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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

William James Muller (Bristol, UK, 1812 - 1845) - Florence from St. MIniato

 

Le grandi famiglie: I Medici - 1 -  Ascesa e splendore di Casa Medici

di Mauro Lanzi

1. Eredità e origini.

 

Gli ultimi Medici

Può apparire singolare iniziare un racconto dalla fine, quindi parlare di una dinastia che regnò su Firenze e Toscana per più di 4 secoli cominciando dalle vicende dei suoi ultimi rappresentanti, ma questa scelta è, a nostro parere, giustificata proprio dagli ultimi atti ufficiali di questa famiglia e dalle conseguenze che questi hanno avuto; aspetti forse poco conosciuti, ma di grande rilevanza per l’eredità che ci hanno consegnato.

 

Gian Gastone (1671 -1737)

L’ultimo regnante di casa Medici è stato Gian Gastone de’ Medici, nato il 25 maggio 1671, terzogenito, del granduca Cosimo III e Margherita Luisa. Dopo il trasferimento della madre in Francia per dissapori con il marito, Gian Gastone fu educato principalmente da diversi precettori in svariati campi, come giurisprudenza, lingue, storia sacra, scienze, e così via. Era riconosciuto come principe preparato ed intelligente ed era un riferimento per la cultura dell’epoca, ma il suo carattere non era dei più fermi ed i suoi rapporti con i familiari furono sempre un problema.

Anche il suo matrimonio con Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg, secondo le cronache del tempo poco avvenente, non fu felice ed il principe, per dimenticare le delusioni coniugali, si diede a girare l’Europa visitando Francia, Olanda, Fiandre e Germania, soddisfacendo le sue curiosità letterarie e scientifiche, ma cadendo anche preda di dissolutezze, gioco d’azzardo, alcool ed altro.

Morti i due fratelli maggiori, alla scomparsa del padre Cosimo III (1723), Gian Gastone divenne suo successore al vertice del granducato. Governò senza infamia e senza lode, ma i dissidi con la moglie ed anche, forse, una latente omosessualità, fecero sì che alla sua morte (1737) il granducato restasse senza eredi maschi, l’ultima rappresentante della famiglia rimasta era la sorella, Anna Maria Luisa.

 

Anna Maria Luisa de’ Medici.

Figlia di Cosimo III e di Margherita d'Orléans, era nata l'11 agosto 1667 a Firenze. Era molto amata e quasi idolatrata dal padre, ma l'unione con l'elettore palatino, Giovanni Guglielmo la allontanò per molti anni da Firenze e dalla famiglia. In Germania Anna Maria Luisa fu sposa amata e rispettata dal marito e dai suoi sudditi.

Rimasta vedova, per le insistenze del padre e del fratello abbandonò il soggiorno di Düsseldorf, per assistere l’ormai anziano Cosimo III e, dopo la morte di questi, il fratello.

La morte di Gian Gastone, che non lascia eredi, apre ufficialmente la questione della successione al trono di Toscana e pone Anna Maria di fronte ad un difficile dilemma, per gli appetiti che il ghiotto boccone della Toscana aveva ridestato in tutta Europa; Anna Maria avrebbe potuto opporsi alle mire delle potenze europee, avrebbe potuto cercare di amministrare lei stessa il granducato, oppure contrarre matrimonio con un principe italiano, il Savoia ad esempio.

Saggiamente rinunziò; forse era ancora vivo il ricordo di quanto avvenuto a Mantova, dove la successione all’ultimo Gonzaga aveva scatenato una feroce contesa tra Francia ed Impero, attirando infinite sciagure sulla città e sull’Italia; la calata dei Lanzichenecchi, descritta dal Manzoni, e la peste che ne conseguì sono legate a questo evento.

Anna Maria voleva evitare questa sorte a Firenze e decide quindi di assecondare le intese raggiunte da Francia ed Austria, che assegnavano il trono di Toscana a Francesco di Lorena, marito di Maria Teresa; si reca quindi a Vienna dove firma il 31 ottobre 1737 il “patto di famiglia” che assicura la successione della casa dei Medici ai Lorena, nominando però Firenze erede universale di tutto il patrimonio di casa Medici: ottiene in calce al “patto” la firma del Lorena.

