Aggiornato al 25/06/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Ritratto di Manzoni del 1835 di Giuseppe Molteni, con paesaggio di sfondo di Massimo D’Azeglio

 

Dal volgare all’italiano (3)

di Cesare Verlucca e Giorgio Cortese

 

L’ultimo brano del capitolo precedente chiudeva affermando: «L’analfabeta emotivo che, cresce specialmente tra i giovani, è strettamente connesso con la mancanza di empatia: è, in pratica, l’incapacità di comprendere, esaminare e direzionare le emozioni».

Inevitabile conseguenza è quindi non capire né dar per valide quelle altrui. Potremmo definirlo come la disconnessione con emozioni e sensazioni che da un lato non permettono di spiegare quello che si prova, dall’altro hanno il pessimo potere di trasformare le persone in individui impulsivi, rinchiusi nella gabbia delle proprie emozioni. Il problema è, quindi, profondo e preoccupante e non investe solo i giovanissimi in età scolare, ma anche una parte di popolazione adulta che, pur possedendo tutti gli strumenti per avere accesso alla cultura e all’informazione, non comprende ciò che legge, nemmeno i dati più banali.

L’analfabetismo funzionale, detto altresì illetteratismo, si traduce nell’incapacità di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità.

L’analfabetismo di ritorno, invece, è un fenomeno per il quale un individuo che abbia compiuto un percorso scolastico perda nel tempo le relative competenze poiché non le esercita. Mentre gli analfabeti strumentali rappresentano ormai solo circa l’1% della popolazione, si calcola invece che circa il 30% della popolazione italiana tra i 25 e i 30 anni non abbia più le competenze per comprendere ciò che legge, dai testi letterari più complessi in prosa o poesia, ai testi scientifici e persino a quelli più semplici e di uso comune.

Così, per qualcuno, diventa un’impresa perfino comprendere il bugiardino dell’antipiretico o le istruzioni di lavaggio del maglioncino nuovo che vorrebbe indossare; e allora, nel migliore dei casi ridurrà quest’ultimo di una taglia o due, nel peggiore sbaglierà la dose di somministrazione del medicinale.

Una recente indagine OCSE- PIIAC (Programme for the Inernational Assessment of Adult Competencies) ha sottoposto un campione di persone tra i 16 e i 25 anni alla prova di lettura delle istruzioni di un medicinale e i risultati hanno rivelato una triste verità: il 5% di questi ultimi non è stato in grado di decodificarlo. La ricerca ha dimostrato come, allo stesso modo, molti connazionali non sono in grado di seguire nemmeno le più comuni istruzioni di montaggio, di leggere bollette, di comprendere regolamenti condominiali.

Insomma, se nel 2020 possiamo dire che il nostro Paese ha abbattuto il tasso di analfabetismo strumentale, poiché l’accesso alla cultura permette al 99% delle persone di leggere e scrivere, ci troviamo stretti nella morsa di altri fenomeni, pericolosi poiché più latenti e che stanno silenziosamente dilagando.

La metà degli italiani adulti non è in grado di capire ciò che legge; né di fare una disamina critica di un problema, anche di attualità; tutto ciò sfocia, spesso, nel pregiudizio e nello stereotipo, nelle false credenze e nell’ignoranza.

Moltissimi cittadini, ad esempio, si presentano alle urne elettorali senza avere coscienza di quale esponente politico o di quale partito votare; non leggono i programmi dei candidati per pigrizia o, peggio, li leggono senza comprenderli e allora esprimono il proprio voto utilizzando la spinta sentimentale o, ancora più pericolosamente, il “sentito dire”.

La scuola, e soprattutto gli organi competenti dell’Istruzione, in collaborazione con le famiglie, hanno il compito di arginare la povertà culturale delle nuove generazioni, investendo sui giovani e sulle loro competenze e prevenendo la piaga dell’abbandono scolastico precoce (ricordiamo anche l’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Non bisogna dimenticare, poi, per un’alfabetizzazione realmente civica, di operare nell’ottica del lifelong learning, della formazione continua, al fine di non relegare una fetta della popolazione ai margini della società, spesso destinandola alla povertà, allo stress psicologico e alla frustrazione, all’esclusione sociale o a una vita vissuta nel crimine. Ricordiamo quanto affermava al riguardo Martin Luther King: “Nulla al mondo è più pericoloso di un’ignoranza sincera e una stupidità coscienziosa”.

Il risultato di questa diffusa analfabetizzazione di ritorno è che, in alcune facoltà scientifiche universitarie, sono state introdotte prove scritte di italiano per testare le capacità degli studenti. L’Accademia della Crusca (l’accademia linguistica italiana, con sede in Villa del Castello de Medici a Firenze), è l’organismo responsabile di controllare e registrare tutti i fenomeni e cambiamenti linguistici, informa nei suoi studi che in Italia si legge poco, e i giovanissimi lo fanno ancor meno; e questo assunto è ormai tristemente noto.

