Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Suren Nersisyan (Los Angeles, CA, USA) – Lonely Dog on the Street

 

Che cos’è la solitudine?

di Annalisa Rabagliati

 

In questo periodo siamo preoccupati per il futuro del nostro Paese e per la possibile crisi economica che ci minaccia. Dimentichiamo in fretta che c’è chi sta sicuramente peggio di noi. Viviamo in un mondo di immagini che si accavallano e quelle terribili della guerra le abbiamo riposte in qualche angolo buio della memoria. Ma pochi mesi fa sono state un colpo al cuore. Questa storia nasce da una foto che mi aveva commossa, tra le altre.  È il protagonista che parla.

Io so che cos’è la solitudine. Quella vera, la sensazione che provi quando intorno a te non c’è nessuno: nessuno che ti voglia bene e nemmeno qualcuno che ti rivolga uno sguardo, una parola. È colpa mia. Lo so, sono stato codardo e non ho pensato che era mio dovere difendervi, come mi era stato chiesto.     

Io so che cos’è la solitudine perché sono un trovatello. Sono rimasto solo presto, quando ero molto piccolo. Mio padre non l’ho mai conosciuto, mia madre era una solitaria come me, uno spirito libero, e mi ha insegnato le cose essenziali della vita, ma poi è morta e mi ha lasciato solo. Sono di carattere fiero, ma ho sempre sentito il bisogno di affezionarmi a qualcuno. Dopo la morte di mamma è passato un bel po’ prima che ci fosse chi si interessasse a me e, d’altronde, io avevo paura del mondo, ero diffidente, perché avevo visto come vengono maltrattati i poveri e gli animali. Ma un giorno ho conosciuto quello che per me è poi diventato il padre che non avevo mai avuto e sono stato accolto in casa sua. Anche sua moglie, che ho imparato ad accettare come mamma, e i loro due bambini mi hanno subito dimostrato un grande affetto e così sono entrato a far parte di una bella, nuova famiglia.  Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa, ma il papà, la mamma e i bambini mi hanno dimostrato di esser così contenti di avermi adottato che mi sono affezionato subito.

Le giornate scorrevano piacevoli con loro. È vero, mi sentivo un po’ costretto nel loro piccolo appartamento, ma ero giovane e mi sono adattato. Ogni mattina uscivo a far commissioni con mamma e al pomeriggio con papà andavo al parco, dove ho conosciuto un sacco di amici. E poi, tutto il giorno, potevo giocare con i miei fratelli adottivi: come ci divertivamo insieme!

Ma dopo qualche tempo abbiamo dovuto smettere di andare al parco e così i miei nuovi genitori hanno deciso di lasciare l’appartamento di città. Dicevano che non si poteva continuare a star chiusi in casa a causa di una malattia che io non capivo che cosa fosse. Tutti insieme siamo andati in macchina in un paese più piccolo, immerso nella campagna. All’inizio ho provato un po’ di malinconia: di colpo avevo perso gli amici del parco che vedevo tutti i giorni. Mi pareva di essere tornato ai tempi in cui avevo perso la mamma. Poi ho capito che non era davvero importante, perché ero ancora con la mia famiglia: mamma Valentina, papà Ivan e i bambini che mi volevano bene. Nel paesino siamo andati ad abitare nella casa dei loro nonni: niente di speciale, una semplice casetta con tre stanze su un solo piano, ma bellissima per me, perché circondata da un giardinetto dove poter giocare.

I nonni mi hanno accolto ricambiando la mia gioia, ma ne ho provata una ancora più grande nel conoscere te, Sally, nuova amica che vivevi con loro. Quanto siamo stati bene insieme, tu ed io, Sally. Quanti giochi e quante corse abbiamo fatto con i miei fratellini adottivi nel piccolo giardino! Sembrava che ci conoscessimo da sempre. Ivan e Valentina erano sempre con noi: lavoravano in casa al computer e i nonni curavano l’orto. Dovevo solo stare attento a non rovinare le piante e a non dare confidenza a chi girava intorno alla casa.

Credevo che questa nuova felicità sarebbe durata per sempre, ma, verso la fine dell’inverno, mentre noi giovani aspettavamo che si sciogliesse la neve per giocare più  a lungo all’aperto, iniziai a vedere i volti degli adulti sempre più  preoccupati e a sentirli commentare cattive notizie dei giornali.

