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Aggiornato al 02/06/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Robert Benney (New York, 1904 - 2001) - Death of the Shoho, Battle of the Coral Sea

 

Seconda guerra mondiale. Le grandi giornate - Da Pearl Harbour alle Midway (4)

di Mauro Lanzi

(seguito)

 

  1. Da Pearl Harbour alle Midway

All’indomani di Pearl Harbour, il nuovo comandante della flotta del Pacifico, l’ammiraglio Chester Nimitz, (Kimmel era stato destituito, ma aveva evitato la corte marziale), si rese conto, pur nell’immane disastro, di avere ancora un asset a sua disposizione, le tre portaerei scampate all’attacco; apparentemente poca cosa, ma proprio la mancanza delle grosse navi da battaglia costrinse Nimitz ad aguzzare l’ingegno, utilizzando al meglio le portaerei e superando ben presto, in abilità tattica, i suoi avversari. Inizialmente Nimitz riorganizzò la sua flotta in task forces, ciascuna costituita da una portaerei con un magro seguito di navi d’appoggio, con le quali gli americani cominciarono a minacciare le rotte e gli avamposti del nemico. L’azione più eclatante si realizzò in aprile, quando, dalla nuova portaerei, la “Hornet”, che aveva sostituito la danneggiata Saratoga, gli americani riuscirono a far decollare i pesanti bombardieri B25, fino allora impiegati solo da basi terrestri; giunsero a portarli fin sopra Tokyo che venne bombardata il 18 Aprile 1942: i B25 riuscirono persino a riguadagnare la terra ferma, atterrando in Cina. Gli effetti materiali dell’incursione furono limitati, ma quelli morali incalcolabili: le alte sfere del governo nipponico arrivarono ad una esaltazione isterica, chiedendo una punizione devastante per l’avversario, della quale doveva logicamente incaricarsi l’ammiraglio Yamamoto. Yamamoto non era personaggio da lasciarsi influenzare dalle turbolenze della politica ed impostò quindi fin dall’inizio un piano strategico coerente, scartando subito obiettivi improponibili, come un attacco alle Hawaii o, addirittura in Australia; l’obiettivo di Yamamoto era di richiamare allo scoperto le residue forze navali americane, per annientarle. A questo scopo l’ammiraglio giapponese intendeva eseguire un massiccio attacco sui più importanti avamposti americani, certo che il nemico non avrebbe assistito inerte alla loro distruzione: come primo obiettivo aveva scelto le Midway, che dovevano costituire l’esca capace di attrarre il nemico allo scoperto.

Per avviare il suo piano aveva però bisogno di recuperare le forze navali impegnate in un’altra azione, la conquista della Nuova Guinea. L’operazione Nuova Guinea era stata pianificata da tempo, nell’intento di interrompere le linee di comunicazione americane tra le Hawaii e l’Australia; a questo scopo i giapponesi miravano ad occupare prima la base di Tulagi nelle isole Salomone e poi Port Moresby in Nuova Guinea: conquistata senza difficoltà Tulagi, per occupare la seconda munitissima base americana, una forza d’invasione costituita da mezzi e truppe da sbarco, accompagnati da una importante copertura di cacciatorpediniere e navi da battaglia si mosse il 4 maggio dalla base di Rabaul nelle isole Bismarck, puntando sulla Nuova Guinea. All’ultimo momento, notizie circa la possibile presenza in zona di una portaerei americana, convinsero lo stato maggiore nipponico ad affiancare alla formazione navale due portaerei di linea, la Zuikaku e la Shokaku, ed una portaerei leggera, la Soho. Il servizio di decrittazione americano aveva fatto ulteriori progressi, allertando per tempo i comandi della marina dei movimenti in corso e del loro obiettivo; Nimitz allora si rese conto che una piccola task force non sarebbe stata adeguata ed inviò sulla zona una delle portaerei superstiti di Pearl Harbour, la Lexington, affiancata da un’altra unità distolta dalla flotta dell’Atlantico, la Yorktown, accompagnate da navi d’appoggio e cacciatorpediniere australiani, al comando del contrammiraglio Frank Fletcher.

