agnolo Bronzino – Ritratto di Cosimo I

 

Firenze e Toscana al tempo dei Granduchi (2)

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Cosimo I (1537-1584) - Il primo Granduca di Toscana

 

La morte violenta di Alessandro il Moro aveva di fatto estinto il ramo principale della famiglia Medici; non restavano che due esponenti maschi, entrambi del ramo cadetto dei popolani: Lorenzino, che però era fuggito dopo l’assassinio, ed un giovane sconosciuto a tutti, Cosimo de’ Medici.

Cosimo aveva ascendenti importanti: la nonna, Caterina Riario Sforza era stata una delle donne più famose del quattrocento: sposata tre volte, dal terzo marito, il bel Giovanni de’ Medici (1497), aveva avuto un figlio importante, l’unico dei suoi numerosi figli che avesse ereditato il suo temperamento guerriero, di nome anche lui Giovanni, il futuro condottiero Giovanni dalle Bande Nere. La prematura morte, questa volta naturale, del marito ( i due precedenti erano morti assassinati) lasciò Caterina sola ad affrontare i difficili frangenti degli anni a venire, in particolare l’assalto che ebbe a subire ad opera di Cesare Borgia, che allora alleato dei francesi, reclamava per sé il ducato di Imola e Forlì: Caterina resistette per mesi all’attacco di uno dei più potenti eserciti d’Europa, ma alla fine dovette soccombere (8 Gennaio 1500) e fu fatta prigioniera; i Borgia non osarono ucciderla, ma la rinchiusero a Castel Sant’Angelo, dove fu sottoposta ad ogni genere di angherie ed indegnità : liberata dopo un anno, per l’intervento personale del generale comandante l’esercito francese, che minacciò altrimenti di far saccheggiare Roma dai suoi uomini, fece ritorno a Firenze, dove negli ultimi otto anni della sua vita si dedicò ad allevare l’ultimo figlio, in cui forse riconosceva se stessa.

Dopo la morte della madre, Giovanni si trasferì a Roma, dove, entrato nelle grazie del papa, Leone X, fece rapidamente carriera nei ranghi dell’esercito pontificio, divenendo uno dei condottieri più abili e famosi d’Italia ( noto a tutti come “Giovanni dalle Bande Nere”). Nei pochi momenti lasciati liberi dalle campagne militari, Giovanni trovò il tempo per sposarsi con Maria Salviati (la cui madre era stata una bisnipote di Cosimo il Vecchio) dalla quale ha un figlio, Cosimo (1519), che lascia presto orfano (Giovanni muore per le ferite riportate combattendo contro i Lanzichenecchi, 1526). Cosimo cresce allevato dalla madre, lontano dalla città e dalla politica, poco noto ai più, malgrado riunisse per ascendenza i due rami della famiglia Medici.

Dopo l’assassinio del Duca Alessandro (1537), Firenze viene a trovarsi in una imbarazzante situazione di vuoto politico, poiché la cancellazione della Repubblica ne aveva azzerato le strutture di governo: sarebbe stato il momento adatto agli antagonisti dei Medici per farsi avanti e cercare di ristabilire le libertà repubblicane, ma non ne ebbero il tempo o la capacità. L’unico organo collegiale tollerato da Alessandro era il Senato cittadino, che era, però, con Alessandro, privo di ogni potere. Restava comunque l’unico organo politico che esistesse a Firenze; così, ai più influenti tra i senatori, si presenta un bel giorno un ragazzo di 17 anni, Cosimo de’ Medici, che fa valere le proprie origini, rassicurando al tempo stesso i suoi interlocutori circa le sue intenzioni, cioè di governare con la loro approvazione ed il loro concorso: le sue parole, il suo contegno umile e rispettoso convincono questi personaggi, che si risolvono a dargli credito, certi del fatto che avrebbero potuto facilmente controllare un giovane sicuramente impreparato e apparentemente così ben disposto.

Cosimo sembrava a tutti la soluzione ideale; si combinava il principio di legittimità e continuità della famiglia Medici, con una sostanziale dirigenza collegiale; cosa si poteva temere, d’altro canto, da un ragazzo di soli 17 anni?

Niente di più sbagliato: appena insediato al potere, Cosimo gettò la maschera, rivelandosi un tiranno dispotico, capace di soggiogare col terrore i suoi concittadini.

Dove il ragazzo trovasse le energie, l’esperienza o la ferocia per imporsi ad una città come Firenze, è difficile spiegarlo; ancora più difficile è capire come avesse potuto dissimulare a tutti il suo vero carattere. Certo i grandi esponenti della cittadinanza furono colti di sorpresa, non riuscirono ad arginarlo in modo efficace.

