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Aggiornato al 29/09/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Olena Sokolovska (Croazia - contemporanea) - Zagabria

 

Il nostro novecento - Capitolo 16

di Tito Giraudo

(seguito)

 

16. Dagli altari alla polvere o anche: Dalle stelle alle stalle

 

Alle elezioni politiche del 1969 a Torino ci fu una novità. Presentammo candidato nella nostra circoscrizione Eugenio Scalfari. Era direttore de L’Espresso e, per aver avallato e pubblicato le tesi sul “Piano Solo”, cioè sul presunto tentativo di colpo di stato architettato dal generale De Lorenzo con l’ancor più ipotetico avallo del Presidente della Repubblica Antonio Segni, fu denunciato per diffamazione. Scalfari fu condannato dalla magistratura insieme al suo redattore Lino Iannuzzi, estensore materiale dei servizi (ricordate l’arabo travestito nel congresso della FGS?). Il PSI decise di candidarli entrambi per evitargli la galera. Scalfari fu mandato a Torino.

La prima volta che lo vidi fu al comizio di presentazione al cinema Romano. Ero con Panero e a entrambi fece una grande impressione: non avevamo mai sentito parlare così in campagna elettorale. Abituati ai toni comiziali, l’eloquenza e la logica scalfariane ci colpirono molto. Tra l’altro Eugenio era un gran bell’uomo. Un giovin signore di origini meridionali ormai trapiantato a Roma, dove aveva fatto una brillante carriera giornalistica partendo da Il Mondo di Mario Pannunzio, per arrivare alla direzione de L’Espresso che era il settimanale più letto dalla sinistra non comunista.

L’Espresso aveva allora un formato “lenzuolo”, tanto che veniva venduto piegato in due. Le sue campagne scandalistiche facevano quasi sempre centro, anche se il più delle volte erano dietrologiche e alquanto fantasiose. Brillanti erano i suoi redattori. Sergio Saviane aveva un’esilarante rubrica di critica televisiva, Camilla Cederna una di acuta critica del costume; il vaticanista era un ex sacerdote “spretato”, Carlo Falconi, autore di una chilometrica storia dei Papi. Iannuzzi era specializzato in scoop politici. Le sue assidue frequentazioni del palazzo (era sempre socialista), gli permettevano di orecchiare quello che si mormorava da tempo, che Nenni e il partito erano stati “avvisati” per far loro ingoiare i rospi morotei scongiurando il peggio, cioè una reazione autoritaria al riformismo del centro-sinistra.

A tutt’oggi le cose non sono state completamente chiarite. Iannuzzi, mentre scrivo è opinionista sul mondadoriano Panorama, anche se su posizioni di assoluto garantismo, continua a sostenere le buone ragioni di quell’inchiesta. Io non so se, dietro la calata su Roma di un manipolo di guardie forestali, ci fosse un più pericoloso organigramma repressivo nei confronti delle sinistre, con vere e proprie liste di proscrizione. Tendo a pensare che fosse uno degli ultimi capitoli della “guerra fredda”. Un avvertimento, piuttosto che un vero e proprio colpo di stato, sul quale tuttavia gli storici non hanno ancora detto la parola definitiva.

Un mondo diviso in blocchi si fronteggiava, non tanto sul piano militare, quanto su quello dei servizi. I socialisti che rompevano il fronte delle sinistre andavano bene. I socialisti, possibile testa di ponte al comunismo filo sovietico, non garbavano per nulla. I comunisti d’altra parte, al di là delle chiacchiere sulla “via italiana al socialismo”, mantenevano stretti rapporti ideologici con l’URSS, che rimaneva la loro più grande fonte di finanziamento e l’unico vero punto di riferimento pratico di socialismo reale. Una sorta di mito da propinare ai compagni di base che avevano mal digerito la destalinizzazione e non erano disposti a scendere dal paradiso.

Il sindacato rappresentava con evidenza questa impostazione. Noi della CGIL, e anche noi socialisti (pur se obtorto collo), aderivamo alla FSM (Federazione Sindacale Mondiale) che raggruppava tutto il mondo sindacale del “socialismo reale”. Queste associazioni di sindacale non avevano nulla: erano il feticcio politico di una classe operaia che, pur lavorando poco, guadagnava ancora meno e soprattutto non contava nulla. Al confronto i sindacati fascisti furono molto più autonomi e a volte anche più incisivi. Per molti di noi comunque la FSM rappresentava la possibilità di viaggiare nel paradiso del proletariato. Le mete in generale erano due: Mosca, la mitica capitale dell’impero dei Soviet, e la Germania orientale. Io andai a Mosca, in uno dei tanti scambi di delegazioni.

Alloggiammo in un tremendo hotel del centro, lo stesso che negli anni ruggenti post-rivoluzione ospitò i dirigenti dell’Internazionale Comunista, compresi Togliatti e Longo.