  1. La Battaglia del Mar dei Coralli

La  battaglia detta "del Mar dei Coralli" scoppiò quasi per caso tra due forze navali che si muovevano praticamente alla cieca, ignare l’una della esatta posizione dell’altra, dovendo fare affidamento solo sulle informazioni portate dai ricognitori. Gli americani avvistarono per primi la portaerei leggera Soho che, fatta segno di un massiccio attacco aereo, affondò rapidamente. Fletcher a questo punto si rese conto di avere di fronte una forza giapponese ben più considerevole e raddoppiò l’impegno dei ricognitori; fu però solo l’8 maggio che, quasi contemporaneamente, i ricognitori delle due parti effettuarono l’avvistamento: le due squadre distavano 200 miglia, le squadriglie di bombardieri si incrociarono nei cieli dirette ai rispettivi bersagli. Le sorti dello scontro furono decise, come spesso accade, dal caso: le portaerei americane si stagliavano contro sole, offrendo un magnifico bersaglio agli aerei avversari: la Lexington, “Lady Lex” come era affettuosamente chiamata dai marinai americani, incassò subito tre siluri che ne ridussero gravemente la capacità di manovra, poi fu centrata da due bombe che, provocando anche l’esplosione di un deposito di carburante, la ridussero un relitto: affondò dopo che l’equipaggio si era messo in salvo. La Yorktown si difese con grande perizia, ma alla fine un aviatore giapponese riuscì a centrarla con una bomba da 800 Kg che ne danneggiò gravemente le sovrastrutture. Dall’altra parte i piloti americani, sicuramente meno esperti dei loro avversari, riuscirono a colpire la Shokaku, mentre la Zuikaku, coperta da una nube temporalesca sfuggì agli attacchi. L’ammiraglio giapponese, convinto di aver affondato due portaerei americane, avendo salvato le sue, invertì la rotta annunziando una grande vittoria; l’esito dello scontro non fu però così netto: gli americani erano riusciti innanzitutto ad impedire lo sbarco su Port Moresby, primo scacco giapponese dall’inizio della guerra. Inoltre, la Yorktown, benchè danneggiata, riuscì a riguadagnare Pearl Harbour, dove i tecnici americani compirono un miracolo, eseguendo in due giorni le riparazioni che ne avrebbero richiesti 90!!

L’ammiraglio Yamamoto, impegnatissimo nei preparativi del grande attacco, non ebbe modo di mettere in dubbio il resoconto del suo subordinato; anche rinunziando ad entrambe le unità impegnate nello scontro, la prima non era riparabile in tempo, la seconda aveva perso quasi tutti i suoi aerei, l’armata nipponica poteva contare su di una superiorità schiacciante, sei portaerei contro una o forse due superstiti americane; Nimitz riuscì a metterne in mare tre.

L’obiettivo dell’attacco era l’atollo delle Midway, un minuscolo atollo, due isolotti disabitati, su cui gli CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 82americani avevano costruito una pista d’atterraggio, alcune ridotte per un distaccamento di marines ed alcune postazioni d’artiglieria: un misero bersaglio per un’operazione così importante, ma di grande rilevanza strategica e simbolica; molti ufficiali giapponesi si rifiutavano di credere che i bombardieri che avevano colpito Tokyo fossero stati lanciati da una portaerei, ritenevano piuttosto che fossero partiti dalle Midway o dalle Aleutine. In ogni caso tutto l’establishment giapponese appoggiava i piani di Yamamoto che poté quindi dedicarsi con tutta calma alla preparazione della più grande operazione navale dai tempi dell’”Invencible Armada”.