A questo punto non restò loro che unirsi al drappello dei fuoriusciti del periodo precedente; insieme si riorganizzarono e riuscirono a riunire una forza armata, che includeva anche un buon nerbo di truppe francesi. Cosimo però non era rimasto a guardare; ingaggiò mercenari tedeschi ed ottenne, soprattutto, l’appoggio degli spagnoli. Nella battaglia di Montemurlo (7 Agosto 1537, a sinistra la rocca in cui furono assediati gli avversari di Cosimo) l’esercito dei fuoriusciti fu sconfitto dalle truppe Medicee e molti dei principali capi politici dell’opposizione furono fatti prigionieri. In questa circostanza si rivelò il vero carattere del nuovo Signore di Firenze: per giorni e per mesi, tra le mura del Bargello echeggiarono le grida disperate dei più autorevoli cittadini di Firenze, torturati in modo atroce e messi a morte da un despota che non conosceva pietà.

Cosimo aveva un carattere straordinario, subdolo ed impenetrabile: è incredibile quanto fosse riuscito a dissimulare la sua vera indole, anche a chi era stato in intimità con lui e con la madre per anni, come Filippo Strozzi che si ucciderà, per sottrarsi alle torture, nella fortezza del Basso, che, per ironia della sorte, aveva contribuito a far edificare.

Malgrado questo esordio da tiranno crudele e sanguinario, Cosimo in seguito dette prova di una straordinaria abilità di governo, sollevando la Toscana ai più alti livelli di prosperità e potere politico, che mai avesse goduto; come vedremo, con Cosimo I il ducato di Toscana raddoppiò quasi il suo territorio, giungendo ad essere forse il più importante stato italiano. Cosimo ebbe l’abilità di legarsi strettamente a Carlo V, di cui dimostrò di essere il più fedele vassallo, ottenendo in cambio onori e territori. Per rinsaldare i legami con gli spagnoli, Cosimo sposa nel 1539 Eleonora di Toledo, figlia del Viceré di Napoli, e con lei si trasferisce subito a Palazzo Vecchio, che offriva maggiori garanzie di sicurezza della vecchia casa di via Larga; stabilisce anche, per la sua difesa, un corpo di guardia di mercenari tedeschi e svizzeri nella Loggia dell’Orcagna, che, da quel momento è nota come Loggia dei Lanzi. Per rinsaldare il suo potere, Cosimo pensa anche di organizzare un esercito permanente, costituito da mercenari, svizzeri, tedeschi ed anche italiani, che gli consente di affrancarsi dalla pesante tutela delle guarnigioni spagnole, pur restando assolutamente fedele ed allineato con la politica di Carlo V, che, in riconoscimento dei suoi servigi, gli concede Piombino, l’Elba e Portoferraio, del quale Cosimo fa una delle principali stazioni navali del Mediterraneo, importando anche gente di mare dalla Sicilia e dalla Grecia.

Dieci anni dopo il suo matrimonio con Eleonora di Toledo, Cosimo decide di costruire una nuova abitazione per la sua famiglia, che si era nel frattempo ampliata (ebbero 8 figli): a questo scopo decide di acquistare dalla famiglia Pitti il palazzo che era stato costruito oltrarno ottant’anni prima da Luca Pitti, insieme all’adiacente collina di Boboli. La costruzione realizzata da Luca Pitti (dipinto a destra) era però ben poca cosa rispetto all’imponente edificio che conosciamo oggi, del quale però si deve a Cosimo

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Palazzo_Pitti_Gartenfassade_Florenz.jpg File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alessandro_allori,_luca_pitti_davanti_a_palazzo_pitti.jpg

solo la parte centrale: a Cosimo si deve anche il magnifico parco (da lui stesso disegnato), che si estende sulle colline di Boboli e copre un’area immensa, noto a tutti come una delle meraviglie del nostro paese. File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Boboli_IMG_4738.JPG

Ma il granduca, che aveva anche un senso pratico assai sviluppato, non si limitò al giardino, ma fece costruire nei dintorni anche una struttura militare, il forte di San Giorgio, detto anche Forte Belvedere, che a ridosso del colle di San Miniato, domina Firenze e ne assicura la difesa sul lato sud.

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Forte_belvedere,_edificio_principale_07.JPG Cosimo si avvaleva di un geniale architetto, l’Ammannati, cui si deve l’ampliamento di Palazzo Pitti, ma anche la notevole fortezza d San Martino, oggi in corso di restauro, eccezionale esempio di ingegneria militare.

