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Aggiornato al 23/01/2019

Anton von Werner (Frankfurt/Oder, 1843 - Berlino, 1915) - Lutero alla Dieta di Worms

 

Le grandi famiglie: I Medici - 4 - L’età dei Papi

 

4. Il rientro dei Medici. Leone X

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Durante tutto il periodo trascorso dal 1494 i Medici non erano mai riusciti a far cambiare il decreto di esilio per tutta la famiglia, neppure dopo la morte di Piero, 1503; l’ascesa al trono del nuovo papa, Giulio II, pone almeno fine alle peregrinazioni della famiglia Medici, che si stabilisce a Roma, dove il nuovo capofamiglia, il cardinale Giovanni, riesce, per il suo buon carattere, la sua disponibilità, le sue doti diplomatiche, ad entrare nelle grazie del burbero pontefice, che gli assegna incarichi sempre di maggior rilievo, fino ad affidargli la guida degli eserciti pontifici, dopo la battaglia di Ravenna.

Le circostanze divengono d’un tratto favorevoli ai Medici, perché il Papa, indispettito dal rifiuto di Firenze ad entrare nella lega antifrancese, decide che è tempo di mettere in riga la riottosa Repubblica; a questo scopo ottiene dagli spagnoli di disporre di un corpo di spedizione, al comando di Ramon Cardona, che muove contro Firenze sotto la guida del cardinale Giovanni, legato pontificio. La Repubblica tenta una disperata difesa, impiegando le milizie territoriali auspicate (ed anche organizzate) dal Machiavelli, che fanno terra bruciata intorno all’esercito pontificio; gli spagnoli, però, fanno pervenire ai fiorentini un messaggio tremendo: prendono d’assalto la cittadina di Prato e la sottopongono ad un terribile scempio; giorni e giorni di violenze, stupri, torture si abbattono sulla sfortunata popolazione, senza risparmiare né donne né bambini, né chiese né conventi. Sotto lo sguardo impotente o indifferente del Legato Pontificio trovano la morte più di duemila abitanti e la cittadina è ridotta un ammasso di rovine. I Fiorentini comprendono l’antifona, Pier Soderini fugge in esilio volontario, la cittadinanza festante apre le porte al cardinale Giovanni ed alla sua famiglia (1°Settembre1512).

 

Giuliano e Lorenzo

Il rientro dall’esilio dei Medici avviene in un bagno di sangue, a differenza di quanto avvenuto per Cosimo, ma il Cardinale Giovanni si impegna a rassicurare i cittadini, il giogo dei Medici sarà lieve, saranno cancellati i divieti del Savonarola, tornerà la gioia e l’allegria dei tempi del Magnifico. La famiglia Medici era composta allora, dopo la morte di Piero, da quattro rappresentanti: il cardinale Giovanni, il cugino Giulio, figlio illegittimo di Giuliano, il terzo fratello Giuliano, conte di Nemours, ed infine Lorenzo, figlio di Piero il Fatuo.

Il capofamiglia Giovanni, era troppo occupato dai suoi impegni romani, non aveva tempo da dedicare alla città di Firenze, e così anche Giulio, che era il suo principale consigliere; la gestione degli affari fiorentini fu quindi affidata prima a Giuliano (ritratto da Raffaello a sinistra), che era una brava persona, ma visse poco, e poi a Lorenzo (idem a destra).

Lorenzo aveva ereditato tutti i difetti del padre, mentre la madre, Alfonsina Orsini gli aveva instillato le idee d’orgoglio e d’arroganza che più risultavano insopportabili ai fiorentini: per i primi tempi riuscì a controllarsi, seguendo i consigli dello zio Papa, poi, quando nel 1516 le armate pontificie conquistarono per lui il ducato di Urbino, cacciandone i Della Rovere (viene ricordato come duca d’Urbino), non ebbe più freni generando un vasto moto di malcontento in entrambe le città; costretto infine ad abbandonare Urbino da una sommossa organizzata dai Della Rovere, morì nel 1519, consumato dai suoi eccessi (sifilide).

