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Aggiornato al 19/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Renato Guttuso (Bagheria, 1911 – Roma, 1987) – La Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio (1951)

 

Frattocchie, una leggenda

di Maurizio Merlo

 

L’emancipazione della classe lavoratrice

deve essere opera della classe lavoratrice stessa.

(Karl Marx)

 

L'Istituto di Studi Comunisti, meglio conosciuto come Scuola delle Frattocchie, è stata l’istituzione centrale della formazione dei quadri e dei dirigenti del Partito Comunista Italiano, dal dopoguerra fino al 1993. La scuola, commentava Il Giornale.it, era sita “al chilometro 22 dell’Appia Nuova, nella frazione Frattocchie del comune di Marino … Tutti i capi del partito vi hanno passato settimane di indottrinamento: molti ricordano ancora l’aula magna con la copia della Battaglia di Ponte Ammiraglio dipinta da Renato Guttuso …”. La scuola, affermava Simonetta Fiori su La Repubblica soltanto nel novembre 2017, era “una centrale di educazione collettiva che ebbe il merito di introdurre alla partecipazione politica moltitudini di analfabeti…. Era semplice il precetto … che all’attuale ceto dirigente potrà apparire oscuro e incomprensibile: «Se vuoi dirigere, devi studiare»”.

Mi ritrovai, sceso dall’autobus di linea, all’ingresso di una villa d’epoca che nei miei ricordi non so definire nei suoi aspetti architettonici, ricordo fosse carica di autorità, energia e silenzio, ombreggiata da grandi filari di maestosi pini marittimi.

Era la fine inverno del 1976 ed ero stato mandato dalla Federazione di Palermo.

Mi accompagnava un affabile compagno dei Cantieri Navali di quella città.

Entrai in quel silenzio rispettoso, che mi apparve come “il Tempio” della cultura operaia e comunista, il luogo della formazione della “meglio gioventù” del Partito.

Passai da una reception che se ricordo bene confinava con una luminosa biblioteca e lì fui ricevuto da un anziano compagno, molto garbato, di stile asciutto ed elegante, un’aria da intellettuale borghese. Mi appariva, certo ai miei occhi di allora, come un bel socialdemocratico scandinavo più che un comunista bolscevico; era un autentico topo di biblioteca, tutto dedito alla classe operaia e al partito. Mi dette accoglienza e prime istruzioni.

Il clima era quello del Partito Comunista Italiano di allora, austero, distaccato e così ricco di fascino, un’Italia realmente diversa, al di là dei proclami. Una storia con radici forti e mi interrogavo sulla forza e sulla provenienza di quelle radici, di quella educazione.

Quella Scuola era il luogo dove veniva rifinita la formazione dei quadri comunisti che avevano l’onore, per meriti di militanza, di accedere ai suoi metodi e alla sua eccellenza d’insegnamenti, come pensavo allora; oggi penso: d’indottrinamento utile. Ma, sia chiaro, non rinnego nulla di quel passato.

La grande maggioranza dei frequentatori erano quadri di fabbrica comunisti e infatti, a pranzo, mi trovai accerchiato da compagni dell’Ansaldo di Genova, di Mirafiori di Torino, dei Cantieri Navali di Palermo, noi studenti eravamo una esigua minoranza.

A tavola bevvi del buon vino bianco dei Colli Romani, tra risate divertite che mi accolsero al battesimo di Frattocchie; erano quei compagni che lavorando da funzionari nel Partito o nel Sindacato, facevano periodi di formazione di alcuni mesi e quindi erano lì da tempo e si sentivano ormai padroni di casa. Le risa accompagnarono prolungatamente il mio bicchiere di vino. Poco dopo mi fu spiegato a cosa erano dovute. Da quel momento, per tre giorni, sebbene ci fossero alcune belle compagne tra noi, non avrei pensato ad altro che a studiare. «La ragione?» mi sussurrarono: «Il partito, in via precauzionale, fa mettere nel vino gocce di “qualcosa” che azzera sessualmente i partecipanti alla scuola». La cosa mi impressionò, divertì, sconvolse al tempo, le compagne mi lanciavano occhiate ammiccanti e complici, come a dire “qui non si scherza, siamo venuti per studiare!”.

Condividevo la stanza con il compagno palermitano dei Cantieri. Lui si sentiva a suo agio, era stato lì altre volte.

Dopo pranzo andai a fare una doccia calda e mi premurai di constatare le mie reazioni sessuali. Fu una doccia prolungata e dovetti capitolare ammettendo che i miei virili 23 anni erano stati abbattuti da poche gocce di …, chissà quale sostanza; la dose era però scientifica, mirata ed efficace; aveva colpito con precisione e soltanto in una direzione, per il resto mi sentivo sveglio, vigile e in forza più che mai.