Cosimo trovò il tempo di interessarsi anche di arte, non solo si preoccupò di recuperare e riunire l’ingente patrimonio artistico della famiglia, andato disperso con il saccheggio della dimora di via Larga nel 1494, ma cercò inoltre di incrementarlo con importanti acquisizioni: sempre a lui dobbiamo i primi scavi a Chiusi, Arezzo ed altri siti, per il recupero di reliquie etrusche, che oggi possiamo ammirare nel bel museo etrusco-egiziano di Firenze, famosa Chimera d'arezzo, fi, 04.JPGsopra tutte la statua della Chimera. Non si può chiudere questo capitolo dell’opera di Cosimo, senza accennare alle due principali sue realizzazioni, gli Uffizi ed il corridoio vasariano: con lo spostamento a palazzo Pitti della dimora di famiglia, Palazzo Vecchio divenne esclusivamente la sede del governo, a cui Cosimo pensò di affiancare un edificio che riunisse le principali magistrature fiorentine, gli “uffici” appunto, sia per motivi di maggiore efficienza nell’amministrazione pubblica, sia per poter controllare più da vicino tutta la vita cittadina. La realizzazione dell’edificio fu affidata al Vasari che ideò una struttura ad “U” compresa tra piazza della Signoria ed il Lungarno; l’opera, che inizialmente doveva assolvere unicamente a funzioni amministrative, cominciò ad ospitare una raccolta di opere d’arte già con Francesco I, figlio di Cosimo, per poi evolvere sempre più in questa direzione con i Lorena e dopo l’unità d’Italia.

Un’altra realizzazione molto singolare, voluta da Cosimo, è il corridoio vasariano; il Granduca voleva spostarsi dal Palazzo del Governo alla sua dimora seguendo un percorso il più possibile breve e protetto, che potesse offrire anche una via di fuga alla sua famiglia in caso di disordini. L’opera pensata e realizzata dal Vasari attraversa, come una sopraelevata, la parte più affollata della città e fu completato in soli 5 mesi: partendo da palazzo Vecchio, scavalca una strada per entrare negli Uffizi, di cui oggi fa parte, percorre le gallerie all’ultimo piano, entra in un porticato che segue il Lungarno detto degli Archibusieri e raggiunge Ponte Vecchio, sul quale passa l’Arno, gira intorno alla torre del Mannelli, attraversa la Chiesa di Santa Felicita per sbucare infine ne giardino di Boboli.

Da ricordare che ai tempi Ponte Vecchio ospitava le macellerie della città, ma il Granduca che non sopportava il lezzo emanato da questi esercizi, le fece trasferire e le sostituì con i negozi di orafi che ci sono ancor oggi.

Esprimere un giudizio su Cosimo I è certamente difficile: il tratto più spiccato del suo carattere fu, senza dubbio, la sua spietata ostilità nei confronti di chiunque attentasse al suo potere o si opponesse ai suoi voleri. Non c’è traccia di clemenza o magnanimità nei suoi atti, il figlio del più grande condottiero del Rinascimento italiano era un gretto ed un vigliacco, non compariva mai sui campi di battaglia, non si muoveva mai senza scorta e del codardo aveva l’infinita ferocia.

I difetti di una natura crudele ed ignobile non devono però farci dimenticare la sua opera come reggitore: non c’è possibilità di confronto tra il misero staterello, privato di ogni possedimento, in preda ad una gravissima crisi economica e con le finanze pubbliche allo sbando, con il potente regno che Cosimo lasciò ai suoi successori, dotato di un robusto esercito, di una buona amministrazione, di leggi eccellenti.

Cosimo aveva, tra l’altro, riportato sotto il dominio di Firenze Siena, che si era ribellata nel 1552 agli spagnoli ed aveva accolto una guarnigione francese: Siena seppe resistere, sotto la guida di un prode soldato, Piero Strozzi (figlio di Filippo), per molti mesi agli attacchi, prima spagnoli, poi di un esercito mercenario assoldato dal Medici, che si distinse per le vessazioni e le angherie cui era sottoposta la popolazione del contado. Sconfitto in una battaglia campale, lo Strozzi si rifugiò a Montalcino, ma Siena continuò, benché cinta d’assedio, la sua disperata difesa che terminò nel 1555; alla fine erano rimasti in città meno di seimila abitanti.