Quando si arrivava nei paradisi comunisti era esilarante osservare di sottecchi l’espressione di quei compagni di fede che vi sbarcavano per la prima volta. Di fronte allo squallore generale e all’evidente gap rispetto a un paese come il nostro, vagavano smarriti senza avere il coraggio di criticare apertamente. Dal loro atteggiamento traspariva la grande delusione, come dei mariti coscientemente cornuti. A quel punto intervenivano sempre i veterani: «Non è il lusso quello che conta, ma le scuole, gli ospedali e il lavoro!»

Era un richiamo all’ordine che in qualche modo rinfrancava quei turisti politici. Devo dire che anche noi socialisti, in parte ancora imbevuti della mitologia rivoluzionaria, cercavamo di vedere il bello dove proprio non esisteva. La delusione però che leggevamo nelle espressioni smarrite dei nostri cugini, ci ripagava di tante umiliazioni subite per la loro pretesa superiorità.

L’irreprensibilità di quei compagni aveva tuttavia qualche crepa, che non riguardava la morale proletaria, piuttosto quella sessuale. Da buoni italiani repressi partivano carichi di biro (allora introvabili nell’Olimpo), calze di nylon e altre amene merci di scambio. Dicevamo che sarebbero servite per barattarle con caviale e polpa di granchio, in realtà l’obiettivo erano le avvenenti e disinibite compagne proletarie. Io, in un conato di coerenza democratica, partii senza merce. Non scambiai nulla, ma quello che avveniva di notte nei corridoi degli alberghi era un via vai di avvenenti walkirie che entravano e uscivano dalle camere, quasi come oggi fanno le nostre madame per i saldi in via Monte Napoleone.

Una sera riuscii a convincere parte delle delegazione (i più giovani e meno disciplinati) a una fuga notturna per vedere Mosca by night, il tutto senza la presenza dell’interprete, chiaramente un funzionario del KGB. Le notti moscovite in realtà non erano entusiasmanti. In una città dove non esistevano piole private, ma mescite pubbliche con orari sindacali, la notte non era certo frizzante. Ci avevano però detto che al di là del fiume c’era una parte della città notevolmente più godereccia. Trovammo infatti in un quartiere una specie di “struscio” notturno e qualche locale aperto dove le alternative erano la vodka o una specie di spumante dolciastro che veniva dalla Crimea.

Fraternizzammo con un gruppo di ragazze che però si eclissarono alla vista di un individuo che ci osservava piuttosto attentamente. Capita l’antifona, decidemmo di tornare all’ovile. Per arrivare fin lì avevamo oltrepassato un ponte, ma quando cercammo di riattraversarlo era sollevato, non certo per far passare le navi a quell’ora, quanto per dividere la città e controllarla meglio. Eravamo bloccati.

Costeggiammo il fiume per cercare un ponte aperto, ma ci trovammo nello stomaco i mitra spianati di alcuni energumeni con la stella rossa sul cappello. La macchina fotografica che uno di noi aveva con sé, fu immediatamente requisita in malo modo. Ci portarono in un caseggiato buio e terrificante e iniziarono a interrogarci. Non dovevano essere abituati al turismo italiano in quella zona, perché loro parlavano in russo e noi rispondevamo in italiano senza comprenderci minimamente.

Capirono che eravamo una delegazione di sindacalisti italiani solo quando rintracciarono un interprete. Un’ora dopo arrivò trafelato anche il nostro interprete che fornì le nostre credenziali garantendo per noi e facendoci, di fronte a quei poliziotti, una tirata spaventosa sui doveri dell’ospite. Non fecero calare il ponte, ma ci scortarono in un sotterraneo che doveva passare sotto il fiume, e da lì raggiungemmo il nostro albergo. Bisognava vedere la faccia dei compagni! Io, passata la paura, sghignazzavo immaginando i loro pensieri. Trascorsa la notte però, si rinfrancarono, e al ritorno rimossero e negarono anche a loro stessi quell’episodio. Potenza della fede!

Il secondo viaggio fu invece ad alto livello. C’era stato un invito ufficiale dei sindacati jugoslavi alla segreteria nazionale della Fiom. Boni e Trentin non avevano nessuna voglia di andare al di là dell’Adriatico (iniziavano allora degli scambi molto più interessanti in Europa e anche con gli States) per cui delegarono i vice. Trentin cedette la palla a Bruno Fernex, Boni al sottoscritto, che non era proprio un vice, ma un importante segretario della grande federazione di Torino.