Anna Maria Luisa muore sola e dimenticata da tutti il 18 febbraio 1743, mentre a Firenze si festeggiava il Carnevale; ma è proprio a lei, a questa anziana e fragile signora che dobbiamo infinita riconoscenza per i capolavori che possiamo ammirare agli Uffizi o negli altri musei fiorentini, piuttosto che a Vienna o a Berlino.

Anna Maria Luisa, elettrice palatina, ultima erede di casa Medici, testimonia con il suo coraggio e la sua intelligenza la grandezza di una stirpe.

 

I Medici: le origini

I Medici è stata forse l'unica famiglia che sia mai riuscita a costituire una dinastia attraverso l’esercizio di arti liberali, non essendoci traccia nelle sue origini né di nobiltà né di eccelse attitudini militari. Nessuna goccia di sangue blu nei Medici di Firenze, un vecchio ceppo campagnolo, che affonda le radici nel Mugello; oscura è anche l'origine del nome, che fin troppo ovviamente qualcuno farebbe derivare da un antenato dedito all'esercizio della medicina o della farmacia: anche le famose "palle" che appaiono sullo stemma non rappresenterebbero altro che le “cialde” con cui medici e speziali somministravano i loro farmaci.

 

Pure il numero delle palle che decorano lo stemma è argomento di discussione: sembra che inizialmente fossero undici, divennero nove con Giovanni di Bicci, ridotte a sei da Lorenzo in poi.

 

La Repubblica di Firenze dal 1200 al 1400

 

L’ascesa dei Medici si è realizzata a Firenze per le peculiari caratteristiche politiche ed economiche di quella città: in nessun altro luogo al mondo, a quei tempi, si sarebbe potuta svolgere l’incredibile vicenda di questa famiglia e tanto giustifica la digressione che segue, ad illustrarne i motivi.

Firenze era allora una repubblica, che si reggeva sulla base degli “Ordinamenti di Giustizia” emanati nel 1293 da Giano della Bella, il quale, pur appartenendo ad una delle più antiche famiglie nobili ghibelline della città, aveva abbracciato la fazione guelfa e popolare, e ne era divenuto paladino.
Tali ordinamenti stabilivano, in buona sostanza, che potessero svolgere attività politica a Firenze solo gli iscritti alle corporazioni, le Arti, Maggiori e Minori, escludendo quindi i nobili, i “Grandi” dal governo della città. Giustamente il potere politico era affidato alle Arti: la grandezza e la prosperità di Firenze nell’alto Medioevo furono opera delle Arti.

Ogni Arte era una persona giuridica che disponeva di una sede, di un governo, di finanze proprie di giustizia e polizia interne. Ogni arte controllava e certificava la qualità del prodotto, gestiva la qualifica dei propri soci, che venivano distinti in apprendisti, laboratores e maestri, curava la loro istruzione e lo sviluppo professionale, ne rappresentava gli interessi di fronte ai poteri cittadini. Sette “Arti Maggiori”, dodici “Arti Minori”:

 

Le Arti Maggiori

Le Arti Minori

 

Del tutto peculiare la procedura attraverso cui le Arti designavano il potere politico di Firenze.

In occasione dei turni elettorali, i nomi di tutti i componenti di ogni Arte, che avessero compiuto i 30 anni e fossero “eleggibili”, venivano inseriti in sacchetti di cuoio, detti borse, e depositati nella sacrestia di Santa Croce; dall’estrazione a caso di nove nomi, sette per le Arti Maggiori e due per le Minori, avveniva la designazione dei Priori, che costituivano la “Signoria”, cioè il Governo della città. I Priori, che eleggevano tra di loro il “Gonfaloniere di Giustizia”, restavano in carica per due mesi, percepivano un modesto stipendio, alloggiavano nel Palazzo della Signoria, erano insieme legislatori e reggitori della Repubblica. I loro poteri erano comunque limitati, sia dalla brevità del mandato, sia dall’obbligo di consultare altri organi collegiali, tutti designati tramite estrazione a sorte, come i “Dieci di Guerra”, gli “Otto di Sicurezza”, i “Dodici Boni Homines” e via dicendo.

 

Un altro organo costituzionale era l’assemblea generale di tutto il popolo, simbolo di tutte le libertà fiorentine, che si riuniva, in particolari occasioni, in piazza della Signoria ai rintocchi di una grossa campana, posta sulla torre di Arnolfo, detta la ”Vacca”.

