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Aggiornato al 23/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Henri Rousseau, Le Douanier (Laval, F, 1844 – Parigi, 1910) – La Guerre (1894)

 

Dalla Russia, riflessioni sull’Esistenza

 

‘The War Hasn’t Started Yet’ dell’autore russo Mikhail Durnenkov

di Paola Tinè

 

L’opera

L’opera teatrale ‘The War Hasn’t Started Yet’ dell’autore russo Mikhail Durnenkov é divisa in otto episodi, e come l’autore specifica nella nota iniziale, gli attori devono essere tre e possono interpretare i diversi personaggi dei vari episodi. Durnenkov ha avuto molto successo per i suoi testi teatrali, e porta ogni anno la sua voce di autore russo in diversi teatri in tutto il mondo. Nel maggio 2015, si trovava a rappresentare la sua opera in un teatro scozzese, il Òran Mór di Glasgow (che in gaelico significa “meravigliosa melodia della vita”), una minuscola e preziosa chiesa calvinista con un grande campanile, ora convertita in luogo di arte e performance, un importante e vivo centro di scambio culturale. Qui lo abbiamo intervistato sui temi dell’opera.

 

Intervista con l’autore

In quanto artista e pensatore libero, la voce di Mikhail è universale e si rifà a concetti che esulano dalle delimitazioni nazionali. Infatti, durante l’intervista alla fine dello spettacolo, gli chiediamo se il suo scopo fosse quello di mettere al centro problematiche collegate all’esistenza, sebbene parli di fatti tanto attuali e specificamente politici. La sua risposta é stata:

Yes, I probably tried to talk about universal aspects of life in my play. That is why you could feel that I focused on human condition per se ! A few months ago, Russian society became divided because of the Ukrainian crisis. I took a certain side in this situation. I passionately argued with my opponents. Then I noted that my opponents had the same motives and emotions. I also understood that both camps were not aware that they represented something evil. They thought that they defended such things as love and goodness. I also realised that many people became obsessed with the idea of killing others because they believed in their values and they thought that it was the right thing to do. I remember a typical FB message I used to see a few month ago. It sounded like this: ‘How could you hate others so much? I wish you could be overwhelmed by your own hatred, so it could destroy you.’ I noted that people couldn't be self-critical and see that while they were defending some values, they also instigated horrible things and hatred. They were saying that we should burn people, kill them, torture. Their logic was: if I love something, I could kill for this belief. I thought that it was a perverted notion of human values. It seemed to me that people became victims of manipulation and some people on top were interested in promoting this violence. That is what I tried to show in my play. I spent a lot of time talking to one of my favourite tutors — the film script writer Arbatov. He often told me that a traditional 19th-c. division of Russian society into Slavophiles and Westernisers was beneficial to some political circles. That is why it is revived today. But: It's a construct. It's never been such a clear cut case in real life.”(1)

L’autore affronta problematiche esistenziali che ci consentono di uscire dalla dicotomia Russia-Occidente che fossilizza le identità e costruisce idee secondo paradigmi etnicizzanti e preconcetti per guardare piuttosto all’uomo come protagonista e alla cultura come suo attributo. Durnenkov ci spinge adesso a osservare la società russa sotto un nuovo aspetto, ossia come protagonista di un contesto geopolitico e sociale in cui le persone non sono una massa informe identificabile con lo stalinismo, il post-comunismo, il totalitarismo di Putin o il nuovo capitalismo, bensì come responsabili artefici e allo stesso tempo risolutori di nuovi drammi esistenziali.

 

Gli episodi

Il primo episodio mostra il vizio umano in tutta la sua miseria e necessità. Il vizio diventa un passatempo che ci “uncina “ al mondo, e ci rende possibile continuare a vivere. Ma quello che sembra dirci l’autore è che il vizio non fa che coprire una mancanza: una mancanza di amore certamente, di certezze e, in definitiva, di valori.

Il secondo episodio mostra una coppia di genitori nell’atto di rimproverare il figlio per avere partecipato a una manifestazione pacifista. Lo rimproverano di avere partecipato quindi a un atto foriero di guerra, perché le manifestazioni possono anche essere per la pace, ma certo non sono pacifiche, secondo loro. Quello che emerge da questo episodio è l’amore filiale, perché una delle cose più terribili che possa accadere a un uomo è perdere un figlio. Questo dell’amore è un leitmotiv che percorre tutto lo spettacolo. Amore per il figlio, amore sensuale e paura. Paura della guerra, paura di morire, ma soprattutto paura per i propri figli.