Fernex, un compagno tutto di un pezzo, era stato il predecessore di Pugno alla Fiom. Originariamente era un sindacalista che rappresentava gli impiegati della RIV, la fabbrica che produceva cuscinetti a sfera di proprietà della famiglia Agnelli. Prese quel viaggio abbastanza sul serio. Io ero emozionato, un po’ perché adoravo i viaggi all’estero, un po’ perché non avevo mai partecipato a una delegazione di alto livello e così ristretta da farmi sentire importante. Due alti funzionari sindacali e il solito interprete ci vennero a prendere all’aeroporto di Belgrado con una Mercedes nera. Ci alloggiarono nel miglior albergo di Belgrado e iniziarono così i colloqui bilaterali, nei quali i colleghi titini si sforzarono di spiegarci il loro fiore all’occhiello: l’autogestione operaia.

Tito e la Jugoslavia, pur essendo in tutto e per tutto comunisti, avevano salvaguardato un minimo di autonomia da Mosca. Stalin, non potendo invaderli, come aveva fatto con gli ungheresi grazie ai trattati di Yalta, lanciò loro una scomunica, ottenendo anche l’avallo sciagurato di Togliatti e soci.

Dopo la destalinizzazione krusceviana i rapporti erano ovviamente migliorati, ma il mio omonimo (il compagno Tito, intendo…) aveva mantenuto un’autonomia dall’impero che gli era valso un gran corteggiamento internazionale, e la posizione di leader dei paesi non allineati. In realtà era un “satrapo” comunista come tutti gli altri. All’interno vigeva lo stesso spirito repressivo e la totale mancanza non solo di liberalismo, ma di libertà. Dovendo però dimostrare al mondo un’inesistente terza via, si inventarono appunto l’autogestione operaia. Una specie di riedizione dei consigli di fabbrica di gramsciana memoria.

Fernex, come tutti i comunisti torinesi, era abbastanza gramsciano, e quindi all’inizio molto interessato. Io, un po’ per sano scetticismo socialdemocratico, un po’ per lo Slivovitz che ci propinavano ogni mezz’ora (un distillato da piccole e saporitissime prugne, ardito e bellicoso al palato e con un dominante sapore di mandorle amare) accompagnandolo con il caffè alla turca, approfittavo degli occhiali scuri per schiacciare deliziosi pisolini. Ogni tanto mi svegliavo, incontrando lo sguardo di riprovazione del compagno Fernex. Dalle discussioni passammo alla pratica, visitando gli stabilimenti per toccare con mano il miracolo economico dell’autogestione.

Nemmeno Fernex riuscì a giustificare il divario tra le parole e la realtà. Quelle aziende al confronto, non dico della Fiat, ma dell’ultima boita metalmeccanica torinese, erano dei veri cessi. Non solo per la mancanza di macchinari sofisticati, ma soprattutto per lo scarso entusiasmo degli “autogestiti”. In una delle riunioni con i colleghi dirigenti, chiesi quale fosse, nell’autogestione, il ruolo del sindacato. Mi fu spiegato che era “centrale” (parola usata dalla sinistra per dire tutto e nulla), sintesi tra lo Stato, la dirigenza e la produzione. Amen!

Nella realtà ogni fabbrica affiancava al direttore tecnico un commissario politico che provvedeva a portare il verbo della pianificazione socialista. Il sindacato aveva la funzione di far finta che, in questo timido tentativo di far giocare un ruolo ai manager, ci fosse la presenza dei lavoratori. Il fallimento di questa sperimentazione riformista fu che il sindacato divenne una burocrazia privilegiata, che mai avrebbe contestato il governo. I manager, di scuola socialista, non contavano nulla di fronte ai commissari, veri rappresentanti del potere costituito. Del potere di quei sindacalisti avemmo conferma durante le visite ludico culturali. Belgrado non era una bella città, ma certo era meno triste e controllata di quelle russe. Gli alberghi erano pieni di padri e figlie che sostavano nelle hall. In realtà papponi e puttane.

Sempre a Belgrado fummo ricevuti dal segretario generale dei sindacati, un papavero con una figlia magnifica (vera naturalmente). Ci invitò la sera nella sua dacia in riva al fiume, fuori città. Anche in quel paese socialista i veri ricchi erano quelli, con l’aggravante che rispetto ai nostri avevano un potere politico che Agnelli certo non si sognava.

Visitammo anche Zagabria, di cui si dicevano meraviglie di modernità ed efficienza, ma la città non ci colpì particolarmente. Fernex, che evidentemente si stava “rompendo”, si aprì di più facendomi capire che non credeva alle bufale che ci propinavano. Quando ci portarono sulla terrazza del grattacielo nel centro di Zagabria, opera del regime, avvenne il fattaccio.

