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Aggiornato al 19/12/2018

Maggy McDonald (Sidney, Australia - Contemporanea) - Random Memories of Days Gone Past

 

Certamente mi ricordo di Olivetti

di Gianni Di Quattro

 

Quando gli anni passano e si raggiungono determinati traguardi nella scala del tempo, si assottigliano i progetti nel senso che si accorcia il futuro, le relazioni si riducono drasticamente perché i vecchi sono considerati un po’ come fuori dal percorso della evoluzione del mondo e il sistema sociale ormai non li considera, dal credito bancario al mercato, dalla credibilità alla capacità di innovazione. La politica e le istituzioni non lo dicono, ma sperano in una loro veloce e definitiva sparizione per motivi economici e sociali. Naturalmente per il bene della comunità attiva. Persino dal punto di vista dei sentimenti e delle emozioni la società non crede più alla possibilità da parte di queste vissute persone di giocare ancora un ruolo, nel senso che non si crede che possano (qualcuno pensa addirittura debbano) provare a manifestare e scambiare qualsiasi loro eventuale sentire.

Allora rimangono i ricordi e gli affetti. Questi ultimi si riducono continuamente perché alcuni si allontanano risucchiati dalle lusinghe della vita o dall’ozio senile e altri chiudono il loro ciclo terreno a prescindere dalla loro volontà. I ricordi, invece, rimangono a fare compagnia, a consentire a ciascuno di rivedere, ripensare agli episodi che hanno riempito il proprio percorso. Si cerca ricordando di rivivere i momenti belli e di capire perché si è sbagliato in alcune occasioni, dove non si è avuto coraggio, dove non si è stati capaci e dove si è avuto successo. Ricordare, in altri termini, è un affascinante privilegio umano che si esalta nella vecchiaia e che purtroppo si può perdere cancellato da queste malattie della mente che appaiono sempre più diffuse e spaventano molto proprio perché aboliscono l’ultimo piacere di un uomo avviato al tramonto.

Una caratteristica dei ricordi è il rischio di radicalizzare i lati positivi e quelli negativi delle vicende della nostra vita e ciò dipende dalla capacità di giudicare serenamente il trascorso quando è possibile farlo dopo tempo. Ed ancora soprattutto è importante riuscire a non permettere ad eventi negativi di influenzare le cose belle, riferite a persone e storie, che hanno attraversato e riempito la nostra vita. Così si possono ridimensionare fatti spiacevoli ma collegati a una valutazione positiva complessiva di una storia.

Personalmente ho degli esempi molto significativi e profondi in merito. Ne racconto uno che credo abbastanza esplicativo (ed essenziale per la mia vita), non so quale interesse possa avere per altri. Provo a parlarne!

La Olivetti è stata l’azienda in cui sono stato felice di aver lavorato, per una serie di valori che mi hanno sempre affascinato come la libertà di pensiero, il rispetto del personale, il culto della bellezza, l’innovazione da un punto di vista industriale e commerciale, la internazionalizzazione pensata e realizzata quando ancora il provincialismo imperava nel nostro paese, la ricerca dei talenti necessari al futuro, gli interessi culturali verso il territorio, verso il paese. La Olivetti ha rappresentato per me un lavoro, una formazione umana continua e il luogo dove ho trovato tanti amici con molti dei quali i legami sono andati al di là dei semplici anche pur ottimi rapporti di colleganza professionale.

Certamente anche in questo splendido contesto non è che alla Olivetti tutto andava meravigliosamente, c’erano le lotte di potere, le mediocrità, gli errori strategici. Il discorso è ovviamente lungo ed investe vari periodi della storia della azienda che, in linea di massima, si può dividere in quattro momenti: sino alla morte di Adriano, dalla morte di Adriano all’ingresso azionario di quello che fu chiamato il gruppo di intervento, dall’arrivo dei nuovi azionisti sino a quello di Carlo De Benedetti e, quindi, l’ultimo periodo dominato dalla figura di quest’ultimo sino alla fine.

La mia carriera si è svolta come tante con alti e bassi dovuti alle circostanze e certamente anche alla mia inadeguatezza che riconosco rispetto a tanti altri amici che hanno raggiunto ben più alti traguardi. Ad un certo punto però ho avuto la fortuna (chissà se meritatamente) di diventare il responsabile della Divisione Sistemi (Grandi Clienti nella sostanza) per il mercato italiano. Ero felice del mio lavoro, avevo sostituito un amico come Dino Spagnuolo, che mi aveva lasciato un ambiente preparato e motivato, e dopo un paio di anni divenne responsabile di tutto il mercato italiano, e quindi anche mio capo, un altro grande amico e cioè Nicola Colangelo cui ero e sono, anche adesso che non c’è più, legato da grande affetto e amicizia.

