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Aggiornato al 20/09/2018

A View of the Antient [sic] Winter Palace belonging to her Imperial Majesty, and of the Canal which joins the Moika to the Neva, at St. Petersburg - Laurie & Whittle, London: May 12, 1794

 

L’ “Arca Russa”: russofilismo e occidentalismo

di Paola Tinè

 

Il film Arca Russa del 2002 di Aleksandr Sokurov, presentato al 56° Festival di Cannes e girato in un unico piano-sequenza nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo - la residenza degli zar che oggi ospita il Museo dell’Hermitage - ci mostra il contrasto tra il sentimento nazionale russo in opposizione a un più generale sentimento “occidentalista”.

Durante il film si passa dal passato al presente, percorrendo le stanze dell’immenso palazzo e respirando l’aria lì imprigionata delle diverse epoche della storia.  Il “protagonista” del film, è un personaggio di cui non sappiamo il nome  e che mai vediamo, poiché siamo come dentro i suoi occhi, che ci conducono a osservare le cose e a muoverci di stanza in stanza. Potremmo pensare che la voce che riempie la scena lungo tutto il film come il vero protagonista, sebbene non ne vediamo mai le sembianze. Sue infatti sono le scelte sulle immagini da mostrarci, sono i suoi occhi a spostarsi sulle cose e noi a vedere tramite lui.

Accanto a lui, anima della Russia, è fondamentale l’oppositiva quanto fondamentale figura che incarna l’anima della cultura europea, il Marchese De Custine. La sua voce ci accompagna per tutta la durata del film, impegnato in una continua riflessione su ciò che vede e in un continuo battibeccare con un altro personaggio, l’unico che può vederlo.

Questi è un diplomatico francese dell’Ottocento, il marchese Astolphe De Custine. Egli ha vissuto nel tempo di Wagner e ha partecipato come diplomatico al congresso di Vienna. E’ lui a fargli da guida, muovendosi attraverso le sale e attraverso i secoli di storia, per le epoche di Pietro il Grande, Caterina II, Nicola I e Nicola II.

All’inizio del film vediamo un gruppo di dame e di ufficiali che si stanno recando a una festa. Il protagonista li segue, li chiama sebbene loro non possano sentirlo finché non li perde di vista. Emerge dall’ombra la sua guida, che rappresenta l’Europa.

Il continuo “litigare” tra il protagonista, di origine russa, e la sua guida, si incentra sulla continua pretesa di entrambi che i tratti culturali, l’arte pittorica, la musica in cui si imbattono di continuo, appartengano al mondo russo o a quello occidentale. “Che magnifica orchestra” dice il francese “sono sicuramente musicisti europei. Italiani”.

“Russi, russi, sono sicuro” risponde deciso il russo.

E poi più avanti ancora il diplomatico esclama: “Quando sento la musica russa comincia a prendermi tutto il corpo. Tutti i compositori sono tedeschi”.

Dalla musica poi passano ad ammirare le opere d’arte collezionate nel museo dell’Hermitage, di autori europei, come la “Vergine delle pernici” di Van Dyck, e gli oggetti in stile impero (stile napoleonico). Il marchese osserva che l’Hermitage è stato costituito per soddisfare il mito dell’Italia, e poi esclama:

“Perché assorbire dall’Europa i suoi errori?”.

Sembra congiungerli però il destino finale, anche se non si trovano più ad essere insieme. La guida infatti non si è spinta oltre l’ultima porta.

 “Cosa c’è di lì? Io rimango qui” ha detto.

“Addio, Europa” ha risposto la voce del protagonista, che è andato invece nell’ultima stanza, quella del ballo in cui sono appena giunti gli ufficiali e le dame visti all’inizio.

Da una finestra poi però vede il mare, e scopre che il palazzo è sospeso sulle onde, imprigionato in un’eternità senza tempo. “Signore” dice allora chiamando ormai invano la guida che l’ha lasciato:

"Signore…peccato che lei non sia qui con me. Lei avrebbe capito ogni cosa. Guardi, c’è il mare tutto intorno, e dovremo navigare per sempre, e vivere, per sempre".

 

Una scena dal film

 

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Inserito il:11/04/2017 08:33:58
Ultimo aggiornamento:11/04/2017 08:52:46
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