A metà della discesa l’ascensore si fermò, lasciandoci nel buio totale. I nostri accompagnatori, due alti funzionari del sindacato di Zagabria, suonarono l’allarme, inutilmente. Gli addetti alla portineria o non c’erano o erano ubriachi, perché nessuno si accorse che eravamo bloccati. Per venti minuti continuammo a tenere premuto l’allarme in un ascensore che aveva un punto di partenza a terra e uno di arrivo in cielo, senza soste intermedie. Mi sa che i proletari salivano a piedi. Ogni tanto Bruno usava l’accendino per vedere qualcosa, la fiamma ne usciva tremolante, forse per lo scarso ossigeno dentro la cabina. Che strizza!

L’ascensore bene o male fu riportato a terra e qui scoprimmo il potere del sindacato. Quei funzionari dissero qualche parola all’omino che aveva consentito all’ascensore di tornare alla base. Il poveretto, che all’inizio pensava di essere ringraziato, dopo aver capito chi era rimasto bloccato, impallidì, iniziando a tremare, colto da un terrore per noi incomprensibile. Fosse successo in Italia a dei sindacalisti italiani e ci fossimo permessi lo stesso tono, avremmo innescato come minimo lo sciopero nazionale degli ascensoristi, magari della CISL (quelli della CGIL ci avrebbero solo spernacchiato).

Tornammo a Roma e io dall’aeroporto proseguii per Torino. Non ero molto tranquillo sulla relazione che Fernex avrebbe fatto del viaggio, per via delle mie dormite. Informai telefonicamente il mio amico Soffiantini sull’andamento dei colloqui bilaterali e sulle cazzate che ci propinavano. Gli riferii anche della mia impossibilità a frenare la catalessi ideologica, non potendo interporre la benché minima contestazione. Soffiantini capì l’antifona e informò tutti nel modo giusto circa le mie dormite. Quando Fernex tentò una critica, mancò completamente l’effetto sorpresa. Qualcuno arrivò a chiedergli come mai non avesse approfittato pure lui per farsi una pennichella. Qualcosa era certamente cambiato anche alla Fiom.

Dopo questa digressione internazionale torniamo al bell’Eugenio. In sede giudiziaria, accusati Scalfari e Iannuzzi di diffamazione a mezzo stampa, non ci furono prove provate e i due furono condannati al carcere. Attendendo l’appello pensammo bene, come socialisti, di eleggerli in parlamento e con l’immunità parlamentare evitargli le manette. In realtà fu soprattutto un’operazione politico-mediatica-elettorale, dal momento che erano considerati eroi della libera stampa di sinistra.

Ci rimise le penne il buon Carletto Mussa, che non fu più rieletto deputato a favore appunto di Scalfari il quale, come deputato eletto a Torino, diventò un punto di riferimento della nuova corrente che andava formandosi: i giolittiani.

Antonio Giolitti, nipote dell’uomo di Dronero, deputato socialista nella circoscrizione di Cuneo, era stato ministro del bilancio nel primo governo Fanfani. Lombardiano doc, aveva condiviso le intransigenze di Riccardo lasciando il governo e diventando uno dei leader della corrente di cui io e gli amici torinesi facevamo parte. Giolitti proveniva dal PCI. Era uno di quei giovani intellettuali che nel dopoguerra erano stati attratti in quell’orbita da un’oculata politica diretta all’intellighenzia, concepita e attuata da Togliatti. I fatti ungheresi li misero in crisi. Molti ingoiarono il rospo, alcuni, i più coerenti, lasciarono il partito. Tra questi il nostro amico Antonio.

Il gruppo dirigente dei socialisti torinesi autonomisti era composto, come s’è visto, dal sodalizio massonico-resistenziale che aveva come leader il mio amico Borgogno, il quale a sua volta aveva nel massone Del Mastro il proprio nume tutelare. Per la verità ci trovammo giolittiani quasi senza accorgercene. Noi giovani eravamo portati, come sempre accade, ad abbracciare posizioni intransigenti. In quel caso Borgogno dovette lavorarci ai fianchi perché nessuno di noi si sognò di contestare la svolta moderata.

In realtà le posizioni di Lombardi stavano diventando anacronistiche in un partito che, con l’unificazione socialista, aveva cambiato volto. Anche la federazione torinese nel frattempo era cambiata. L’ingresso di quelle che chiamavamo “le bande” stava mutando il costume politico interno. Le vecchie sonnolenti sezioni fino ad allora frequentate soprattutto da pensionati, in occasione dei congressi venivano invase da turbe di “terroni” che rispondevano solo al capo bastone. Ammorbidire le nostre posizioni significava prendere atto che eravamo ormai in un partito di sinistra moderata e che un’inutile intransigenza serviva solo a rinforzare le correnti filo-governative moderate e rinunciatarie (ma non al sottogoverno). Noi giolittiani saremmo entrati al governo per spostare l’asse a sinistra.