Lorenzo si ricorda soprattutto per la dedica del “Principe” di Nicolò Machiavelli (il Machiavelli sperava così di rientrare nella vita politica della città, ingraziandosi i Medici), e per la sua tomba; per lui e per lo zio Giuliano, il Papa aveva fatto realizzare da Michelangelo le “Tombe Medicee”, che si possono ammirare nella Nuova Sacrestia di San Lorenzo e che rimangono uno dei massimi capolavori dell’artista.

Lorenzo aveva sposato una francese, Maddalena de la Tour d’Auvergne; lasciò una figlia di soli due anni, Caterina, della quale dovremo tornare ad interessarci perché destinata ad un grande futuro.

Alla sua morte fece ritorno a Firenze Giulio de’ Medici, divenuto nel frattempo cardinale, che seppe riparare ai guasti del nipote e gestì direttamente o per interposta persona la città negli anni a seguire.

 

L’età dei Pontefici

Dal 1513 al 1534, Roma, il Papato, Firenze e buona parte delle sorti d’Italia furono rette da Pontefici di casa Medici, Leone X e Clemente VII, con la sola breve interruzione del pontificato di Adriano VI, un olandese, ultimo papa straniero prima di Wojtila. Fu un periodo denso di eventi drammatici per l’Italia e per il mondo intero: non sempre i Medici dimostrarono una statura morale e politica pari agli eventi.

 

Leone X

“Dio ci ha dato il papato, godiamocelo”

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Raffael_040.jpg

Giovanni, figlio secondogenito del Magnifico, salì al trono pontificio nel 1513 all’età di soli 37 anni, molto giovane quindi se paragonato ai suoi predecessori. Lo splendido ritratto di Raffaello, che fu il suo artista, preferito, ne illustra assai bene il carattere pacato, condiscendente verso gli altri e soprattutto verso sé stesso; si noti il contrasto tra il volto pacioso del Pontefice ed i tratti affilati, gli occhi penetranti e astuti del personaggio alla sua destra, il cugino Giulio, vera mente della politica papale. Sono significative le prime parole di Leone, appena consacrato:

“Dio ci ha concesso il Papato, godiamocelo”

Non male come programma! Il papato era caduto sulle spalle di un pontefice che non si macchiò mai dei misfatti di un Sisto IV, non oltraggiò mai il soglio pontificio con l’immoralità e la lussuria di un Alessandro VI, non trascinò l’Italia ed il mondo in guerre rovinose come Giulio II; Leone X era semplicemente un gaudente epicureo, amante dei divertimenti, del cibo, degli svaghi, le cacce soprattutto, dell’arte e della cultura, per cui veniva esaltato da artisti e letterati. Gli facevano difetto l’energia e l’acume politico, doti precipue dei suoi antenati, ma anche un sincero afflato religioso, una vera preoccupazione per le condizioni della Chiesa. Avrebbe desiderato vivere in pace con tutti ma il mondo stava cambiando rapidamente.

 

Nel 1515, raggiunta la maggiore età, il giovane Carlo di Asburgo, figlio di Filippo “il Bello”, un Asburgo, e di Giovanna di Castiglia, diventa duca delle Fiandre: l’anno successivo, alla morte del nonno Ferdinando il Cattolico, vista la demenza della madre, Giovanna la Pazza, viene incoronato Re di Spagna col nome di Carlo I; infine, nel 1519, alla morte dell’altro nonno, Massimiliano d’Asburgo, riesce a farsi eleggere, grazie al denaro dei Fugger, Imperatore del Sacro Romano Impero, con il nome di Carlo V; se a questo già immane impero aggiungiamo il Messico, conquistato nel 1522 da Hernan Cortés ed il territorio Inca, rapinato da Francisco Pizarro, abbiamo l’immagine della più straordinaria concentrazione di potere politico, economico e militare mai vista in Occidente dopo la caduta dell’impero romano. Di questa nuova situazione molti non seppero prendere coscienza, in particolare non l’accettò mai il giovane re di Francia, Francesco I, che appena salito al trono aveva riconquistato il ducato di Milano con l’epica battaglia di Marignano (1515), oggi Melegnano, detta anche “Battaglia dei Giganti” per l’eroico impegno degli Svizzeri al soldo del duca di Milano; ma questo non fu che l’inizio di un tragico susseguirsi di guerre che per quarant’anni devasteranno l’Europa e soprattutto l’Italia.