Sono un cane, (sì, devo ammetterlo, anche se mi pare di essere un bambino) e perciò non so leggere e anche la tv e i telefoni per me sono scatolette con strane voci dentro. Ma i discorsi diretti degli umani un po’ li capisco e soprattutto capisco i loro sentimenti. Vedevo i miei umani tristi e mi accucciavo ai piedi ora dell’uno, ora dell’altra, ma loro non cambiavano espressione. Le donne mi accarezzavano, ma dai loro occhi scendevano lacrime. Un brutto giorno ho capito: “Vado al fronte” mi ha detto il papà, vestito in un modo strano, “proteggi la mamma, i bambini e i vecchi” ed è andato via.

Che cos’era il fronte? Non lo so. Perché non potevamo andare tutti con lui? Non so neppure questo. Valentina e la nonna piangevano piano, i bambini chiamavano il papà inutilmente. Eravamo rimasti tanti in casa, ma senza di lui, il mio salvatore, mi sentivo già un po’ più solo. Di nuovo, provavo quel senso di abbandono che ti lascia la morte della mamma. La vita andò avanti così per un po’, anche senza Ivan: dovevamo rassegnarci alla sua mancanza. Arrivò però presto un’altra brutta sorpresa, quando Valentina mi disse: “Io e i bambini ce ne andiamo lontano, non so ancora dove. Non riesco a portarti con noi. Resta qui e abbi cura dei miei vecchi. So che cercherai di proteggerli.”

E quando mamma e bimbi se ne furono andati lo feci: restai qui, con il mio senso di solitudine a farmi compagnia. Valentina aveva discusso per giorni con i nonni, diceva che era pericoloso restare, che dovevano partire con lei anche loro. Ma i vecchi rispondevano che non volevano lasciare la casa della loro giovinezza e che, tanto, prima o poi si deve morire e preferivano che capitasse lì. Sono solo un cane, ma, ascoltando quei discorsi, avevo già compreso che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere. Era triste non sentire più il chiasso dei bambini, non veder passare nessuno davanti allo steccato, udire solo dei colpi, lontani … ma per fortuna, oltre ai nonni, c’eri ancora tu, Sally, che sei riuscita a non farmi sentire del tutto solo.

Lo so, sono stato codardo e non ho pensato che era mio dovere difendervi, come mi era stato chiesto. Quando ho visto quegli uomini, quelle belve, entrare, distruggere tutto, colpire tutti, ho pensato solo a salvarmi fuggendo. Sono fuggito dalla nostra casa e mi sono nascosto finché è tornata la calma. Una calma strana, fatta di silenzio e solitudine, tra case distrutte e cadaveri insepolti. Ascoltavo la gente parlare, durante il mio vagare senza meta, quando ormai i nemici se ne erano andati. Non ho mai saputo che cosa volesse dire nemico, prima. I nonni avevano tanta paura dei nemici: “Sono cattivi” dicevano. Io non avevo mai visto i nemici, o, almeno, non li riconoscevo. Io riconosco le persone da come si comportano.  Capisco se sono buone da come agiscono. Quando i nemici sono arrivati, però, li ho riconosciuti subito, perché hanno trattato tutti male, gridando in una lingua per me incomprensibile. Ma il tono lo capivo benissimo. Ora so che cosa significa nemico. Ora che ho sentito chi è sopravvissuto dire che migliaia di persone sono state uccise nelle loro case o sulla strada o in stazione o che a milioni sono scappate all’estero. Ora che si dice che centinaia di bambini sono morti o rimasti orfani. Ora che non potranno più giocare spensierati.

Eccomi: sono tornato. Non so neppure come ho fatto a ritrovare la strada, tra tante macerie che rendono tutto irriconoscibile, ma volevo vedere come stavi, Sally, sapere se eri salva. Sono tornato a casa per cercare te, per cercare i vecchi. E i vecchi li ho trovati subito, morti, in quel che resta della nostra casa. Non avevano voluto lasciarla e vi sono rimasti in attesa, anche se non avevano più cibo da mangiare o da condividere con noi cani.

Prima ho trovato i nonni e poi te, Sally. Senza vita, uccisi senza motivo, per puro odio, quello che noi animali non conosciamo. Io non odio, non ne sono capace, mia madre mi ha insegnato a diffidare degli estranei, a difendermi da chi mi attacca, ma ad amare gli amici. E io ti ho abbandonato, per sopravvivere, anche se ti amavo, ma che vita sarà, senza di te, senza di voi? 

Una vita di solitudine, per sempre. Per questo ora sono qui per starti vicino finché potrò, te lo prometto. Qualcuno ti ha adagiata in una carriola, con un ultimo gesto di pietà, la pietà che non hanno avuto altri. Ci chiamano bestie, perché siamo solo cani, ma io mi chiedo: chi è la bestia e chi è l’umano?

 

Inserito il:06/09/2022 12:07:03
Ultimo aggiornamento:06/09/2022 12:29:05
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