Bene! In quegli anni a Ivrea gli uffici di ricerca e sviluppo con l’assenso del management a tutti i livelli avevano deciso di sviluppare un mini computer dotato di software proprietario investendo una grande quantità di denaro (e naturalmente di risorse, di capacità, di tempo). Inutilmente alcune persone, come me, avevano cercato di fare presente attraverso le scale gerarchiche opportune che i mini computer stavano per morire (il crollo della Digital è più o meno di quegli anni), il software operativo dei sistemi proprietario era una ambizione che personalmente consideravo presuntuosa e non coerente con le tendenze dei mercati, pur riconoscendo alla azienda tutte le capacità tecniche per realizzare questo obiettivo.

Una silenziosa e personale inchiesta su alcuni importanti e grandi clienti italiani dava peraltro riscontro negativo ad una iniziativa Olivetti così come in progetto ed allora con qualche collaboratore avevamo trovato una soluzione sistemistica efficiente, veloce, economica, pronta utilizzando un mini computer ATT (azienda con la quale allora c’era una venture) e pc Olivetti più rete locale e con un monitor realizzato in poco più di un mese da un amico ex Olivetti, un mago del software (Achille Puerari), che funzionava perfettamente e che aveva trovato riscontro positivo su alcuni clienti coinvolti come, per esempio, la Banca Nazionale del Lavoro ma non solo.

La fine della storia è che il sistema casareccio ma funzionante, pronto, in linea con il mercato ed economico fu cestinato, si andò avanti nel progetto che chiamo presuntuoso (per capirci) e che vide a fatica la luce, costò una enorme quantità di denaro (ricordo ancora un colloquio in merito con Franco Debenedetti a Torino in Piazza Carignano passeggiando fuori del famoso ristorante Il Cambio), non funzionò mai bene e forse fu una delle cause principali della grave situazione finanziaria in cui la Olivetti si venne a trovare e che rappresentò l’inizio del declino definitivo. Quando i soldi non ci sono più, magari li hai sprecati, non te li vogliono più prestare, è difficile farcela.

Naturalmente io personalmente venni cacciato e persi il posto sostituito da un altro caro amico, Enzo Mancuso, richiamato dalla Francia (contento per lui che era assolutamente innocente nei miei confronti, ancora oggi ne parliamo). Fui cacciato dall’incarico e dall’azienda per la precisione (poi mi inviarono in una piccola start up in costruzione in qualche modo partecipata per non mettermi in strada forse con l’idea che non avrei potuto farcela). Il momento fu terribile e davvero non lo auguro a nessuno.

Ricordo che incaricarono Nicola Colangelo, capo della struttura italiana e mio capo (a lui spettava il compito infatti), di informarmi della decisione dell’azienda. Una situazione incredibile: Nicola, un fratello, mi mise al corrente della cosa, tra l’imbarazzo reciproco insieme al dispiacere. Ricordo ancora le ore passate a camminare, a scusarci reciprocamente, a parlare per distrarci, a fare filosofia, a confermarci l’affetto e l’amicizia, perché così Nicola pensò di dirmelo, non se la era sentita di convocarmi, come poteva fare, formalmente nel suo ufficio. Nicola non doveva motivare niente, doveva solo dirmi che l’azienda e i suoi principali dirigenti così avevano deciso e così fece.

Dovrei dopo tutto questo avercela con la Olivetti? Forse sì, mi hanno cacciato malamente e hanno frustato i miei sforzi professionali e la passione che avevo messo nel mio lavoro non solo raggiungendo i risultati, ma anche cercando di collaborare in modo intelligente (almeno secondo me e come poi i fatti hanno dimostrato anche se sono rimasti silenziosi come succede spesso nelle aziende per carità di patria) senza limitarmi solamente ad ubbidire.

Ebbene, questo triste episodio non ha minimamente scalfito il mio giudizio sulla Olivetti e sulle tante persone con le quali ho continuato un profondo rapporto di amicizia pur sapendo che molti di loro avevano contribuito, ognuno per la sua parte, a concordare la decisione di farmi fuori.

Ecco, credo che l’esempio illustri in modo sufficientemente esplicativo come un giudizio altamente positivo non può e non dovrebbe mai essere inquinato o invertito perché un episodio personale magari bruciante riesce a modificarne i valori!

Penso che sia giusto l’esempio anche se un po’ cruento.

 

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Inserito il:02/10/2018 09:37:07
Ultimo aggiornamento:02/10/2018 10:13:28
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