La rottura della corrente lombardiana a Torino fu verticale. Con Riccardo rimasero diversi compagni, soprattutto per l’influenza anche economica che esercitava Nesi. Noi giovani: io, Giusy, Cardetti e altri, diventammo quindi giolittiani. La nostra forza interna derivava da quella del vecchio partito autonomista (che aveva però perso per strada Lamberto e Paonni, i quali non avevano mai abbandonato le posizioni nenniane), e quella dei “lucani”, capitanati da Michele Moretti.

Ci trovammo quindi in casa anche noi una di quelle “bande” a cui guardavamo con tanta puzza sotto il naso. Ancorché di sinistra, eravamo in fondo razzisti quel tanto che bastava. In realtà i “lucani” erano tutti brava gente. Magari la maggioranza era socialista solo per appartenenza a un clan, ma certamente non erano inquinati da componenti mafiose. Poco alla volta diventammo amici di Michele, e le sue truppe ci servirono nelle battaglie congressuali.

Secondo previsioni, Giusy svettava in mezzo a noi per impegno, ma soprattutto per intelligenza politica. Cardetti si era inserito nel gruppo a pieno titolo, in realtà era stato il ponte per l’adesione giolittiana di Moretti. Giorgio era un ragazzo intelligente e politicamente coerente, con un solo grande limite, anteponeva la propria ambizione a ogni cosa. Si era fatto mentalmente una scaletta per la sua futura carriera, che contemplava un certo rigore morale e politico, senza sottovalutare gli aspetti tattici e di potere. In realtà Giorgio era l’eminenza grigia di Michele Moretti, ottimo organizzatore e leader delle sue truppe, che mancava però di vera cultura e della capacità di far politica a livelli accettabili. Quando Giorgio cercherà di entrare in consiglio comunale esagererà nei giochi preferenziali, perdendo momentaneamente il sostegno morettiano. Trombato, dovrà affrontare i problemi della sopravvivenza economica personale e, grazie al compagno Manca allora presidente della Rai, verrà assunto nell’organismo radiofonico come giornalista. Da allora cominciammo a sentire il nostro amico al Gazzettino Padano.

Io, diviso tra l’impegno nel sindacato, nel partito e nella famiglia, ma soprattutto occupato a “vivere” il più intensamente possibile, ero il meno incisivo dei tre. Nessuno metteva in discussione quello che rappresentavo nel sindacato. Mi ero adagiato in una comoda posizione che aveva il limite di un’ambizione astratta, non finalizzata a obiettivi concreti, né nel partito, né nel sindacato.

Quando Annibale Carli lasciò la segreteria socialista della Camera del Lavoro per andare a fare l’assessore nel comune di Torino, si parlò di me per la sua sostituzione. Da Roma giunse il niet di Boni che non mi voleva perdere alla Fiom, quindi Carli fu sostituito da un funzionario socialista della CGIL romana.

Senza saperlo, per me fu l’inizio della fine. I miei rapporti all’interno della Fiom di Torino andavano peggiorando. Le mie continue punture di spillo politiche, accompagnate da uno scarso impegno burocratico in un’organizzazione che mi tollerava a malapena, non contribuivano certo a rinforzare la mia posizione. Ero probabilmente il numero uno socialista nel sindacato di Torino, per idee e dialettica, ma non diventai mai un vero leader per i miei limiti organizzativi. In queste condizioni affrontai e persi il congresso della CGIL del 1969.

In famiglia le cose procedevano in sostanziale normalità. Sonia cresceva e Maria era nuovamente incinta, in attesa del secondogenito. Sonia aveva due anni, era una bella bambina bionda e grassottella con un buon carattere. L’alloggio di via Don Grazioli era confortevole i soldi in tasca erano pochini ma la vita procedeva discretamente serena. In famiglia ero una presenza un po’ evanescente. Il mio comportamento però, a differenza di altri compagni impegnati come me in politica, fu sempre abbastanza normale. Maria sapeva più o meno cos’era il mio lavoro e mi lasciava la più ampia libertà. Io d’altra parte, non essendo uno stakanovista e non avendo ambizioni spropositate, davo un colpo al cerchio e uno alla botte, tenendo in piedi la baracca.

Maria si era dimostrata una brava mamma; anche se le sue insicurezze la portavano a essere a volte troppo apprensiva, ma trovò un ottimo pediatra, il dottor Balocco, che la consigliò bene e quindi non ci furono grandi scosse, a parte una. Scoprì che aveva delle perdite vaginali rosse, me lo disse terrorizzata e io telefonai al mio amico, il prof. Terzi, per una visita immediata. Igino Terzi, primario di ginecologia all’ospedale Maria Vittoria di Torino, era il genero del compagno Ventavoli. I medici socialisti quando sentivano la mia voce al telefono si mettevano sull’attenti, considerandomi (a torto) un uomo di potere. Avevo organizzato e presieduto un importante convegno sulla riforma del sistema sanitario, alla presenza dell’allora ministro socialista Mariotti. Avevo introdotto il convegno con una chilometrica relazione scopiazzata naturalmente dal progetto di legge. Avevo parlato più di un’ora senza capire quasi nulla di quello che dicevo, il che mi era valsa la nomea di esperto e boss sanitario.