Forte della sua superiorità numerica, Yamamoto aveva potuto articolare la sua offensiva in tre fasi distinte: la prima, in codice operazione “AO” aveva come obiettivo le isole Aleutine, poste all’estremo nord dello scacchiere, ed era affidata alla Flotta Nord, costituita da due portaerei leggere, la “Ryujo” e la “Junyo”, oltre a tre incrociatori e cinque cacciatorpediniere: il bombardamento di Dutch Harbor nelle Aleutine era sostanzialmente una mossa diversiva, per distogliere almeno inizialmente l’attenzione dal bersaglio principale, le Midway, su cui era diretta l’operazione “AF”, affidata alla squadra dell’ammiraglio Nagumo, forte di quattro portaerei, “Kaga” “Akagi” “Soryu” ed “Hiryu” con una robusta scorta di incrociatori e cacciatorpediniere; la terza fase, infine, era affidata alla forza da sbarco dell’ammiraglio Kondo, destinata ad occupare le Midway. Yamamoto si fidava molto dell’effetto sorpresa, rassicurato in questo dal suo servizio d’intelligence; Nimitz non si aspettava un attacco, incerto sui reali obiettivi giapponesi, se ne sarebbe stato rintanato a Pearl Harbour. La notizia dell’attacco alle Aleutine lo avrebbe spinto da principio a correre a nord, per poi tornare sui suoi passi, verso le Midway, cadendo così nella trappola orchestrata da Yamamoto. Anche la tempistica era stata definita in ogni dettaglio: N-3, data di attacco alle Aleutine, N-2 inizio dei bombardamenti sulle Midway, N, 4 giugno, sbarco sulle Midway. Yamamoto avrebbe seguito l’azione dalle retrovie, a bordo della possente corazzata Yamato.

Il giorno 29 maggio 1942 la potente flotta giapponese salpa dalla sua base.

Su di una cosa si era certamente sbagliato Yamamoto, gli americani, grazie agli ulteriori progressi del loro sistema di decrittazione, erano da tempo al corrente dei piani giapponesi, sia dell’operazione “AO”, che dell’operazione “AF”, e degli effettivi impiegati in entrambe; non erano certi quale fosse il bersaglio dell’operazione principale, la AF. A Nimitz sembrava inizialmente impossibile che una base di così modesta entità come le Midway potesse essere l’obiettivo principale di un’operazione di quella portata: poi, studiate le carte si convinse dell’importanza strategica del piccolo atollo; ulteriori intercettazioni confermarono questa sua intuizione. Come prima cosa le difese terrestri delle due piccole isole furono rafforzate con nuove possenti batterie da 37 mm: furono scavate trincee, posati campi minati, raddoppiato il contingente di marines. Poi Nimitz richiamò a Pearl Harbour le due corazzate superstiti, la Hornet e la Enterprise, al comando del viceammiraglio Spruance, più quanto rimasto della flotta del mar dei Coralli; anche la Yorktown, benchè gravemente danneggiata, riuscì a rientrare il giorno 27:qui avvenne il miracolo, in soli due giorni un esercito di fabbri, carpentieri, operai di ogni sorta rimise in sesto la portaerei che fu equipaggiata con squadriglie di bombardieri giunti dalla California; così anche Fletcher era pronto alla partenza.

Anche con questa aggiunta, il bilancio tra le forze era sconfortante; Nimitz disponeva di tre portaerei contro sei, nessuna corazzata contro nove, sette incrociatori contro tredici, quattordici cacciatorpediniere contro cinquanta: anche per gli aerei gli americani erano in forte inferiorità sia numerica che qualitativa, i loro caccia “Wildcat” non reggevano il confronto con gli “Zero” giapponesi. Senza contare che i piloti americani erano in massima parte delle reclute, i giapponesi veterani esperti. Un confronto tremendo, il risultato dello scontro non poteva che essere in favore della flotta più numerosa ed agguerrita: se così non fu, lo si dovette ad una incredibile combinazione di abilità tattica, coraggio, fortuna, nebbia della guerra.