Cosimo, che durante le operazioni belliche si era macchiato di infinite nefandezze, seppe poi ricostruirla e ripopolarla, concedendo inoltre ai Senesi di mantenere usi e costumi locali, fino a tenere in vita l’antica costituzione della città, sia pure sotto un governatore da lui nominato; i Senesi gliene furono riconoscenti, divenendo i più fedeli sudditi dei Medici, ma, soprattutto, al Granduca si deve se Siena ha mantenuto fino ad oggi lineamenti ed usanze peculiari, diversi dalla altre città toscane, come tutti possono constatare.

Ancora di più Cosimo fece per Pisa, che risollevò da uno stato di desolazione assoluta, bonificando le paludi circostanti, favorendo nuove attività economiche, riaprendo il porto, ristabilendo l’università in cui insegneranno Galilei e Torricelli.

Cosimo seppe promuovere la prosperità economica di tutta la Toscana: la Maremma fu bonificata e popolata di contadini lombardi e veneti, Livorno iniziò a trasformarsi in un porto molto attivo, anche se il suo sviluppo si completerà con il figlio Ferdinando; si avviò lo sfruttamento delle cave di marmo di Carrara, delle miniere dell’Elba e di Pietrasanta, rifiorì il commercio della lana, si avviò persino la produzione di arazzi, sotto la guida di esperti maestri importati dalle Fiandre, una produzione pregiatissima che purtroppo si arrestò nel 1737, con la fine dei Medici: alcuni degli esemplari più belli si possono ammirare nel museo degli arazzi di Firenze.

A Cosimo si deve anche l’istituzione dell’Ordine dei Cavalieri Toscani o Cavalieri di Santo Stefano, un ordine cavalleresco dedito alla marineria, che si distinse negli anni a venire nella guerra alla pirateria turca: i cavalieri combatterono gloriosamente a Lepanto, come in difesa di Candia e lungo le coste dell’Adriatico e dell’Egeo: l’ordine esiste ancora e conta con 70 cavalieri (a lato la facciata del palazzo dei Cavalieri).

Gli ultimi anni di vita di Cosimo furono funestati da numerose sciagure, innanzitutto la disastrosa inondazione di Firenze del 1557, le cui conseguenze Cosimo si preoccupò di alleviare in ogni modo possibile, preoccupato soprattutto della sorte degli umili: ma altre disgrazie lo avrebbero colpito più da vicino; nel 1562, a seguito di una spedizione in Maremma, due figli maschi, Giovanni e Garzia gli morirono di febbri malariche. Un anno prima era mancata la figlia prediletta, Maddalena, ma, soprattutto, quel disgraziatissimo 1562 gli portò via, sempre per febbre malarica, l’amatissima moglie, Eleonora di Toledo, uno dei tasselli principali per l’ascesa di Cosimo; Eleonora, non solo aveva portato una dote importante, che fu utilissima a Cosimo nelle ristrettezze dei primi anni governo, ma aveva assicurato al marito l’appoggio del padre, governatore di Napoli, e non era cosa da poco; soprattutto era stata per tanti anni la sua principale confidente e consigliera, il porto sicuro in cui rifugiarsi in tanti difficili frangenti.

Negli ultimi anni della sua vita Cosimo si ritirò nella villa di Castello, lasciando la cura degli affari di stato nelle mani del figlio Francesco, soprattutto dopo il matrimonio di questi con Giovanna d’Austria, sorella del nuovo imperatore Massimiliano II (1565): i rapporti con Francesco e gli altri tre figli rimasti non furono facili, anche per il nuovo matrimonio contratto da Cosimo, sia pure in forma morganatica. Nonostante ciò, Cosimo non rinunciò alla sua presenza in campo internazionale e riuscì a raggiungere altri due importanti obiettivi, in primis il cappello cardinalizio per il figlio Ferdinando, di cui si riparlerà, e, soprattutto il titolo ereditario di Granduca, concesso dal Pontefice nel 1570: concedere questo titolo era in realtà una prerogativa dell’Imperatore, ma Cosimo era fiducioso che Massimiliano avrebbe abbozzato: abbozzò.

Cosimo I morì nel 1574 e fu tumulato, come tutti i Medici nella chiesa di San Lorenzo, vestito da Cavaliere di Santo Stefano e con la corona granducale; tutto perduto, la tomba fu saccheggiata.

Cosimo è l’esempio paradigmatico di come possano essere distanti politica e morale individuale, di come uno stesso individuo, moralmente spregevole, possa viceversa rivelarsi un grande statista; ed è per questo aspetto, decisamente più importante, che ci piace ricordare il primo Granduca della casata medicea.

(continua)

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Inserito il:06/02/2019 15:38:33
Ultimo aggiornamento:14/02/2019 15:35:47
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