L’episodio successivo vede l’inizio di un rapporto extraconiugale tra un uomo e una donna che si ritroveranno alla fine dello spettacolo. L’uomo vuole mostrare alla donna l’importanza del vero amore, che è quello che dice di provare per lei. Ma nell’ultimo (ottavo) episodio il loro proposito è quello di uccidere il marito di lei, una “Ossessione” che non può che ricordarci il capolavoro di Visconti, e Mikhail lo sa. Con il suo riferimento egli mostra di fare parte di un mondo culturale vasto e senza bandiere etniche: il mondo dell’arte. La donna non vuole uccidere il marito, ma non sa neanche spiegarsi perché e si lancia alla ricerca di un motivo da spiegare all’amante impaziente. L’autore ci lascia senza una risposta, quasi come una riflessione sul modo di essere delle persone: spaesate, senza una risposta e senza un motivo. I valori vanno costruiti, e ognuno ha la libertà e il dovere di farlo per sé. L’autore sembra dirci che non ci sono limiti alla crudeltà umana, se non autoimposti dalla coscienza.

Nel quarto episodio due uomini sono seduti nella sala d’attesa di uno studio medico. Entrambi stanno aspettando di essere visitati, ma sanno di avere un tumore, e così sono tesi e preoccupati, sebbene le formalità proprie dei contatti sociali richiedano di contenere e celare le sensazioni personali. Questa assurdità insita nelle relazioni umane e nella mente umana, viene mostrata metaforicamente dall’autore attraverso la strana caratteristica di uno dei due personaggi: egli è un robot in realtà, ma nessuno può capirlo e distinguerlo dagli uomini, e questo perché è capace di comportarsi in modo assurdo e di dire cose assurde. Ha un “microchip dell’assurdità” nel suo cervello robotico, proprio come un normale essere umano. Ma alla fine dell’episodio egli sembra averlo perso, “qualcosa deve essersi rotto”, dice, e adesso non può più comprendere gli uomini, né essere spiritoso. Di fronte alla morte e alla paura, l’uomo comprende l’assurdità della vita e allora non riesce più ad assecondarla.

Un simbolo della ripresa economica in uno stato che ha vissuto guerre, sofferenze e carestie, é quello della possibilità di costruire una nuova propria casa, come accade nel quinto episodio dello spettacolo di Durnenkov. Un giovane va a casa dei genitori per controllare che i lavori alla casa che egli ha finanziato per loro stiano procedendo bene. Ma il padre, anziché essere grato al figlio per il dono della casa, è contrariato e non vuole parlare. Tra le poche parole che pronuncia, comprendiamo che un tempo gli uomini avrebbero costruito le case da sé, mentre adesso è possibile ingaggiare degli operai per farlo al proprio posto, e stare a guardare i lavori. Quando il figlio va via, il padre finalmente dice quello che prova e da ciò comprendiamo che sebbene la moglie lo dia per matto, lui è invece quello che davvero “ha capito il gioco”, per dirla con Pirandello. Egli dice che brucerà quella casa una volta che sarà completata, per bruciare con lei, e lo farà perché così il figlio verrà a vedere lui e non la casa. Qui abbiamo in gioco un problema di valori, perché evidentemente per il figlio il dono della casa era un gesto generoso legato a un’acquisizione di denaro e di benessere, mentre per il padre il valore è quello del passare del tempo col proprio figlio, e magari di costruire quella casa insieme. Laddove il figlio valorizza il denaro per fare un dono al padre, il padre valorizza il tempo, ed è questo che vorrebbe dal figlio.

Nell’episodio successivo, una donna torna a casa dal lavoro e trova il marito disperato per quanto ha visto alla TV. Il fatto di cronaca che l’uomo ha appreso alla TV riguarda l’assassinio a scopi politici di un bambino in un luogo esterno ai confini nazionali e a quanto ci ha spiegato poi Mikhail, l’episodio fa riferimento a un fatto di cronaca che il governo Russo avrebbe trasmesso, senza che fosse vero, per mostrare la barbarie dei civili ucraini. Quello che stravolge il protagonista è il timore per il proprio bambino indifeso che dorme come un angelo, perché nessuno può veramente essere al sicuro quando gli altri non hanno senno e valori. Qui possiamo vedere come la paura domini le persone in questa società senza valori che è il nostro mondo contemporaneo, e a questo si aggiunge il nuovo elemento del potere della TV, nel controllare le menti delle persone.

