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Aggiornato al 17/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Bob Orsillo (Lewistone, Maine, USA - ) - World Factory

 

“La costruzione della Società di Massa” - CAPITOLO IV

 

Gli Eredi

(seguito)

di Camilla Accornero

 

Una storia a parte era quella degli Eredi. Ma per non rischiare di creare confusione, sarebbe opportuno cominciare con le dovute premesse.

Il docente di storia che era in me non poteva che rimanere estasiato dinnanzi ai racconti di cui andava farneticando lo strambo scrittore vissuto tante decadi addietro, ciononostante disponeva altresì di una consolidata cultura e di un rigido modo di pensare, poco avvezzo ad accettare pareri discordanti dal mainstream dominante. Non in ultimo, molte delle teorie riportate nel memoriale apparivano come il delirio di un uomo stanco della propria piatta esistenza che per porre fine alla monotonia della routine e alla noia si era divertito ad intessere assurde teorie complottiste, a tratti tacciabili di rasentare la paranoia. E malgrado ciò, ogni bizzarria più folle di cui avesse vaneggiato pareva poter essere spiegata alla luce degli eventi di cui ero un diretto interessato. L’unico ostacolo per crederci era dover accettare quanto fosse stata mistificata sino ad allora la mia percezione della realtà.

Ma, d’altro canto, avevo ormai preso la mia decisione: non volevo essere vile né tartufesco (termine di cui scoprii l’esistenza in età particolarmente avanzata leggendo la traduzione di una pièce teatrale di Molière, quando ormai potevo affermare di avere una discreta padronanza della lingua preesistente alla Società dell’Immagine e un’invidiabile conoscenza della sua prolifica produzione letteraria. Divenni un grande estimatore della letteratura nel corso degli anni della maturità; naturalmente ebbi modo di leggere solamente alcune delle opere più famose dell’epoca della cultura antica, quelle che la Lobby aveva deciso di risparmiare durante il “grande rogo”.

Spero vivamente che chiunque si ritroverà tra le mani questo mio diario, che decida o meno di credere a quanto ci sia di vero nelle parole che ho messo nero su bianco, abbia quel briciolo di curiosità per andare a cercare i suggerimenti disseminati tra le righe e riscoprire la bellezza senza tempo delle opere letterarie, della nostra stessa lingua e dell’incanto delle parole, le quali, malauguratamente, siamo sempre più avvezzi a maltrattare, pronunciandole con leggerezza o conferendo loro più o meno valore a seconda della convenienza. E magari qualcuno avrà anche modo di sorridere leggendo la parola “tartufesco”, sapendone cogliere le sfumature del significato. Ricordo ancora come, quando quella bizzarra disposizione di lettere mi saltò all’occhio per la prima volta, credetti di aver perso qualche altra diottria, o di essere diventato dislessico di punto in bianco.

E questo è quel che si può definire un excursus, l’ennesimo stratagemma narrativo di cui si è andata perdendo la magia. Ma in questo caso si tratta di un vero tocco di classe!).

Se c’era una cosa che avevo appreso entrando in possesso di quell’apparentemente insignificante taccuino, era la certezza dell’assoluta inafferrabilità di una verità univoca, un concetto troppo sfuggente per poter essere incasellato a dovere all’interno di una definizione chiara e precisa. Non esisteva una sola verità, ma semplicemente quella a cui, di momento in momento, era più conveniente credere. Allora così come oggi, parte di me è convinta che sia possibile trovare un certo grado di oggettività nel guazzabuglio di opinioni soggettive. Deve esserlo.

Stante tali considerazioni e una non indifferente inclinazione professionale alla ricerca, il mio giovane Io decise che non avrebbe più commesso l’errore di accettare acriticamente qualunque informazione gli fosse stata sciorinata e tantomeno di credere ciecamente alla prima verità propinata come universalmente valida. L’insorgenza dei primi dubbi mi condusse sulla giusta via; o comunque quella che a distanza di parecchie decadi mi sento di poter definire, a ragion veduta, la giusta via. Non avrei dismesso la lettura per timore di scoprire il mio grado di ingenuità o quanto della mia vita non fosse stato altro che una farsa… volevo conoscere in quale pozza di fango stavo lentamente sprofondando.

Per fugare ogni dubbio andai in cerca di indizi, disseminati qua e là tra le pagine di voluminosi manuali di storia, la maggior parte dei quali reperibili solamente nell’indice dei libri proibiti. Una categoria di testi designati dalla Lobby come capaci di alimentare una controcultura lesiva e falsa: una minaccia per il mainstream dominante. Dopotutto, non ci si poteva aspettare un comportamento diverso da chi aveva trascorso tutta la vita a nascondere disoneste macchinazioni dietro un’apparenza di ostentata moralità e modelli etici!

È un dato risaputo, in fin dei conti, che trasgredire le regole, quando queste non esprimono, invero, le ragioni per le quali sono entrate in vigore, è un’idea che alletta. E la Lobby non aveva mai fornito una motivazione valida per proibire la lettura di determinati scritti; si era limitata ad accaparrare scuse più o meno accettabili. Così, un po’ per curiosità, un po’ per ridare brio alla mia monotona esistenza, decisi che sarebbe valsa la pena di correre qualche rischio per poter mettere le mani su quei libri.

