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Aggiornato al 25/11/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Gilbert Spencer (Cookham, Berkshire, UK, 1892 - 1979) - The Goal (1930)

 

Il segreto dell’Audax

di Franco Filippazzi

 

Un boato vulcanico sottolineò l’ultimo goal dell’Audax. Poi il fischio di chiusura e l’apoteosi della squadra di San Calimero al Lambro. Il campionato di calcio di serie A era terminato e l’Audax era campione d’Italia! Nello stadio ammantato di vessilli rosa a pallini blu (i colori dell’Audax) e avvolto dal fumo dei mortaretti, si scatenarono scene di entusiasmo senza precedenti.

E avevano ben ragione di esultare i tifosi dell’Audax.

Basta pensare che solo quattro anni prima la loro era una squadretta di paese che annaspava nell’ultimo dei gironi calcistici.

Poi, d’un tratto, la fantastica ascesa: un anno dopo l’altro, senza perdere un colpo, la squadra aveva percorso tutta la scala calcistica, fino alla serie A. Ed ora, appena arrivata, aveva vinto anche il massimo torneo!

Come si può immaginare, l’Audax era ormai diventato l’argomento principe dei discorsi degli italiani, e un filone inesauribile per la stampa, la radio, la televisione.

Anche chi non si era mai occupato di calcio si era appassionato all’argomento. E, per la prima volta, era persino accaduto che i giornalisti sportivi si trovassero a corto di iperboli per i loro pezzi di colore.

In effetti, tutta la storia dell’Audax era straordinaria, a cominciare dai suoi giocatori. A guardarli, questi giovanotti corpulenti, un po’ sbracati, che correvano scompostamente, sembravano la parodia degli eroi dello stadio. Né facevano molto per migliorare la forma: mai stati in ritiro, mai fatto diete o astinenze di altro genere.

I loro allenamenti erano quanto di meno sofisticato si possa immaginare: un po’ di flessioni e qualche giro di corsa nei prati attorno al paese. Erano insomma rimasti i tipici calciatori della domenica, dei giovanotti di buona volontà, che si divertono una volta la settimana a dare quattro calci al pallone. Eppure avevano affrontato e sbaragliato squadroni dai nomi gloriosi, composti da giocatori famosi, pagati a peso d’oro.

Altrettanto emblematico era poi il loro allenatore: un simpatico signore quasi calvo, con vistosa pancetta, i piedi piatti e spesse lenti da miope, di cui si assicurava che non avesse mai dato un calcio al pallone dal tempo delle elementari.

Eppure l’incredibile ascesa dell’Audax era cominciata proprio da quando il “professore” – così lo chiamavano – era diventato l’allenatore della squadra.

Anche il modo con cui il professore era arrivato a tale incarico rientrava nel cliché della squadra. Come riferivano i cronisti, egli si era trovato un giorno in pensione e con molto poco da fare. Come gli fosse venuta l’idea di proporsi come allenatore dell’Audax, non era ben chiaro. Né era chiaro perché il presidente della squadra gli avesse affidato l’incarico, visto che il professore non aveva altri titoli che quello di essere suo amico d’infanzia.

Sta di fatto che l’anno stesso dell’arrivo in squadra del professore la squadra era arrivata prima nel suo girone ed era salita in serie C1, primo passo dell’epica scalata all’olimpo calcistico.

Il fenomeno Audax aveva presto monopolizzato l’attenzione di tutti gli allenatori e i tecnici del ramo. Il comportamento della squadra e il gioco dei singoli componenti vennero analizzati minuziosamente (e sempre più affannosamente), senza però trovare una spiegazione plausibile dei sorprendenti risultati. Fiumi di inchiostro vennero scritti sull’argomento, facendo tutte le possibili ipotesi, con i cronisti sportivi trasformati in segugi.

Indagando sulla figura dell’allenatore, si venne a sapere che il professore era stato un noto esperto di calcolatori elettronici, e che aveva passato la sua vita in un laboratorio dove si progettavano questi marchingegni. Si fece allora strada l’ipotesi che egli si avvalesse di questi mezzi per elaborare gli schemi di gioco e gli accorgimenti tattici più opportuni.