Avevamo in programmazione tre sessioni di studio a cui dedicarci: la prima il rapporto partito-sindacato, i suoi profili storici e l’attualità, relatore principale l’indimenticabile dirigente della CGIL Rinaldo Scheda. Lì i compagni operai si sentivano a casa loro, noi studenti eravamo atterrati in un pianeta nuovo di zecca, quello dei conflitti di fabbrica, di cui avevamo qualche ricordo dagli scontri di piazza avvenuti pochi anni prima a Torino, in Corso Traiano, pochi anni prima, o dalle avvincenti letture dell’ “Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci o ancora dalla memoria di qualche bel film visto, come “La classe operaia va in Paradiso”, magnifica opera del 1971, diretto da Elio Petri, con musiche da leggenda di Ennio Morricone.

La seconda sessione: situazione internazionale e incontro con un funzionario dell’Ambasciata sovietica a Roma, esilarante teatrino di cui dirò tra poco.

E infine la terza: dibattito ideologico sulla concezione del Partito e dello Stato in Lenin e Gramsci, relatore Luciano Gruppi, in veste di responsabile pro-tempore della Scuola. Quel tema, da studioso di “filosofia del diritto”, nonché allievo di Uberto Scarpelli e assiduo frequentatore delle lezioni di Norberto Bobbio, era il mio pezzo forte su cui avrei puntato tutto.

Le tre giornate furono intense.

Ero rimasto incantato dall’oratoria garbata e puntuale di Rinaldo Scheda. Fu la parte dei lavori che mi fece capire con quale zelo venivano preparati quei corsi e le relative dispense, sintetiche ma scritte con l’obiettivo di dare spunti di approfondimento e con grande lavoro intellettuale e ideologico alle spalle. Erano dispense, bignamini, ma il lavoro era quello di importanti dirigenti, con storia personale e collettiva.

Ma dicevo del siparietto della nostra “classe operaia” che incontrava il burocrate sovietico. Ne fui non soltanto divertito, direi estasiato dalla personalità politica di quei compagni, molti dei quali avevano soltanto la scuola dell’obbligo e una formazione costruita nella militanza politica e nella lettura attenta dei giornali e delle riviste. Ricordo a tal proposito con quale impegno vergavano a penna ogni articolo considerato di rilievo, antefatto evidente di una loro puntuale, successiva archiviazione; per quei compagni leggere Rinascita o MondOperaio non era soltanto informazione politica ma vero e proprio studio e approfondimento. E così presi gusto anch’io, da lì a venire, a sottolineare i commenti di Napolitano, di Reichlin, di tutti i grandi dirigenti d’allora.

Ma torniamo a quanto dicevo: un dirigente della Scuola traduceva i flemmatici discorsi del burocrate, robusto, volto ben nutrito, direi brezneviano, in giacca e cravatta e voce russa cadenzata e ripetitiva, ma i compagni non erano ben disposti e iniziarono a interromperlo, a contestarlo. La cosa era fuori dal costume del Partito.

Era in atto un fuoco incrociato sul ruolo internazionale dell’URSS, i rapporti con la Cina, con i Paesi del cosiddetto Patto di Varsavia e con i cosiddetti “non allineati”.

Il dirigente nostro traduceva e continuava a sollecitarci con un asettico “vi prego compagni” ma niente da fare e siccome al di là dell’inconsueto costume, le critiche erano pesanti e con toni ai limiti dell’irriguardoso, maturai il sospetto che il traduttore risparmiasse al sovietico la portata esatta degli interventi; lo dedussi dal fatto che il volto paonazzo del burocrate russo non manifestava altra espressione se non disappunto per lo stile della discussione, in riferimento alla quale non credo proprio avesse contezza della gravità delle accuse.

Ma il pezzo forte doveva venire e fu l’incontro con Luciano Gruppi, il mio campo di battaglia. Tra rivoluzione d’ottobre, dittatura del proletariato, Stato e Partito, rivoluzione in Occidente, avevo anche fatto un’approfondita, quanto illuminante ricerca sull’”opera” di Vichinsky e poi la materia la conoscevo a fondo, anche per i miei studi filosofici e filosofico-giuridici; ero un appassionato di Gramsci in chiave critica nei confronti dello Stalinismo e le facoltà umanistiche a Torino erano state in quegli anni un bel campo di battaglia; in particolare lo scontro ideologico tra comunisti e sinistra extra-parlamentare e, tra altri, con Gruppi jr., esponente di Lotta Continua e figlio di Luciano Gruppi.

Gruppi aveva relazionato sostenendo la tesi ufficiale del Partito: “c’è continuità di pensiero nella teoria dello Stato e del Partito tra Lenin e Gramsci”.

Io soffrivo nella mia sedia perché dissentivo e avevo sostenuto fin dalla mia tesina “Gramsci: cultura e rivoluzione” (tenuta alla maturità liceale con il mio prof. Giuseppe Barbaccia di Palermo, socialista, poi craxiano dai tempi del Midas, congresso nel quale Bettino Craxi fu eletto segretario del PSI) che il concetto di “egemonia” in Gramsci rappresentasse una robusta premessa ideologica per il superamento della “dittatura del proletariato” di stampo squisitamente marxista-leninista.

Ma la questione, oggi, Anno Domini 2017, ha perso tutto il suo fascino politico-ideologico e non è questo infatti il punto saliente della mia narrazione. Il punto è un altro.