Una posizione a parte occupava il “Podestà”, in genere un nobile straniero, riccamente retribuito, che si occupava dell’attuazione della giustizia e risiedeva nel Palazzo del Bargello, utilizzato anche come prigione (tale rimase fino a metà del XIX secolo quando le prigioni fiorentine furono trasferite alle Murate).

Oggi il Bargello è un magnifico museo, ma per secoli le sue mura hanno risuonato di grida e lamenti, hanno assistito allo strazio di prigionieri torturati e messi a morte.

 

 

Il modello politico in atto a Firenze non era ovviamente esente da difetti: a prima vista, si sarebbe detto un sistema impermeabile ad ogni influenza o condizionamento di parte, ma non era così; i grandi gruppi di potere, tra cui in futuro anche i Medici, erano in grado di manipolare le liste degli “eleggibili”, includendo i propri partigiani ed escludendo gli avversari, per indegnità, fino a controllare, indirettamente tutta la politica della città. Di più, restavano esclusi totalmente dal sistema, cioè dalle Arti, tutti i lavoratori dipendenti di basso livello, i venditori ambulanti, i prestatori d’opera occasionali, in sostanza un buon 70% della popolazione, che non aveva né diritti politici, né garanzie salariali, né assistenza di alcun tipo. Questo stato di cose arrivò a generare a fine ‘300 una diffusa insoddisfazione trai ceti più deboli, che esplose nel 1378 nel tumulto detto dei “Ciompi” (lavoratori della lana), che, dopo un iniziale successo, fu rapidamente soffocato dalle Arti tradizionali.

 

Occorre anche riconoscere però che, a parte periodi transitori di difficoltà o malessere, anche i lavoratori più umili avevano di che vivere: la società fiorentina, inoltre, era caratterizzata da una elevata mobilità sociale, anche i più piccolo artigiani, mercanti o imprenditori avevano la possibilità di emergere e proprio le vicende della famiglia Medici ne sono la dimostrazione.

Inoltre non si può non menzionare che una procedura elettorale così complessa rendeva di fatto impossibile per una sola persona dichiararsi Signore della città (quello che invece stava avvenendo a tutte le altre grandi città italiane!!).

Questo insieme di circostanze faceva sì che la maggior parte dei fiorentini si riconoscesse nel sistema politico che governava la città, fosse orgogliosa delle “libertà” da esso tutelate e condividesse le idee ed i progetti della classe dirigente, malgrado abusi e storture, che un’impetuosa crescita economica mascherava o faceva dimenticare ai più.

Una testimonianza di questo tumultuoso sviluppo la troviamo nella “Cronica Fiorentina” del Villani, scritta in quell' epoca: secondo il Villani, la città nel ‘300 era popolata da 100.000 persone stabilmente, più un flusso giornaliero di 1.500 stranieri, tra viandanti e soldati.
Fuori dalle mura, nel contado si contavano 80.000 uomini (il Villani usa il tèrmine “uomini” forse intendendo maschi o famiglie) , nascevano ogni anno da 5.500 a 6.000 bambini, in maggioranza maschi, i bambini che potremmo definire studenti elementari ammontavano a 8/10.000 , quelli che frequentavano le “superiori” (coloro che imparavano l'abbaco e l'algorismo) tra 1.000 e 1.200 in 6 scuole e quelli che imparavano la grammatica e logica erano 550/600 in 4 scuole.
Le botteghe (opifici) della lana, dove alla fine del 300 si lavorava anche e soprattutto la pregiatissima lana d' Inghilterra, erano oltre 200 e davano sostentamento a 30.000 persone con un fatturato di 1.200.000 fiorini d'oro; a questi si devono aggiungere i 300.000 fatturati dall'arte di Calimala, produttrice di panni di lusso (detti francesi) riccamente decorati. I pianellai, zoccolai e calzolai erano oltre 300. In città vi erano 146 fornai che ogni giorno lavoravano 150 “moggia” di grano.
I banchi di cambio (banchieri) erano oltre 80. La zecca cittadina batteva annualmente da 350.000 a 400.000 Fiorini d'oro, oltre a circa 20.000 libbre di danari da 4 piccioli.
Il collegio dei giudici era formato da 80 persone, 600 i notai, molti più dei medici e cerusici, solo 60.

Le botteghe delle altre varie arti erano talmente tante e variegate da non potersi contare.