Nimitz non fece quello che si aspettava il nemico, non si chiuse a Pearl Harbour: il giorno 30 tutta la flotta salpò, due soli incrociatori diretti verso le Aleutine, il grosso, incluse le portaerei, verso le Midway. Anche qui gli americani fecero qualcosa di imprevisto ed inatteso; su suggerimento di Spruance, anziché schierarsi a difesa dell’atollo, si portarono a nord est delle isole, fuori della portata dei ricognitori giapponesi: queste due mosse si riveleranno decisive.

Yamamoto infatti aveva preso le sue precauzioni, schierando uno schermo di sottomarini fuori Pearl Harbour, ma Nimitz lo aveva preceduto facendo uscire la sua flotta prima del previsto e quindi prima che i sottomarini potessero scoprirne i movimenti; anche i ricognitori giapponesi non rilevarono presenze di navi americane in prossimità dell’atollo, per i comandi giapponesi tutto procedeva secondo i piani.

 
 

 

Movimenti delle flotte americana e giapponese

Il giorno 4 giugno, alle ore 4:30 del mattino, il viceammiraglio Nagumo, che comandava il gruppo d’attacco alle Midway, fece decollare la formazione di bombardieri destinata a neutralizzare le difese terrestri dell’atollo; gli americani li attendevano con un robusto schieramento di caccia e contraerea; non riuscirono però a fermare del tutto il nemico, che assestò un colpo duro ma non decisivo alle difese americane. Inoltre aerei americani decollati da Midway tentarono un attacco diretto alla formazione di Nagumo: erano però mezzi lenti, obsoleti, condotti da piloti inesperti, che pagarono un prezzo altissimo per il coraggio dimostrato nell’azione.

Nagumo allora, confortato dalle notizie provenienti dai ricognitori, che non avevano rilevato la presenza di unità americane, decise per un secondo attacco; erano le 6:50. Proprio mentre i bombardieri stavano per decollare, giunse un’informazione da un ricognitore partito in ritardo della possibile prossimità di una portaerei americana; Nagumo dovette confrontarsi con una decisione difficile. Doveva innanzitutto attendere il ritorno della prima ondata di bombardieri, circa la metà della sua forza aerea, che avevano bisogno di essere riforniti di carburante: poi, ulteriori notizie circa la presenza di una portaerei di classe Yorktown lo convinsero a far cambiare in emergenza l’armamento degli aerei sostituendo le bombe con siluri e perforanti: per la fretta le bombe scaricate non furono richiuse nei depositi corazzati, ma accatastate sottocoperta, le manichette di rifornimento furono lasciate aperte. Erano circa le 9:20 del mattino: Nagumo decise di navigare ancora verso nord est per portarsi nella posizione più favorevole per l’attacco. Nel frattempo anche i ricognitori americani avevano individuato la formazione giapponese; Spruance e Fletcher avevano fatto decollare alle 7:20 i loro aerei che cominciarono a giungere sul bersaglio intorno alle 9:30. Il primo attacco americano non fu fortunato; le formazioni erano costituite da aerei, di età e caratteristiche differenti, viaggiavano con velocità diverse, un attacco coordinato di aerosiluranti e bombardieri di picchiata risultò impossibile, le squadriglie giungevano alla spicciolata esponendosi al fuoco della contraerea e soprattutto dei micidiali Zero giapponesi, assai più veloci e manovrieri dei caccia di scorta americani. L’inutile sacrificio degli inesperti benchè coraggiosi aviatori americani si consumò in poco più di mezz’ora; alle 10:15 i mezzi superstiti cercarono di mettersi in salvo, tallonati dagli Zero: i danni alla flotta nemica erano stati insignificanti.