Terzi ricevette subito Maria, la scambiò però per una cliente normale perché, dopo averla visitata, le propinò un pistolotto poco simpatico: «Signora, – disse – i casi sono due: o è una piaghetta nel collo dell’utero da cauterizzare, o è un tumore da asportare.» Maria ha sempre avuto, e non saprei darle torto, un gran terrore dei tumori. Tornò a casa in trance. Quando me lo disse io, da quell’ottimista che sono, pensai a una piaghetta. Lei decise che era un tumore. Dopo aver passato una settimana allucinante, mi costrinse a una telefonata a Terzi che confermò di non aver riconosciuto Maria, ma che comunque non dovevo preoccuparmi. Per me la cosa era finita, ma per Maria, convinta che le tacessi qualcosa, la paranoia continuò. Una vicina di casa le disse che in via Guido Reni c’era un paragnosta miracoloso che non sbagliava mai le diagnosi, fui costretto ad accompagnarla.

Quello che successe, se non fosse stato per il terrore di Maria, sarebbe stato anche esilarante. Entrati in sala d’aspetto, dove c’erano altri malcapitati, si sentiva arrivare dalla stanza vicina la voce cavernosa del mago. Quando Maria fu fatta entrare tremava come una foglia: io non potei accompagnarla, ma lei dopo mi raccontò. Stesa sul lettino, il mago fece dondolare un pendolino e, giunto all’altezza dell’inguine, per facilitare il lavoro del pendolo le slacciò addirittura la cintura dei calzoni: «Lei farà girare ancora a lungo le palle a suo marito» fu la diagnosi dell’orco. Maria uscì abbastanza sollevata dopo aver lasciato l’obolo, convinta però che quello fosse un ciarlatano.

Aspettò perciò con ansia la visita definitiva di Terzi che, come entrò nello studio, le disse: «Potevi dirmelo che eri la moglie di Tito!» La fece stendere sul lettino, le mise una piastra come “terra” sotto il sedere e in due minuti le cauterizzò la piaghetta. Se fosse stata una madama, probabilmente il rito sarebbe durato di più, ma è proprio con quei compagni medici che avremmo fatto in seguito la riforma sanitaria “di classe”. Lui, comunque, fu disponibile e bravissimo in occasione del parto di Marco e di questo lo ringrazio ancora. Mio figlio, infatti, nacque anche lui di domenica, come Sonia, mentre tutti ascoltavano le partite, compresi gli ostetrici. Grazie ad Igino e al parto pilotato, Marco fu sparato come un missile e Maria non soffrì per niente.

Ma veniamo al congresso della CGIL. A Torino il gruppo Garavini-Pugno si era duramente contrapposto a livello di partito alle tendenze riformiste presenti nel PCI, grazie ad Amendola e Napolitano, e nella CGIL a Luciano Lama. Lama era il candidato dei destri alla successione di Novella; e anche il nostro Fernando Santi, ormai vecchio e stanco, avrebbe lasciato l’impegno sindacale. Era quindi un congresso importante che avrebbe rappresentato una svolta riformista nella CGIL. Grazie a noi socialisti (e per la verità anche a Lama) l’unità sindacale era andata avanti e quindi occorrevano linee più moderate.

Nel PCI si contrapponevano due tesi opposte. Quella amendoliana, riformista e aperturista nei confronti dei socialisti, e quella ingraiana, vetero comunista ma anche stranamente libertaria. In realtà, dopo la morte di Togliatti e soprattutto dopo il memoriale di Yalta, che aveva definitivamente informato i compagni che Stalin da “piccolo padre” era diventato un grande criminale, nel PCI comandava un grande centro che si barcamenava tra analisi verticistiche abbastanza coraggiose e, a livello di base, una pratica demagogica e settaria nei confronti dei socialisti.

A Torino e a Roma dovettero decidere che la leadership di Garavini e Pugno non era più “in”, e quindi pensarono di operare nel congresso un vero e proprio colpo di mano. C’erano state delle avvisaglie. Un gruppo di compagnucce psicologhe fece una ricerca sui crani dei funzionari della Fiom. Psicanalizzarono un po’ tutti, compreso il sottoscritto che, con quelle signore nemmeno troppo brutte, diede il meglio di sé. Alla fine fecero una relazione, mai pubblicata, dove si evinceva che Pugno era un pazzo, capo di pazzi che vivevano di miti e leggende. Chiusi e settari, non erano in grado di far crescere i giovani (tra cui naturalmente il sottoscritto) che avrebbero potuto costituire il vero rinnovamento.