Fu proprio durante la messa in atto di un discutibile piano di recupero che mi imbattei per la prima volta negli Eredi. Per mia fortuna, la sorte fece sì che mi trovassero loro e non i fedeli seguaci della Lobby; altrimenti non avrei mai potuto scrivere le mie memorie. La cattura da parte del movimento contro-culturale mi aveva da un lato impedito di cadere vittima del governo salvandomi dall’accusa di essere un cospiratore e un sovversivo, dall’altro, malgrado i modi bruschi e ben poco carezzevoli, mi aveva spalancato le porte ad una nuova realtà: l’esistenza di individui che, come me, si erano ritrovati custodi del lascito di un Osservatore.

In un primo momento ebbi la netta sensazione di trovarmi all’interno di un sogno. Era tutto talmente surreale che faticavo a crederci, dopotutto l’immaginazione degli individui-massa non era certo stata “progettata” per essere capace di pensare a chissà quali stravaganze, era fortemente limitata e circoscritta. Soffocare l’immaginazione era stata una mossa preventiva per assicurarsi che il massimo grado di felicità per ciascun individuo-massa fosse rintracciabile all’interno della società. Dinnanzi alla capacità umana di raffigurarsi ciò che non esiste, qualcosa che addirittura potrebbe rappresentare un’innovazione o un miglioramento, la Lobby non avrebbe potuto vincere; pertanto doveva sopprimerla sul nascere. Annullato l’ineguagliabile potere dell’immaginazione, l’élite si era assicurata il progressivo decadimento dell’uomo nell’impossibilità di provare empatia, poiché gli aveva sottratto la capacità di immaginarsi al posto degli altri e di conseguenza di comprendere e apprendere senza sperimentare in prima persona. La Massa infine era stata resa cieca dinnanzi alle brutture e, viceversa, dinnanzi alla bellezza.

Da quel momento mi si aprì un mondo: una fitta rete di dissidenti e rivoluzionari che con ineguagliabile bravura dissimulavano le loro reali intenzioni riuscendo perfettamente a calarsi nella massa.

Non appena compresero che ero come loro, sebbene più impacciato e con minor esperienza nel campo delle cospirazioni, -un novellino mi definirono-, mi misero a disposizione le informazioni di cui erano in possesso, senza tuttavia distogliermi dalle mie ricerche, ma soprattutto mi consigliarono di non aderire mai acriticamente ad ogni nuova informazione, nemmeno se proveniva da loro: bisognava sempre verificare le proprie fonti. Il loro modo di agire li tutelava dall’eventualità di poter essere tacciati anch’essi, al pari della Lobby, come una sottospecie di setta atta a diffondere la propria visione del mondo. Volevano che fossi io stesso, in ultima battuta, a poter scegliere la verità a cui credere.

L’ascesa verso la presa di coscienza del fatto che non fossi stato altro che una pedina su una scacchiera, per giunta ignaro delle mie mosse, fu lenta e non esente da frequenti ripensamenti. Più volte mi ritrovai sul punto di abbandonare le ricerche, troppo vecchio per buttare nel cesso la mia intera esistenza, allora mi appigliavo alla convinzione che fossi ancora troppo giovane per rinunciare e cedere ad una vita ipocrita. (Non volevo essere un “Tartufo”).

A cinquant’anni suonati ero sin troppo spregiudicato: sfidavo la società in cui vivevo, di cui ero figlio, solo per inseguire i folleggiamenti di un uomo vissuto e morto in un’epoca precedente alla mia, che pareva aver previsto con un minimo margine di errore il mio presente, e di un gruppo di suoi seguaci che per molti versi potevano essere paragonati alla massa. In tutta sincerità, ci furono momenti in cui gli Eredi mi parvero essere per gli Osservatori quel che la Massa rappresentava per la Lobby: un gruppo di accoliti. Da un punto di vista matematico sarebbero stati la proporzione perfetta. Naturalmente non avrei potuto commettere un errore di valutazione più clamoroso. Lo compresi solamente quando riuscii a decifrare l’intero memoriale: gli Osservatori erano stati i testimoni della trasformazione, pressoché indolore, della scala valoriale della società. La cosa paradossale, nonché comica, dell’intera faccenda, stava nel fatto che fosse tutto accaduto alla luce del sole, sotto lo sguardo di tutti: alcune volte la scelta migliore per fare le cose di nascosto è renderle gesti tanto patenti e plateali da farli risultare banali, se non addirittura parte della quotidianità… E quando le nuove idee erano ormai state introdotte e sposate da quella compagine della massa che dapprincipio rappresentava la minoranza, venne messa in atto la demonizzazione dei valori sino ad allora consolidati e la conseguente emancipazione della minoranza, che cessò di essere considerata come tale.

Trovare il giusto equilibrio tra il relativismo nichilista e l’assoluto diritto di scelta non era stato poi tanto difficile: era bastato partire dalla decostruzione programmatica di quella che era considerata, -benché solo più formalmente-, l’etica dominante e fare “tabula rasa”, dopodiché era stato sufficiente riempire il foglio bianco così ottenuto con i dettami del nuovo sistema di valori per giustificarne l’affermazione in tutti gli apparati della società. L’atto finale era stato il consenso unanime ottenuto attraverso un rapido processo, anche coatto se necessario.

Questa fu pressappoco la lungimirante supposizione degli Osservatori, successivamente verificata e accolta dagli Eredi.

(Continua)

 

Inserito il:27/08/2019 18:49:02
Ultimo aggiornamento:18/09/2019 16:53:30
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