Alle 10:20 del mattino l’ammiraglio Nagumo si sentì padrone del campo: aveva gravemente danneggiato le difese delle Midway, annientando la forza aerea di base sulle isole; aveva respinto con danni limitati tre successive ondate di attacchi da parte di bombardieri e siluranti, infliggendo gravi perdite agli attaccanti. Era giunto il momento di assestare il colpo di grazia al nemico; Nagumo dette ordine di portare in coperta, negli spazi disponibili tra i caccia appontati, bombardieri e siluranti per scatenare l’attacco decisivo. Nagumo era convinto di avere di fronte solo una portaerei americana e che i 35 velivoli abbattuti ne avessero quindi esaurito le potenzialità: invece le portaerei erano tre, due delle quali, la Hornet e la Enterprise, sfuggite completamente ai ricognitori giapponesi.

Due minuti durò l’euforia di Nagumo: alle 10:22 una squadra di 37 bombardieri di picchiata proveniente dalla Enterprise, agli ordini del capitano di corvetta William McClusky piombò sulla formazione giapponese da un’altezza di 6000m. Le navi giapponesi, che non disponevano di radar, erano anche senza copertura: i caccia Zero, la loro migliore difesa, erano assenti, in parte perché appontati, in parte perchè all’inseguimento delle superstiti siluranti americane.

Per prima fu colpita la portaerei Soryu, tre bombe di cui una perforò il ponte a poppa esplodendo nei ponti sottostanti: poi fu la volta della Kaga, che colpita alzava fumo e fiamme, infine, alle 10:26 l’ammiraglia Akagi fu colpita da tre bombe che, squarciato il ponte, raggiunsero i livelli sottostanti ingombri di aerei e bombe accatastate. Nessuno è riuscito a spiegarsi come la Akagi potesse lasciarsi sorprendere in quel modo, dopo aver assistito alla fine delle altre due portaerei

In soli cinque minuti era cambiato il corso della guerra.

L’effetto delle bombe americane risultò ancora più devastante, perchè amplificato dalla situazione esistente sulle portaerei giapponesi, con aerei pronti al decollo pieni di carburante, bombe scaricate in fretta ed ammassate alla rinfusa, bocchette di rifornimento scoperte: gli equipaggi tentarono l’impossibile per salvare le loro navi, ma gli incendi e gli scoppi si susseguivano senza lasciare scampo. La Soryu affondò nel tardo pomeriggio, alle 19.13, seguita dalla Kaga dopo pochi minuti: la Akagi resistette fino alle 4.00 antimeridiane del giorno dopo, poi affondò abbandonata all’ultimo anche da un Nagumo inebetito dal dramma vissuto.

Ai bombardieri americani era sfuggita la quarta portaerei giapponese, la “Hiruyu”, dalla plancia della quale l’ammiraglio Yamaguchi aveva assistito impotente alla devastazione della formazione di Nagumo; nulla aveva potuto fare per salvarla, poteva solo vendicarla e questo si accinse a fare. Diciotto bombardieri accompagnati da una scorta di caccia Zero si levarono in volo dalla Hiruyu: guidati, involontariamente, dagli aerei americani sulla via del ritorno alle 11:55 i giapponesi erano in vista della Yorktown: Fletcher preparò la sua nave al meglio per difendersi dall’attacco, i caccia Wildcat erano in volo, i ponti sgombri da aerei e serbatoi, la contraerea, la migliore della flotta americana, pronta a levare una cortina di fuoco. Malgrado ciò. non ci fu nulla da fare contro la maestria ed il feroce spirito di rivalsa dei piloti giapponesi, che superate le cortine difensive, riuscirono a piazzare tre bombe sulla portaerei americana, pur pagando un prezzo altissimo; dei diciotto bombardieri, più i caccia, partiti, solo cinque fecero ritorno. Yamaguchi non fece a tempo a rallegrarsi del successo riportato, i suoi uomini gli avevano riferito via radio della distruzione di una portaerei americana, quando gli giunse notizia, da alcuni ricognitori, che le portaerei americane erano tre: Yamaguchi decise di tentare il tutto per tutto attaccando le altre due e fece decollare la sua forza aerea residua, quindici tra bombardieri e aerosiluranti; erano le 13:30.