Venne anche rilevato che in ogni partita il professore piazzava sulle gradinate, circa sulla mezzaria del campo, ciò che sembravano due grosse cineprese.

Messo alle strette, il professore ammise che, con un paziente lavoro, aveva “schedato” in un calcolatore tutte le squadre che doveva affrontare: dalle caratteristiche dei singoli giocatori alle tattiche usate dagli allenatori. Aveva poi sviluppato un algoritmo che permetteva di correlare tutti questi dati e di definire ogni volta il da farsi. Le due cineprese servivano a filmare le partite per ricavarne informazioni supplementari da utilizzare nelle elaborazioni.

Naturalmente, malgrado le pressioni (e, si dice, anche le minacce) il professore mantenne il più assoluto segreto sul procedimento logico impiegato, sui parametri presi in considerazione e sui dati richiesti all’elaboratore.

Le ammissioni del professore diedero origine ad una frenetica attività degli ambienti calcistici per cercare di capire il meccanismo logico da lui adottato. Le più grandi squadre di calcio sovvenzionarono grossi esperti di informatica per svolgere ricerche in tale direzione, ed il CONI istituì una apposita commissione di studio, con congrua dotazione di fondi.

Tuttavia, malgrado gli sforzi degli avversari, l’Audax procedeva a rullo compressore, travolgendo inesorabilmente ogni ostacolo. Così era accaduto anche quest’anno: al suo primo arrivo in serie A, l’Audax era finita prima, col massimo punteggio assoluto. E il professore, che aveva ormai oscurato la fama di “mago” di Helenio Herrera, sorrideva seraficamente…

* * *

Qualche giorno dopo la fine del campionato, il professore aveva ricevuto una telefonata da un suo ex-allievo, un brillante ingegnere elettronico con cui aveva mantenuto cordiali rapporti.

In modo un po’ sibillino, il giovane chiedeva di andarlo a trovare per presentargli i risultati di una ricerca che, aveva detto, voleva mostrare esclusivamente a lui.

Il giovane era arrivato il giorno dopo e i due stavano ora accomodati in poltrona nell’ampio soggiorno tappezzato di libri fino al soffitto (il professore amava definire la sua casa “una biblioteca con servizi”).

Avevano cominciato a chiacchierare del più e del meno, ma si capiva che il giovane era imbarazzato. Il professore ad un certo punto gli venne in aiuto:

“Allora – disse – parlami di questa tua ricerca”.

Il giovane rimase ancora un momento titubante. Infine si decise, aprì la 24 ore che si era portato e mise sul tavolo un grosso pacco di fogli.

“Io ho seguito la storia dell’Audax dal momento in cui è cominciata – iniziò a dire – sia perché ho l’hobby del calcio, sia perché c’era in questa vicenda una persona che conosco e per cui nutro una grande stima…”.

Il professore con un sorriso fece cenno di proseguire.

“In questi anni ho visto buona parte delle partite dell’Audax e ho cercato anch’io di scoprirne il segreto. A questo scopo ho cominciato a filmare i goal segnati dalla squadra per studiarmeli poi tranquillamente a tavolino. La cosa che più mi ha colpito nel rivedere le sequenze di gioco, è stato l’ “effetto” che i giocatori riuscivano a dare alla palla. Una volta arrivato in una certa zona del campo, il pallone subiva come una correzione di rotta che lo portava inesorabilmente a finire nella rete avversaria. Come lei sa, di ciò si sono accorti in molti e ne hanno parlato ampiamente i giornali. D’altronde, è nell’esperienza di tutti che colpendo il pallone in modo opportuno, esso può seguire delle traiettorie bizzarre”.

Il giovane prese dal tavolo un pacco di fogli su cui era incollata una lunga sequenza di fotogrammi relativi ad un goal segnato dall’Audax. Su ogni fotogramma erano tracciati gli assi di riferimento e le coordinate della palla, in modo da poter ricostruire con precisione, punto per punto, la traiettoria di quest’ultima.

“Ecco qui un esempio – disse porgendo i fogli al professore – Ho studiato queste traiettorie, impiegando i calcolatori che lei mi ha insegnato tanto bene ad usare. Si tratta in sostanza di risolvere un problema di balistica. Ho applicato le leggi della fisica, tenendo conto, nell’impostazione matematica, dei possibili effetti dovuti al modo con cui il pallone viene colpito. E questo è il risultato”.