Il protagonista dell’episodio successivo racconta in prima persona di avere avuto una terribile esperienza in Turchia in un giorno di nebbia. Era con suo figlio, si fiancheggiavano con gli scooter per strada, quando a un tratto il figlio sparì. L’uomo sulla scena è solo e ci racconta le sensazioni della terribile esperienza del perdere un figlio. Ci riporta alla memoria l’amarezza dei “Ladri di biciclette”, le lacrime del piccolo Bruno, e la preoccupazione continua che il padre ha per il suo bambino, anche se lo rimprovera spesso, e lo fa anche piangere. Ma poi lo cerca, lo ama, lo implora di mettersi la giacca perché è sudato. L’uomo che racconta non ci dice se abbia mai ritrovato il figlio, ma ci spiega che in quegli attimi di terrore ha desiderato di fumare, e non l’ha fatto perché il vizio approfitta proprio di quei momenti di debolezza per insinuarsi, e invece l’uomo deve superare quei momenti con le sue proprie forze. Solo così si vive davvero l’amore, e l’amore può salvare l’uomo, laddove invece il vizio è un’illusione.

Come hanno mostrato diversi autori in romanzi distopici come “Noi” di Zamjiatin, “Il Mondo Nuovo” di Huxley o “1984” di Orwell, l’amore è la principale forza eversiva nelle società totalitarie. La paura e la disperazione caratterizza le società post-belliche in particolare, e le comunità impoverite dai disastri delle guerre. In queste fasi di transizione la gente è costretta ad abitare in luoghi distrutti, circondati da paesaggi che devono rinascere. La vita va ricostruita, e insieme ad essa emergono valori nuovi. Dopo il difficile periodo sovietico e la caduta dell’URSS, la società russa ha dovuto affrontare quella fase di ripresa che similmente si è vista nell’Italia del secondo dopoguerra. Come scrive Eric Fromm "la nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d'amore nell'individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere."

***

  1. "Sì, probabilmente ho cercato di parlare degli aspetti universali della vita nel mio dramma. Questo è il motivo per cui potreste sentire che mi sono concentrato sulla condizione umana di per sé! Alcuni mesi fa, la società russa si è divisa a causa della crisi ucraina. Ho preso una certa posizione in questa situazione. Ho discusso appassionatamente con i miei avversari. Poi ho notato che i miei avversari avevano gli stessi motivi e le stesse emozioni. Ho anche capito che entrambi i campi non erano consapevoli di rappresentare qualcosa di malvagio. Pensavano di difendere cose come l'amore e il bene. Ho anche capito che molte persone sono diventate ossessionate dall'idea di uccidere gli altri perché credevano nei loro valori e pensavano che fosse la cosa giusta da fare. Ricordo un tipico messaggio FB che vedevo alcuni mesi fa. Suonava così: "Come puoi odiare così tanto gli altri? Vorrei che tu potessi essere sopraffatto dal tuo stesso odio, in modo che esso possa distruggerti". Ho notato che le persone non potevano essere autocritiche e vedere che mentre difendevano alcuni valori, istigavano anche cose orribili e odio. Stavano dicendo che dovremmo bruciare le persone, ucciderle, torturarle. La loro logica era: se amo qualcosa, potrei uccidere per questa convinzione. Pensavo che fosse una nozione perversa dei valori umani. Mi è sembrato che le persone diventassero vittime di manipolazioni e che alcune persone al vertice fossero interessate a promuovere questa violenza. Questo è quello che ho cercato di mostrare nel mio spettacolo. Ho passato molto tempo a parlare con uno dei miei tutor preferiti: lo sceneggiatore cinematografico Arbatov. Mi diceva spesso che nel diciannovesimo secolo, la tradizionale divisione della società russa in Slavofili e Occidentali era vantaggiosa per alcuni circoli politici. Ecco perché è risorto oggi. Ma: è una costruzionec'. Non c’ è mai stato un taglio così netto nella vita reale. "

 

Una scena dallo spettacolo “The War Hasn’t Started Yet” di Mikhail Durnenkov, teatro Òran Mór di Glasgow, maggio 2015

 
   

 

Inserito il:24/07/2019 21:57:39
Ultimo aggiornamento:24/07/2019 22:09:38
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