Presi la parola e com’era mio stile già allora, non feci sconti a nessuno. Intervenni per distruggere in modo educato ma feroce il pensiero di Gruppi, uomo che nel Partito aveva tutto il suo carisma di ideologo ufficiale insieme a pochi altri.

I compagni dei Cantieri navali, dell’Ansaldo e di Mirafiori mi guardavano inebetiti rotando continuamente lo sguardo tra me e Luciano Gruppi. Credo pensassero “come osa questo studentello di vent’anni, venire qui a farci scuola”. Gruppi, nella miglior tradizione dell’aplomb comunista, non faceva una piega. A quei tempi non era educato fare faccette e commenti, si ascoltava rispettosamente e poi si replicava con altrettanto rispetto, non risparmiando certo durezza e conseguenze ma con le giuste forme.

Un mondo che non c’è più.

Finisco l’intervento nel silenzio più assoluto. Avevo gestito bene voce e pause, ethos, pathos e logos mi avevano assistito, l’efficacia non mi aveva certo tradito.

Dopo poco il compagno Gruppi ci concesse una pausa, era metà pomeriggio.

Andammo tutti al Bar, dove come prevedibile fui assalito dai compagni operai, i quali si erano lanciati in considerazioni di merito un po’ improvvisate ma forti di passione e sostenute dalla copertura del Capo di Frattocchie in persona. Replicavo con difficoltà avendo intorno a me una decina di compagni che discutendo animatamente, mi pressavano anche fisicamente.

All’improvviso andò via la luce ma la discussione continuò ugualmente, al buio, tanta era la passione allora, dopo uno-due minuti circa riecco la luce e mi trovo accanto, piccoletto e sereno, Luciano Gruppi. Tutti ci zittiamo, sorpresi e un po’ intimiditi dalla sua presenza. Lui: «vi prego compagni continuate pure, sono molto interessato, tra l’altro tra poco replicherò al compagno Merlo, … ma prego continuate». Quelle parole mi suggerirono il preannuncio di una pacifica stroncatura e, temevo, con conseguenti rimostranze alla Federazione di provenienza.

Si rientra in aula, sono in programma ancora pochi interventi e poi la replica di Gruppi. Situazione scontata, i compagni che intervengono mi attaccano per principio, con poca sostanza, anche perché la materia non era esattamente un terreno di facile cimento per chi non possedesse una cultura storico-filosofica.

Ma ecco Gruppi e il colpo di scena: “Cari compagni ho ascoltato con interesse … discussione interessante, approfondita e ricca di passione …. devo però convenire che le critiche del compagno Merlo sono tutt’altro che prive di fondamento”.

Silenzio assordante, volti increduli, l’Ortodossia, sia pure in pieno 1976, stava dando uno dei suoi rari spettacoli di svolta. In realtà nel Partito quelle convinzioni che avevo rappresentato erano assai diffuse nel mondo della cultura e dei dirigenti e credo che lo stesso Luciano Gruppi la pensasse come me, ma probabilmente non aveva ritenuto quella la sede ideale per un cambiamento, o forse non riteneva fosse ancora il tempo e aveva infatti confermato nella sua relazione il contenuto di un suo articolo di prima pagina, pubblicato su l’Unità soltanto pochi giorni prima, articolo che non mi era certamente sfuggito. Messo poi alle strette da un giovane, in un momento storico in cui il PCI penetrava tra gli intellettuali e nelle Università, evidentemente aveva deciso di assumere la sua “decisione storica”.

Trovai l’evento un importante fatto pedagogico ma non solo, c’era qualcosa di esteticamente rilevante: un affermato dirigente, sacerdote dell’ideologia, aveva dato ragione a un ragazzo cambiando la posizione “ufficiale” del Partito a Frattocchie, la sede storica dell’ortodossia ufficiale.

Tutto troppo irreale!

Vi lascio immaginare come vissi l’ultima giornata di lavori, molti compagni credettero di aver a che fare con un astro nascente del Partito e facevano a gara per venirsi a sedere accanto a me, per avere consigli su vertenze di fabbrica e su questioni territoriali locali molto intricate. Lì scattò l’attore che ha sempre vissuto in me, capivo molto poco dei problemi di cui mi parlavano ma avevo il vantaggio dell’uso della parola e di molti libri in testa. E allora davo consigli pragmatici e responsabili, rinviando ogni valutazione e decisione al consiglio dei dirigenti locali del Partito. E i miei atteggiamenti prudenti non furono presi per incapacità. Ero stato promosso da Luciano Gruppi e credo che in molti fossero ormai convinti di avere davanti a loro un grande dirigente del futuro. Un’apoteosi personale, un raro momento di gloria nella vita di un giovane, certo effimero ma difficile da dimenticare per le sue tante implicazioni.

 

Tratto dal libro “L’età del limo” di Maurizio Merlo - Ed. Nerosubianco - Cuneo - Copyright 2018

 

Inserito il:12/01/2019 17:07:11
Ultimo aggiornamento:12/01/2019 17:13:49
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