Così dicendo estrasse dai documenti che aveva davanti un grosso fascicolo contenente l’output del calcolatore.

“Il fatto è – proseguì come parlando a sé stesso – che questa traiettoria, come tutte le altre che ho esaminato, non è solo bizzarra: essa è semplicemente impossibile”.

Gli occhi dei due si incrociarono: seri e perplessi quelli del giovane, arguti e sorridenti quelli del professore.

“Continua” - lo incoraggiò quest’ultimo.

“C’è una sola ipotesi per giustificare i fatti e cioè che, dopo essere stato calciato, altre forze siano state applicate al pallone per modificarne la traiettoria. Ho fatto dei calcoli su questa ipotesi – proseguì estraendo un altro pacco di elaborati – Tutto si spiegherebbe ammettendo che il pallone riceva una sequenza di impulsi di correzione, provenienti da due sorgenti diverse”.

Il professore ora sorrideva apertamente.

“Bravo! – disse - le mie congratulazioni!”

Rimase per qualche istante in silenzio, poi aggiunse:

“Tu meriti che ti spieghi il resto”.

E il professore svelò al giovane il segreto dell’Audax.

Si trattava di un vero e proprio segreto tecnologico. Il professore aveva infatti costruito un sofisticato sistema elettronico alloggiato nelle due pseudo cineprese che collocava sugli spalti degli stadi.

In ognuna delle scatole vi era, in sostanza, un potente calcolatore microminiaturizzato, una coppia di telecamere e due generatori di pacchetti di energia ad ultrasuoni. Le due scatole operavano in sincronismo, scambiandosi segnali via radio.

Le telecamere erano predisposte in modo da inquadrare un ampio spazio davanti alle due porte. Non appena il pallone entrava nel loro campo visuale, esso veniva riconosciuto e la sua presenza segnalata al calcolatore di controllo.

Da quel momento il pallone veniva “preso in carico” da questo calcolatore. Esso calcolava anzitutto la traiettoria ottimale per farlo finire in rete (se si trattava della porta avversaria), o per portarlo fuori bersaglio (se si trattava di quella dell’Audax).

La correzione della traiettoria veniva realizzata inviando sul pallone una sequenza di proiettili impalpabili e invisibili, costituiti da impulsi a ultrasuoni di opportuna potenza, durata e direzione.

Tali impulsi erano forniti dai generatori contenuti nelle due scatole e puntati convergentemente sulla porta interessata. Naturalmente la somministrazione degli impulsi era determinata in ogni dettaglio dal calcolatore, che teneva conto anche della posizione istantanea dei giocatori, per evitare di colpirli.

Tutto il sistema funzionava con precisione matematica “in tempo reale”, grazie alla fulminea velocità operativa degli elaboratori.

Il professore parlava ormai da parecchio tempo, illustrando la spiegazione con schizzi, grafici, simboli ed equazioni, con cui aveva riempito ormai un numero impressionante di fogli. Il giovane ingegnere pendeva dalle sue labbra, gli occhi brillanti per l’emozione, interrompendo spesso per chiedere dettagli e delucidazioni.

Alla fine il professore si alzò, prese dal cassetto una lettera e la porse al suo interlocutore.

“Tu ti chiederai ora come andrà a finire questa vicenda. Ecco la risposta: sono le mie dimissioni irrevocabili da allenatore dell’Audax. Credo di essermi divertito abbastanza. Ho fatto il deus ex machina, portando una squadretta di brocchi – bravi ragazzi, ma brocchi – dove mai sarebbe arrivata. Ora è tempo che tutto torni come è giusto che sia. Anche perché non vorrei – aggiunse sorridendo - che qualcun altro intelligente come te si accorgesse del trucco…”.

* * *

L’anno seguente l’Audax finì il campionato di serie A all’ultimo posto, con 4 goal segnati e 286 subìti. Più o meno lo stesso accadde negli anni successivi, finché la squadra rioccupò di nuovo il suo posto nell’ultima serie.

 

Inserito il:07/11/2020 16:42:42
Ultimo aggiornamento:07/11/2020 16:47:45
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