 

Politica estera: Firenze nel 300

Verso la fine del ‘300 le città italiane più ricche e potenti in Nord Italia erano, insieme a Firenze, Milano (retta da una signoria) e Venezia (retta da una oligarchia).

Firenze nel ‘300 conquista Arezzo e altri territori circostanti (Montepulciano, Pisa, Cortona, Livorno), allargando il territorio in modo da rendere più sicura la città, ma si scontra con la rampante ascesa del potere visconteo. Sotto la guida di un geniale quanto dispotico reggitore, Gian Galeazzo Visconti, Milano conosce in questo momento l’apogeo del suo potere politico; Gian Galeazzo sottomette Genova e strappa terre e città alla stessa Venezia: Poi rivolge la sua attenzione a sud, scontrandosi inevitabilmente con Firenze.

Firenze innanzitutto cerca alleati, in primo luogo Venezia e Bologna, ma anche l’imperatore tedesco, Roberto di Baviera; poi si munisce di un esercito, assoldando la compagnia di ventura di un inglese, John Hawkwood, per i fiorentini Giovanni l’Acuto.

L’Hawkwood aveva partecipato alla guerra dei Cento anni, tra Francia ed Inghilterra, ma dopo la conclusione della pace di Brétigny (1360) si era trovato senza impiego, insieme a tanti mercenari, che rimasti senza soldo si erano organizzati in bande di saccheggiatori, “ecorcheurs”, scorticatori, li chiamavano i francesi, che, ovviamente, si armarono per eliminarli.

Cacciata dalla Francia dove si rifugia la feccia d’Europa? In Italia ovviamente (non è così anche oggi?); i manigoldi, riuniti in compagnie di ventura, vendono i propri servigi a città e signorotti, essendo spesso più interessati al saccheggio che alla guerra. Tra di queste, la compagnia dell’Acuto si fa presto conoscere per la sua efficienza, oltre che per la spietatezza (Cesena e Faenza ricordano ancora la sua crudeltà).

Passato alle dipendenze di diversi Signori, l’Acuto si mette dal 1377 al servizio dei Fiorentini, cui rimase fedele fino alla fine dei suoi giorni: inizialmente ottiene significativi successi sui viscontei (Alessandria): poi, costretto a ripiegare, nel 1391, opera un'abilissima ritirata che lo porta senza danni dalla Lombardia in Toscana.

Accorto stratega, maestro di Alberico da Barbiano, l’Acuto esercita anche un'influenza politica nei vent'anni in cui rimane al comando di truppe per la repubblica fiorentina: primo dunque non solo dei capitani di ventura in Italia, ma anche dei condottieri politici.

Dopo la sua morte fu onorato, in S. Maria del Fiore, con un affresco di Paolo Uccello.

 

Già costretti a ripiegare, gli eserciti fiorentini restano senza guida per la morte dell’Acuto, nel 1394, mentre la situazione militare si fa sempre più drammatica: anche l'esercito imperiale è annientato a Brescia, i Fiorentini si ritrovano senza alleati e senza esercito.

Il 10 luglio 1402 il Visconti si impadronisce di Bologna, niente sembra più poter arrestare l'avanzata dei vessilli viscontei; in agosto il biscione di Milano (“la vipera che el melanese accampa”, Dante) si affaccia oltre l'Appennino minacciando direttamente la Repubblica: I Fiorentini vedono la morte negli occhi.

La fortuna però assiste Firenze, il 3 settembre 1402, all'età di soli 50 anni, muore improvvisamente Giangaleazzo e con lui tramonta il sogno dell’impero visconteo. Firenze può respirare: inizia da qui, dallo scampato pericolo, il periodo di maggior crescita economica di Firenze, che diviene in breve il centro della finanza europea.

In tutto questo periodo i Medici erano rimasti ai margini della vita politica ed economica di Firenze, conoscendo anche momenti molto difficili: l'adesione di un loro rappresentante, Salvestro, al partito dei Ciompi non migliora certo la situazione e la reputazione della famiglia. Le cose cambiano radicalmente quando la guida delle fortune familiari finisce nelle mani del vero capostipite della dinastia, Giovanni di Bicci, che porta decisamente il fulcro delle attività dei Medici nel mondo della finanza e delle banche.

 

(Continua)

 

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Inserito il:29/04/2018 11:20:17
Ultimo aggiornamento:08/05/2018 10:53:10
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