Ma se il problema fosse ancora più profondo? È un dato di fatto che il bagaglio lessicale della popolazione contemporanea si vada sempre più restringendo; Tullio De Mauro, illustre linguista, ci invitava a immaginare la lingua come una grande torta, della quale consumiamo, però, solo una fetta. Così, ad esempio, del nostro ricco vocabolario e delle sue variegate sfumature, un ragazzo appena diplomato conosce solo poche parole, che usa in modo spesso confuso e inappropriato.

Oggi assistiamo all’impoverimento della lingua di Dante, e ne abbiamo un esempio proprio per termini nati con l’esplosione del Covid 19: Lockdown, cluster, smart working, droplet, contact tracing: parole entrate di prepotenza nel nostro vocabolario fino a sentirle quasi familiari, anche se spesso la gente, almeno quella meno esperta nella conoscenza della lingua inglese, ne ignora perfino il significato e a volte le usa a vanvera, solo per darsi un tono e sentirsi acculturati.

Usano questi termini di origine anglosassone senza neanche porsi il problema di sapere a cosa rimandano e che potrebbero essere tranquillamente tradotti nella nostra lingua madre. Allora perché li usiamo? Per apparire in linea con il linguaggio che tutti, per una sorta di provincialismo, preferiscono adottare? Per sentirci acculturati agli occhi degli altri? Perché non cambiare direzione e parlare “come mangiamo”? Tutti capirebbero.

Qual è l’obiettivo di non volerci smarcare da questa omologazione? Forse ridurre la distanza sociale che gli esperti volutamente creano quando ricorrono a tale lessico, pur sapendo che molti non arriveranno a comprenderlo. Del resto, avremmo tutte le carte in regola per riferirci al contenuto a cui queste parole rimandano attraverso strumenti linguistici “fatti in casa”.

In un articolo apparso sul sito dell’Accademia della Crusca, si parlava di come l’italiano, intesa come lingua, sia stata ridotta al silenzio. Accademici insigni tentano di frenare l’anglomania italica, con questo ricorso eccessivo da parte degli italiani di un po’ tutti i settori a vocaboli appartenenti alla lingua anglosassone.

Utilizzando sempre più parole straniere per esprimere concetti, stiamo vivendo un vero impoverimento della lingua italiana. Il problema è che ne scaturisce non tanto una questione di lingua quanto piuttosto della cultura in generale. C’è il rischio, come solleva giustamente lo studioso della Crusca, di impoverire la cultura italiana a partire proprio dalla lingua, sminuendo termini che pronunciati in italiano manterrebbero la loro efficacia, pur senza adottare quelli importati dall’Inghilterra.

A distanza di qualche anno, in un nuovo articolo del 2 aprile 2020 a cura del Presidente dell’Accademia Claudio Marazzini, proprio in occasione della diffusione della pandemia scatenata dal Coronavirus, avverte di come sia necessario porre un argine al dilagare dei nuovi anglicismi che l’odierna comunicazione giornalistica sta facendo veicolare a partire dall’emergenza sanitaria. Il Covid 19, così come raccontato dai mezzi di comunicazione, ci ha costretti, ancora una volta a far proprie parole che non sono nostre, ma che solo ricorrendo ad esse sappiamo dimostrare agli altri a cosa ci stiamo riferendo. Manzoni, prima di stendere definitivamente l’ultima edizione del romanzo epocale “I promessi sposi”, pensò bene di andar a sciacquar i panni in Arno; noi italiani, invece, preferiamo andarli a sciacquare nel Tamigi.

Sic transit gloria mundi.

In conclusione, dobbiamo essere orgogliosi della nostra lingua italiana, che è lo specchio di una tradizione culturale antica. La lingua madre di una Nazione è come la mamma per un figlio: ognuno deve amarla e non può sostituirla con un’altra in maniera artificiosa. Dobbiamo sempre ricordare che una caratteristica molto speciale della nostra lingua è quella di aver creato un’unità ancor prima dell’esistenza di uno Stato, mentre solitamente una lingua tende a formarsi dopo la creazione di uno Stato politico. Gli italiani hanno avuto un’identità molto forte, raggiungendo in primis la classe dirigente dalla Sicilia fino alle Alpi già molti secoli prima che ci fosse uno Stato politico.

Proprio per questo, la nostra è una lingua che ha fatto delle conquiste di pace: tra tutti i paesi europei, siamo quelli con una tradizione coloniale minore rispetto, ad esempio, a francesi e inglesi, sintomo di una forte identità culturale interna. Nel patrio stivale la nostra lingua è un elemento che accomuna e non divide, in pratica è la nostra forza.

 

Inserito il:17/06/2022 18:58:12
Ultimo aggiornamento:17/06/2022 19:05:38
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