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Aggiornato al 17/01/2018

Hanna Hirsch-Pauli (Stoccolma, 1864 – Solna, 1940) – Friends - 1907

 

Il discorso sull’amicizia (3)

di Gianni Di Quattro

 

Seguendo sempre il pensiero di Antonio Machado, mi piace l’idea di osservare il percorso della mia vita in relazione agli amici che la hanno riempita e le hanno dato un senso più che cercare di individuare i suoi momenti in relazione alle date che li hanno racchiusi o all’età in cui si sono svolti, come se fosse un curriculum professionale da consegnare a qualche cacciatore di teste.

Ed allora dopo gli amici del periodo giovanile e quelli dei primi anni del mio lavoro in Olivetti (di cui in due precedenti ricordi), ecco il periodo della elettronica.

Dopo la selezione di Elserino Piol, il gran capo delle operazioni di mercato, il corso in Via Baracchini a Milano, un corso di programmazione della durata di cinque settimane, noioso ma tenuto per fortuna da una splendida persona come Luigi Farese, un uomo perbene con il quale ho avuto un rapporto di grande simpatia e stima. Infatti, mi aveva proposto di andare a lavorare con lui quando in un secondo tempo e prima di approdare definitivamente all’Euratom, aveva avviato una sua società di consulenza, insieme ad Aldo Iberti, altra splendida persona forse un po’ pasticcione malgrado fosse ingegnere.

In questo corso ho conosciuto Peppino Perrotta e con lui è nata una amicizia speciale e fraterna che dura tuttora e che ha veramente connotato i percorsi della vita di entrambi.

Peppino è una persona di grande intelligenza e fantasia, capace di inventare soluzioni, progetti e relazioni come pochi, che ha percorso la storia della informatica del paese in varie posizioni e da molte angolazioni, con una sua vita complicata come si conviene ad una persona sempre proiettata alla sfida e da un po’ ormai approdata in un grande oceano di serenità con la sua compagna Rita.

Dopo il corso sono stato inviato a Valdagno per fare il programmatore presso la Marzotto cui doveva essere consegnato il primo grande elaboratore della serie (l’Elea 9003).

Tanti personaggi interessanti come Tony Fasoli uno della Bassa che sarebbe piaciuto a Gianni Brera sigaro compreso, Luigi Lanaro con l’aria del dongiovanni e che sposò poi (dopo molte conquiste) Franca considerata la più interessante ragazza di Valdagno, Umberto Padalino con l’aria dell’intellettuale mai rassegnato, il cattolico Raimondo Peri uso a fare scherzi da prete e poi prematuramente scomparso.

Il capo era Michele Cimino, detto il Vescovo perché assumeva spesso un’aria benedicente, divenuto poi il Direttore Commerciale della informatica alternativa alla IBM (General Electric, Honeywell, Bull) e che ancora oggi è impegnato a diffondere formazione commerciale e strategie di marketing con la sua associazione Adico. Ma c’era Ildo Frediani, un toscano fiero di esserlo con una verve che ricordava Montanelli anche perché entrambi erano di Fucecchio, il genovese Tommaso Moro con la sua aria sempre dinoccolata e che ti guardava sorpreso anche se dicevi cose che a te sembravano banali e lasciandoti nel dubbio se stava o meno prendendoti in giro. Si passavano le serate al Club Unione, si andava a Vicenza per vedere gente, a Padova per vedere uno spettacolo, ci si immergeva in grandi discussioni e speranze.

Dopo questo periodo a Valdagno mi hanno mandato prima a Roma per un po’ di mesi e poi a Milano ma non più come programmatore, anche perché non avevo dato prova di particolare perizia in questo campo. A Roma, per un breve tempo, il mio capo è stato Silvio Mondolfo, un piemontese cui piaceva fare il piemontese, sempre con l’aria di chi stava trattando con qualche Presidente le sorti dell’Europa Occidentale tutta.

Roma era bella, la sede era in Piazza di Spagna, si respirava un’aria strana come essere sospesi tra epoche diverse e come se l’eternità fosse da quelle parti una realtà.

A Milano la conoscenza con Marisa Bellisario, una amicizia importante e credo di potere dire anche reciproca, protagonista di primissimo piano nel settore della informatica (General Electric e Honeywell prima e poi Olivetti dove è stata l’artefice della trasformazione della impresa dalla meccanica alla elettronica sotto la guida di Ottorino Beltrami amministratore delegato) e poi nelle telecomunicazioni (con l’Italtel). Marisa è stata anche il simbolo di una presenza femminile nel mondo della imprenditoria e manageriale (ancora oggi esiste un importante premio a suo nome) e avrebbe sicuramente giocato un ruolo ancora più importante per il paese se non fosse purtroppo scomparsa prematuramente.