Su questa situazione, di per sé instabile e potenzialmente esplosiva, venne a cadere il dramma della Riforma Luterana. Anche in questo caso sarebbe ingiusto attribuire responsabilità eccessive a papa Leone; il dissesto morale della Chiesa era da tempo sotto gli occhi di tutti, Martin Lutero era fuggito disgustato dall’obbrobrio della corte di Roma, al tempo dei Borgia.

Di più, l’opera degli umanisti, Lorenzo Valla ed altri, aveva scoperchiato il vaso di Pandora, dimostrando che la “Donazione di Costantino” ed altri documenti correlati erano dei falsi grossolani; così tutto l’impianto giuridico su cui la Chiesa aveva fondato il suo magistero in campo politico nel Medioevo, assegnando o revocando regni ed imperi, era miseramente crollato; il diritto internazionale, inteso come estensione del diritto canonico, non esisteva più e la Chiesa avrebbe dovuto cercare nuove fondamenta per la sua dottrina ed il suo magistero.

Leone X non era l’uomo adatto a questo compito; aveva inoltre ereditato dal suo predecessore un legato pesantissimo, cioè la costruzione della nuova basilica di San Pietro, opera che richiedeva mezzi finanziari assai ingenti, esorbitanti le normali disponibilità del bilancio pontificio.

Per reperire questi fondi il Papa ed i suoi consiglieri pensarono di far ricorso alla vendita delle indulgenze; è bene ricordare che la concessione di indulgenze era una chiara prerogativa papale e l’offerta di un obolo era una consuetudine consolidata.

In questa circostanza però, in Germania, l’ansia per la raccolta di un ricco bottino, che sarebbe stato spartito, secondo gli accordi, tra Vaticano e potentati locali, portò a degli eccessi imperdonabili: il domenicano Tetzel, che guidava la raccolta, batteva città e campagne attuando un marketing delle indulgenze quanto mai aggressivo, con slogan del tipo:

"come il soldino nella cassa risuona, ecco che un'anima il purgatorio abbandona"

come della moneta si sente il tintinnio, l’anima sale salvata a Dio” ,

“Carosello” non avrebbe fatto di meglio!!

Il bello era che si potevano acquistare indulgenze non solo per i morti, ma anche per i vivi, a valere per il futuro delle loro anime, anche per se stessi: una specie di TFR dello spirito!! Questa spensierata atmosfera da bordello della fede, viene improvvisamente squarciata il 31 ottobre del 1517, quando un monaco agostiniano, Martin Lutero, affigge o fa affiggere al portone della cattedrale di Wittenberg le famose 95 tesi.

Di per sé il gesto non aveva nulla di rivoluzionario, era costume dei dotti o degli ecclesiastici di quei tempi pubblicare in latino argomenti da dibattere con i loro pari; anche le tesi non erano nuove, alla Sorbona di Parigi si erano dibattute proposizioni ben più ardite: ma qui accadde qualcosa di inatteso ed inaudito, qualcuno strappò il foglio dalla cattedrale, lo tradusse in tedesco, diffondendolo, grazie alla nuova tecnica di stampa a caratteri mobili, in centinaia di copie in tutta la Germania.

Il messaggio di Lutero quindi si propaga con la velocità di un lampo al di fuori di una ristretta cerchia di eruditi, ed è questa la prima grande novità, conseguenza imprevista dell’invenzione della stampa.