In questo clima a Roma fui avvicinato dal compagno Scheda, uno dei vice segretari comunisti della CGIL, il quale mi fece capire che contavano sul mio aiuto per un’azione di rinnovamento. Sapeva come ero ingiustamente trattato nella Fiom di Torino e mi invitava a far fronte comune per un rinnovamento dei quadri dirigenti locali. Naturalmente ebbe il mio entusiastico consenso. Mi furono dati due riferimenti di “amici” comunisti, De Stefanis della Fiom, responsabile sindacale Olivetti, e Brenno Ramazzotti, vice segretario della Camera del Lavoro di Torino.

Ramazzotti era un compagno simpatico, non settario, ma purtroppo di levatura modesta. Gli fecero balenare la segreteria responsabile e lui iniziò a fare la fronda congressuale alle posizioni di Pugno e Garavini.

Io mi organizzai. Ebbi l’alzata d’ingegno di dare vita a una rivista ideologica attorno alla quale coalizzare riformisti e unitari del sindacato. La chiamai Unità ed autonomia sindacale. Su carta patinata, elegante, con i disegni del compagno architetto Egisto Volterrani, allievo del compagno prof. Astengo, assessore all’urbanistica del Comune. Astengo fu uno degli estensori di quella riforma urbanistica nazionale che, nel bene, bloccò l’abusivismo e la speculazione edilizia e, nel male, paralizzò quasi tutto il comparto delle costruzioni, condannando i comuni a un sostanziale immobilismo. Egisto, detto Egi, faceva anche il pittore: storica fu una sua mostra dove in cinquanta quadri era rappresentata la vagina della moglie, anche lei architetto.

I soldi per stampare la rivista li chiesi a Nesi, che fece stanziare un contributo di 500.000 lire dalla Cassa di Risparmio di cui era vicepresidente. Su quel primo (e ultimo) numero scrissi un articolo sull’unità sindacale. Ci scrissero soprattutto Ramazzotti e De Stefanis, oltre a Cesare del Piano della CISL e Raffo della UIL, sancendo così un’alleanza, e dando un segnale ben preciso. Per la prima volta avevamo diviso i comunisti: un risultato insperato.

Non è da credere che i congressi della CGIL si svolgessero democraticamente! Chi parla di democrazia e di rapporto con le masse, in realtà di quest’ultime se ne frega bellamente. Centinaia di congressi avevano luogo, regionali, provinciali, di categoria e di fabbrica, ma tutto si concordava nelle stanze di partito, soprattutto di uno, il PCI. La partita torinese si giocò nella federazione di corso Francia prima, e alla CGIL romana poi. La situazione del PCI allora non era molto differente da quella del PSI, perennemente dilaniato dalle fazioni. Da loro però era tutto molto sotterraneo, non si percepiva, se non avendo amici che si confidavano. Successe comunque che tra gli ingraiani e gli amendoliani ci fosse appunto un grande centro mediatore. Compagni che non si esponevano mai, che credevano nel centralismo burocratico, che forse non avevano grandi intuizioni o solamente non erano abituati a pensare con la loro testa. Il centro e la destra comunque avevano deciso di condizionare Garavini mandandolo alla segreteria regionale, noto cimitero degli elefanti, cercando nel contempo di impedire a Pugno di diventare il segretario della Camera del Lavoro.

Ramazzotti sarebbe diventato il segretario e magari De Stefanis avrebbe in seguito pensionato Aventino Pace, che nell’organigramma ingraiano avrebbe sostituito Pugno. Naturalmente i maneggi erano sotterranei, all’apparenza non si vide nulla. Qualche sorriso in più tra me e De Stefanis. Con Ramazzotti, molto più aperto, avevamo sempre simpatizzato. La partita la giocarono tutta tra di loro. Accadde probabilmente che, tra la destra e la sinistra, il centro diede un colpo al cerchio e uno alla botte. I destri la spuntarono mettendo in segreteria nazionale Luciano Lama come numero uno, bilanciarono la cosa facendo vincere gli ingraiani a Torino, buttando a mare il buon Ramazzotti e naturalmente il sottoscritto, che comunque per loro non contava nulla. Al congresso provinciale Pugno fu giubilato. Garavini andò al nazionale e per me iniziarono i tempi duri. Una settimana dopo il compagno Ramazzotti mi raccontò in lacrime che l’avrebbero mandato in esilio a Mosca, dove si sarebbe occupato di commercio estero. Meno male che i gulag siberiani andavano chiudendo…

Quel congresso nazionale fu comunque una svolta. La segreteria di Lama valeva certo il compromesso torinese. Fernando Santi se ne andò in pensione con un nobile discorso, caratterizzato da una frase che non dimenticherò. Alla fine di un memorabile intervento disse che lui si sentiva l’ultimo dei riformisti, una razza in via di estinzione. Al suo posto andò il compagno Mosca, un mastino dell’apparato socialista. Venne aggiunto a Lama, fregando Boni, il vero artefice della riscossa socialista in CGIL che, con pochi santi in paradiso, finirà la carriera al CNEL.