Una cosa credo utile ricordare e certamente da non dimenticare: quando si era arrivati quasi alla conclusione di una fusione tra la Telettra che era finita nell’ambito Fiat e la Italtel, cosa che avrebbe potuto creare una struttura industriale importante nel nostro paese (si sarebbe dovuta chiamare Telit) e che non si realizzò per il veto di Cesare Romiti (allora amministratore delegato Fiat) sul nome di Marisa come amministratore delegato perché voleva al suo posto un uomo Fiat ( soprattutto perché sapeva che Marisa non sarebbe stata ubbidiente come lui voleva nella sua megalomania del potere). Quando si dice che spesso uomini mediocri producono danni grandi si indovina certamente.

Marisa è stata una amica indimenticabile, io le sono stato vicino quando si innamorò di Lionello Cantoni soffrendo perché lui era sposato, poi quando, superati ostacoli e separazioni, si sposò facendole da testimone e poi sino all’ultimo momento della sua vita accompagnandola. Tra noi c’era un affetto profondo e la certezza che nessuno mai avrebbe abbandonato l’altro, in me nei suoi confronti inoltre una grande stima e ammirazione.

Tanti amici in questo periodo della vita. Lionello Cantoni, geniale, inquieto e forse mai completamente felice, Ciccio Dusio di Casale che parlava sempre della sua fidanzata Giovanna e non riuscivamo mai a capire se esisteva davvero, Antonio Pizzarello un calabrese amante dell’iperbole e dell’America dove poi è andato a vivere, Mario Italiani, nato docente anche quando non lo era, Marcello Polidori, l’immagine degli anni 60, Michele Pacifico, un filosofo che poteva fare tutto ma spesso vendeva la pelle dell’orso prima di averla, Mario Faioni, che fu mio capo, uomo di mondo e capace di dissacrare qualsiasi cosa ma molto bravo, Mario Grossi, triste e piccolo e amante dei poteri, Antonio Montaruli, aveva girato il mondo e raccontava le sue storie forse in parte inventate come fanno di solito i marinai.

E poi Aldo Rozza, bello come un attore e riflessivo come un filosofo, Giuliano Bezziccheri con il quale poi abbiamo condiviso tante esperienze professionali e una forte amicizia sino a quando lui ha deciso di interromperla, Claudio Fraschetti, un romano a Milano con il desiderio continuo di tornare a Roma e intanto si consolava con qualche pokerino, Giulio Occhini, una mente brillante ancora oggi al vertice dell’associazionismo tecnologico.

Su tutti naturalmente Ottorino Beltrami, il grande capo, un toscano ex comandante di sommergibile, eroe di guerra e molto intelligente, furbo e capace di grande generosità ma anche di profondi rancori. Ho sempre avuto con lui uno splendido rapporto ed ero solito consultarlo ogni volta che una decisione professionale incombeva e che poi ho ritrovato in Olivetti come amministratore delegato.

Ma ad un certo punto di questo percorso la mia voglia di andare avanti nella carriera mi aveva spinto a chiedere a Elserino Piol di potere accedere alla direzione di una filiale. E Piol, o per mancanza di fiducia o perché non aveva una filiale da darmi, decise di inventarsi una filiale volante e cioè una filiale inesistente che poteva agire un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Una soluzione che spinse Roberto Olivetti allora amministratore delegato della Olivetti a chiedere a Piol cosa era quella invenzione che poteva essere frutto della fantasia di Italo Calvino. A me stava bene perché comunque valeva la pena tentare e movimentare la posizione e poi ormai non potevo tirarmi più indietro.

In ogni modo, la prima area di attività di tale inesistente filiale fu la Sardegna e io sbarcai in quella meravigliosa isola prima dell’Aga Khan per dare una idea di come era allora ancora e dove conobbi amici meravigliosi e soprattutto Nicola, un fratello.

Il capitolo Sardegna prima di un nuovo rientro a Milano merita tuttavia una dedicazione speciale e allora rimando ad un prossimo ricordo. Lo dico per i miei pochi lettori.

 

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Inserito il:07/01/2018 12:07:43
Ultimo aggiornamento:07/01/2018 12:12:07
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