Aggiornato al 07/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Domenico di Michelino (Firenze, 1417 - 1491) - Dante con la Divina Commedia

 

Dal volgare all’italiano (1)

di Giorgio Cortese e CesareVerlucca

 

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente il latino non si estinse, ma poco per volta iniziò a corrompersi, acquisendo parole dai barbari conquistatori, o cambiando le desinenze, o aggiungendo parole usate dalle preesistenti popolazioni di quelle località.

Suoni antichissimi, come la “s” aspirata degli etruschi, fecero capolino nella regione dell’odierna Toscana; altre parole come “guardia”, ad esempio, furono prese a prestito dal Longobardo ward, mentre altri lemmi simili portarono parole con suoni gutturali come “gl”o il “gh”, ringhiare, latino classico ringi, e cinghia, in latino cingere, che sono un adattamento dei preesistenti caratteri dell’alfabeto latino per rappresentare il nuovo suono romanzo. Famoso è il lemma latino equus (in italiano si dice cavallo, che invece deriva dal tardo latino caballus, che indicava l’animale da soma, ed equus è rimasto l’aggettivo di equino.

Lentamente si fa strada il volgare. Uno dei primi esempi si trova nella catacomba di Commodille a Roma: “Non dicere ille secrita abboce, tradotto in “non dire questi segreti ad alta voce”. Molto probabilmente i segreti erano le preghiere, come si vede in questa frase del V secolo d.C, a Roma il latino parlato dal popolo non era più quello classico di Cicerone. La trasformazione linguistica è un fenomeno che dura secoli, complici i cambiamenti sociali e politici avvenuti con la caduta dell’Impero. Nel 960 d.C. si trovano le prime parole in volgare, in una delle poche scritte risalenti a quel periodo, poiché la lingua volgare, al contrario del latino classico, veniva messa su carta solo per fini pratici, come transazioni commerciali o atti giuridici.

In una contesa tra il convento di Montecassino e un proprietario terriero locale dell’area di Capua, i rigorosi frati dell’abbazia fondata da San Benedetto, severi custodi del latino, nel 960, anno a cui si riferisce il documento, scrivono: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”, presenta evidenti forme volgari, creando un netto contrasto con il linguaggio notarile latino, forse per trasmettere la genuinità della parola messa agli atti.

Nel XII secolo, la scrittura volgare diviene di uso comune nelle dispute giudiziarie, fra privati e nei testi ufficiali delle amministrazioni locali. Nel XIII secolo si sviluppa in Sicilia la Scuola poetica siciliana che già mostrava a livello poetico i primi tentativi di volgare codificato e pronto a diventare lingua. In Umbria, con San Francesco, si assiste al trionfo della lingua volgare nel sacro con i Fioretti di san Francesco che sono un florilegio sulla vita di san Francesco d’Assisi e dei suoi discepoli, tradotti dal latino ad opera di Ugolino da Brunforte.

Per molto tempo la critica ha creduto trattarsi della traduzione di un Floretum che era andato perduto, ma in seguito si è constatato che si trattava di una delle traduzioni trecentesche del testo latino di dubbia attribuzione degli Actus beati Francisci et sociorum eius.

Ma la vera rivoluzione avviene in Toscana con Guido Cavalcanti, Cecco Angiolieri poeti del dolce stil novo. Usando il dialetto fiorentino in molte sue opere, Dante elevò il volgare a lingua illustre, dedicando alla questione il noto trattato latino De vulgari eloquentia, purtroppo rimasto incompiuto. Su suo esempio, molti intellettuali scelsero di scrivere in volgare i loro capolavori, si pensi al Canzoniere di Petrarca o al Decameron di Boccaccio.

Dante, con la Divina Commedia, da una parte fissa in canoni dell’italiano scritto e dall’altra parte mette per iscritto secoli di tradizioni orali. Ovviamente, il latino continuò a essere la lingua della cultura e della religione fino al XVII secolo, poiché le numerose varietà regionali non fornivano ai letterati uno strumento di comunicazione che li unisse, in un’epoca in cui una unità politica appariva irraggiungibile.