All’apparenza tutto continuò come prima. Pace prese il posto di Pugno e i rapporti in segreteria migliorarono. Avevo sottovalutato però lo spirito di vendetta dei comunisti.

La prima avvisaglia si manifestò un mattino. Entrato in commissione Fiat di fronte a numerosi compagni che stavano chiacchierando, fui aggredito da De Stefanis che mi prese per il cravattino dandomi del mestatore. Rimasi senza parole e senza fiato, iniziavo a capire che per me alla Fiom non era più aria.

Il secondo fatto fu molto più drammatico. Responsabile della contabilità era una donna simpatica e per nulla settaria, si chiamava Lia. Era la nostra mamma amministrativa: se avevamo qualche piccola esigenza o difficoltà ci aiutava volentieri con anticipi sullo stipendio. Io ero pagato in nero e i livelli retributivi erano quelli dell’operaio comune, non certo della Olivetti, ma della Fiat. A Lia venne un tumore al seno, e in quegli anni se ne salvavano poche. Zia Chetta che ebbe la stessa operazione, fu più fortunata, durò dieci anni. Lia lo fu meno, in un anno ci lasciò.

Al suo posto andò la moglie di Bollito, quella che tirava i volantini al ciclostile. Mi dovettero “curare”, perché scoprirono che mancavano all’appello 125.000 lire dei contributi sindacali dell’Ansaldi, consegnati nei giorni caldi dell’occupazione della Giovanetti. Io, preso dai furori rivoluzionari in quel di Settimo Torinese, avevo incamerato quei soldi assieme a quelli delle questue del popolo, dimenticandomi di farlo presente e scordandomene totalmente. Finché una mattina la compagna Bollito mi chiese dove erano finiti. Mi prese un coccolone! Subito non ricordai nemmeno di averli presi e spesi per la Giovanetti, quindi non so cosa bofonchiai. Di queste sviste ne capitavano sovente in un ambiente dove il disordine amministrativo regnava sovrano e dove si era in tant’altre faccende affaccendati. In genere al funzionario se ne chiedeva ragione e lo si invitava a giustificare o provvedere. Negli ultimi mesi successero due cose analoghe e, guarda caso, a due funzionari in disgrazia di cui si liberarono (altre vendette post-congressuali).

Con me la vicenda sarebbe stata più complessa. Lo sapevano da mesi e nessuno mi aveva chiesto ragione. Una mattina mi trovai Piero Boni alla Fiom. Era venuto anche per altro, ma ”l’affaire” fu montato ad arte. Il compagno Pugno parlò con lui che lo informò del misfatto dicendogli: «Se me lo chiedi ufficialmente, non è successo nulla.»

Boni, che sotto, sotto era un moralista, mi disse che mi ero fatto fregare. Lui al ricatto di Pugno non si sarebbe prestato, quindi mi consigliava di andare a fare il segretario alla Camera del Lavoro di Novara per cambiare aria. Ringraziai, ma dissi che della CGIL e dei comunisti ne avevo le palle piene e che sarei tornato a lavorare nel mondo reale. Il mio posto fu ricoperto da un non troppo solidale Panero, che un anno più tardi diventerà capo del personale alla fabbrica Bugnone, quella del Kuki. Fine di una brillante carriera.

Certo, essere sconfitti in quel modo bruciava, considerando che era stata anche un’umiliazione. Maledissi la mia avventatezza amministrativa, ma in fondo mi liberai di un grosso peso. Vivere in un ambiente con pochi amici e tanti nemici che ti detestano non era piacevole. Tornai dagli amici di partito che fecero finta non fosse successo nulla. Solo Borgogno mi prese da parte dicendomi: «Caro Tito, i metodi dei comunisti non cambiano mai. Quando non ti possono far fuori politicamente, lo fanno con la denigrazione e montando tranelli. Perché non me ne hai parlato subito? Sarei andato da Pugno a ricordagli le sue leggerezze e la cosa sarebbe finita lì».

Dissi che se avessi voluto dare battaglia l’avrei fatto e anche con successo. Confessai però di essere stanco di quell’ambiente e che, essendo ancora sufficientemente giovane, mi andava di ricominciare una nuova vita lavorativa meno basata sulla politica. Borgogno mi offrì di lavorare con lui come rappresentante della Burgo, e per qualche mese mi misi a vendere sacchetti di carta.

Ero rientrato nel mondo reale.

(Continua)

 

Inserito il:04/03/2020 11:46:05
Ultimo aggiornamento:04/03/2020 12:31:13
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