Nel frattempo sulla Yorktown le squadre di emergenza avevano compiuto miracoli: spenti gli incendi, riparati i guasti peggiori, riattivate le caldaie, la nave procedeva ad una velocità di 15 nodi, da lontano sembrava integra; anche i bombardieri giapponesi furono tratti in inganno, e furono indotti ad impegnare tutto il loro potenziale offensivo contro un’unità già danneggiata. Ancora una volta la nave ferita si difese con tutte le sue forze, distruggendo numerosi aerei nemici, ma, ridotta nelle sue capacità di manovra, dovette infine incassare due siluri: alle 14:50 venne dato l’ordine fatidico, “Abbandonate la nave”.

Yamaguchi aveva commesso, nella sua sete di vendetta, due errori imperdonabili; non solo i suoi piloti avevano colpito un’unità già menomata, senza quindi ridurre il potenziale nemico, ma la sua mossa azzardata aveva lasciato senza copertura la sua stessa portaerei. Di questo si rese subito conto Spruance, che aveva assunto il comando, al posto di Fletcher ferito: informato da un ricognitore della posizione della Hiruyu, fece levare in volo dalla Enterprise e dalla Hornet i residui bombardieri senza assistenza dei caccia rimasti a protezione delle navi. Alle 17 in punto dalla Hiruyu avvistarono la formazione nemica: in pochi minuti la portaerei giapponese fu sventrata da quattro bombe: riuscì ad allontanarsi eruttando fuoco e fiamme, resistette fino a mezzanotte, quando infine si capovolse ed affondò; Yamaguchi scelse di andare a fondo con la sua nave.

L’ultimo atto si consumò il 6 giugno: la Yorktown, ridotta ad un relitto, ma rimasta miracolosamente a galla, fu colpita da un siluro lanciato da un sottomarino giapponese ed affondò alle 6 del mattino. La battaglia delle Midway poteva così dirsi compiuta.

Yamamoto aveva seguito con crescente angoscia l’andamento della battaglia dalla plancia della Yamato; notizie confortanti erano seguite da notizie di perdite drammatiche. Quando infine giunse la notizia che anche la Hiruyu era stata colpita, Yamamoto si rese conto della portata del disastro. Tentò, nonostante tutto, una mossa disperata; richiamate dalle Aleutine le due superstiti portaerei leggere, spinse in avanti le sue corazzate nella speranza di impegnare gli americani in una battaglia notturna: Spruance era troppo abile per cadere nel trabocchetto, si stava già allontanando a tutta forza, così la mattina seguente Yamamoto dovette richiamare le sue navi, decretando la fine dell’operazione. Messi in libertà i suoi ufficiali, dichiarò. ”Toccherà solo a me chiedere scusa all’imperatore”.

Nella battaglia delle Midway i giapponesi avevano perso quattro portaerei di squadra, più 330 aerei, in massima parte andati a fondo con le loro navi, insieme ai loro ben addestrati equipaggi: gli americani avevano perso una portaerei e 156 aerei; per la prima volta dall’inizio del conflitto l’equilibrio tattico si era rovesciato a sfavore dei giapponesi che perdevano l’iniziativa. Gli americani potevano respirare in attesa dei rinforzi: nei loro cantieri erano in approntamento 19 portaerei, più numerose unità ausiliarie. Negli anni successivi gli americani riusciranno a mettere in mare una media di 16 portaerei l’anno contro le quattro o cinque giapponesi.

Il corso della guerra era segnato, anche se occorreranno ancora tre anni di durissimi combattimenti, più due bombe atomiche. per piegare il Giappone.

 

Inserito il:29/03/2020 15:38:46
Ultimo aggiornamento:31/03/2020 09:58:06
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