Ad affermarsi, fu dunque il modello linguistico fiorentino, ma le sue regole furono fissate dal veneziano Bembo. Nelle sue Prose della volgar lingua, pubblicato nel 1525, egli elencò le caratteristiche necessarie alla lingua italiana per consolidarsi: prese a modello lo stile di Petrarca per la poesia e quello di Boccaccio per la prosa, poiché già avevano superato la prova del tempo. Infine, fu il milanese Alessandro Manzoni a dare ufficialità all’italiano, usandolo nel suo capolavoro I Promessi Sposi, adattandolo ai personaggi e alle diverse situazioni, rifiutando fin dalle prime pagine il linguaggio antiquato del manoscritto seicentesco, da cui finge, per espediente narrativo, di ricavare la storia. Numerosi sono stati i mutamenti che hanno coinvolto i fonemi, la morfologia, la sintassi, il lessico e la semantica latina, portando alla formazione, nei secoli, della lingua italiana.

In questa sua evoluzione dal latino all’italiano sono scomparse le declinazioni, sostituite dall’uso degli articoli e delle preposizioni, ed è scomparso anche il genere neutro sostituito dal maschile. Questa trasformazione ha portato a una minore libertà dell’ordine delle parole nelle frasi, il cui significato può totalmente cambiare a seconda della posizione di un sostantivo o di un verbo. A proposito di verbi, l’italiano ha visto la formazione di voci verbali composte, nate dal legame del participio passato di un verbo con un ausiliare, di chiara derivazione dal latino volgare, che univa il participio passato al verbo habeo.

Infine, i periodi, complessi e pieni di subordinate, sono divenuti col passare del tempo più semplici e immediati; le frasi in italiano sono più brevi e composte per lo più di coordinate. Inoltre, nonostante la maggior parte del lessico sia di derivazione latina, molte parole italiane non hanno conservato il significato d’origine, ma si sono evolute in qualcosa di diverso, influenzate anche dalle lingue di ceppi differenti. Nell’italiano, oltre alle parole latine, sono state acquisite parole di origine germanica, bizantina e araba.

La prima parola italiana di origine araba in cui ci imbattiamo appena svegli è il “caffè”, appunto dall’arabo qawha. Se poi nella tazzina fumante aggiungiamo un cucchiaino di zucchero, il conteggio delle parole di origine araba sale velocemente a tre: dopo il “caffè”, ci sono “tazza”, da tasa, e lo zucchero, sukkar. Se nelle nostre abitudini mattutine c’è anche la spremuta d’arancia? Siamo a quattro. “arancia”, da na-rangi. E se, infine, con le arance spremiamo metà limone, siamo a cinque. Limun è il vocabolo arabo da cui deriva il “limone italiano”, che pare essere arrivato in Occidente durante le Crociate. Si potrebbe andare avanti, e parlare di “albicocche”, di “ribes”, di “melanzane”, “asparagi” o “marzapane”, ma poi la colazione risulterebbe un poco sbilanciata.

Vediamo brevemente alcune altre parole arabe presenti nella lingua italiana, partendo dalle “carovane”, carwan; continuando con prodotti di cui le compagnie mercantili, riempivano le stive delle navi a “bizzeffe”, bizzaf, gran quantità. Poi, passando all’“ammiraglio”, amir,capo della flotta che, dopo una sosta in darsena, dar-sina’a, casa del mestiere, dava l’ordine ai marinai di staccare le “gomene”, ghuma, dalle bitte dei moli per iniziare la navigazione verso casa. Di notte, con la “nuca”, nukha, midollo spinale, piegata all’indietro, il comandante coi suoi strumenti osservava lo zènit, il punto della volta celeste perpendicolare alla testa di chi osserva il cielo, e studiava il nadir, il punto opposto.

Sferzato dallo “scirocco”, shuluq o dal “libeccio”, lebeg, pensava alle serate tranquille trascorse a casa sua sdraiato sul “divano”, diwan, giocando a “scacchi”, schiah con la moglie e sorseggiando “sciroppo”, sharub, di “ribes”, ribas e “sherry”, xeres, mentre i figli allegri in giardino si scatenavano in partite con le “racchette”, rahet, palmo della mano.

Sulla stessa nave, invece, un mercante in “pigiama”, payjamè, sdraiato sul “materasso”, matrah, non riusciva a dormire. Sorseggiando “caffè”, in turco kahvè, ) teneva stretta a sé la “valigia”, valiha degli ori, paventando l’irruzione di un ladro reso violento dall’“alcol”, al-kuhl, da poter diventare un assassino hashishiìn, drogato di hashish.

Il resto, come nei migliori feuilletons, al prossimo numero.

 

Inserito il:14/06/2022 16:46:50
Ultimo aggiornamento:14/06/2022 16:57:10
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