La nuova dottrina trova un ambiente particolarmente sensibile e ricettivo, il mondo tedesco stava attraversando un momento particolare; tramontato il sogno dell’impero universale, la Germania si sentiva come defraudata della propria identità, del proprio rango, da un mondo latino ingiustamente privilegiato dalla presenza del papato. Di questo modo di sentire si fa interprete un Lutero, inizialmente titubante, poi rinfrancato dal consenso crescente, fino a pubblicare, nel 1520, la “Lettera alla Nobiltà della Nazione Tedesca”, vero e proprio manifesto di rivolta nazionale contro Roma. Si era venuta a determinare una situazione potenzialmente ingestibile, con la saldatura tra tesi religiose ed un rinascente nazionalismo: la Riforma diviene la bandiera di una nuova identità tedesca, di una posizione di contrasto e di indipendenza rispetto al potere imperiale e papale, ma anche il simbolo di una rivolta contro l’ordine sociale costituito.

Il messaggio luterano infatti provoca vaste rivolte di contadini in Germania, che vengono ferocemente represse con il pieno consenso di Lutero, che aveva ben compreso da che parte gli conveniva stare. Accadde allora quello che accadrà con la rivoluzione russa e con l’avvento del comunismo: malgrado le evidenti contraddizioni, malgrado i misfatti del nuovo regime, il fatto stesso che un’idea rivoluzionaria si fosse affermata in un grande paese costituiva un richiamo irresistibile per vasti strati delle popolazioni di tutta Europa.

La dottrina di Lutero non era, come detto, una novità in assoluto, anzi, rispetto agli antecedenti di Wycliff e Hus, rinunziava agli aspetti di livellamento sociale propri di quelle teorie; proprio per questo però riuscì ben accetta ai grandi feudatari, ai Principi Elettori del nord e lì si affermò. I punti fondamentali della Riforma Luterana si possono così riassumere:

  • Salvezza per sola fede (Sola fide).
  • L'uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.
  • Libero esame delle Sacre Scritture (Sola Scriptura).
  • Sufficienza delle Sacre Scritture: per comprendere le Sacre Scritture non occorre la mediazione di concili o di papi, basta la grazia divina.
  • Negazione dell'infallibilità papale.
  • I sacramenti sono ridotti al battesimo e all'eucaristia,
  • Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato

Bibbia LuteroRisulta evidente l’effetto devastante che queste idee avrebbero avuto su di una Chiesa fondata su gerarchia, dogmi, intermediazione del clero in materia di fede: si pensi soltanto al fatto che i testi sacri erano in latino, mentre Lutero si preoccupò, per prima cosa, di tradurre la Bibbia ed i Vangeli in tedesco.

La lingua tedesca che noi conosciamo nasce da questa traduzione, che, vista la cultura monastica del suo estensore, del latino mantiene l’architettura, le declinazioni, i generi maschile, femminile, neutro, la sintassi con verbo e negazione alla fine.

La Curia romana non riesce a percepire la portata e la gravità della situazione in atto; papa Leone, troppo impegnato a godersi il papato, tra feste, cacce, bagordi e scherzi di ogni genere, non intende preoccuparsi oltre misura a causa di Lutero. Si affida ai rimedi soliti, censura, scomunica, richiesta di interventi repressivi da parte del nuovo imperatore, Carlo V, che falliscono tutti, per il crescente appoggio concesso a Lutero dai grandi feudatari tedeschi; a mettere mano ad una riforma della Chiesa Leone non ci pensa proprio, malgrado i richiami in questo senso di Carlo V, che invano suggeriva la convocazione di un Concilio, come extrema ratio, per salvare l’unità della Chiesa!!

Leone X muore il 1° dicembre 1521, per le conseguenze di un’infreddatura presa durante una partita di caccia: in fondo, si muore come si è vissuti.

Malgrado la sua bonomia, la protezione accordata ad artisti e dotti, della quale i capolavori realizzati in quel periodo sono testimonianza, un giudizio su papa Leone de’ Medici non può prescindere dagli eventi accaduti nel corso del suo pontificato e dai danni arrecati dalla sua negligenza, dal suo disinteresse in materia di teologia all’unità della cristianità.

(Continua)

 

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Inserito il:25/10/2018 20:08:47
Ultimo aggiornamento:08/11/2018 18:48:59
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