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Aggiornato al 21/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Merrick Brown (Chicago -     ) – Tinnitus (2007)

 

Guarisce chi vuole (8)

di Cesare Verlucca

(seguito)

 

Tornano gli acufeni, e non se ne vanno

Chi ha letto fin qui la storia dei miei mali, contro i quali ho continuato a combattere; o leggerà nel prosieguo che sto cercando un po’ dovunque e anche altrove a quale santo raccomandarmi, ricorderà certamente che, non essendo particolarmente informato sulla disciplina millenaria dello yoga, ero entrato in internet dove vanno coloro che, non sapendo la data della battaglia di Waterloo, o necessitando di una ricetta della bagna càuda, sono certi di trovarvi in tempo reale tutte le spiegazioni necessarie.

E avrebbero ragione, perché sulla battaglia, dopo aver annunciato la data fatidica del 18 giugno 1815, verrebbero rapidamente informati dove Napoleone aveva sbagliato in quella che fu una delle più combattute e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche, nonché l’ultima del grande corso prima del suo esilio a Sant’Elena. E verrebbero altresì informati che lo storico evento non si era svolto a Waterloo, bensì nel vicino villaggio di Mont-Saint-Jean in territorio belga. Non che questo avrebbe modificato il decorso della storia, ma tant’è, io sostengo che la precisione è pur sempre l’anima del commercio…

Per la bagna càuda, invece, si sarebbero sbizzarriti con tutta una serie di ricette, arrivando anche alle verdure da intingere nella saporitissima salsa piemontese, che vanno dai peperoni cotti e crudi, ai cardi, ai topinambur a fette, alle foglie di cavolo, a rape, barbabietole e cipolle al forno, patate lesse e, per finire, insalata belga.

Sia Napoleone che la bagna càuda hanno trovato quindi la loro fine in Belgio; mentre in Belgio io ho trovato l’amore della mia vita.

Sulla storia dello yoga, ho preso atto che è una pratica millenaria che fa bene a corpo, postura, respiro e spiritualità e che, attraverso una pratica completa ed equilibrata, è rivolta al miglioramento generale delle proprie condizioni.

Un po’ generico, e comunque non si parla di acufeni.

Fin qui il mio problema auricolare non aveva trovato risposte positive, ma neppure negative, ed io ho proseguito per parecchio tempo con i miei esperimenti; poi i risultati sono andati via via scemando e, quando non riuscivo più a staccare il cervello e gonfiarlo, ho cercato e trovato un altro sentiero.

Mi sdraiavo sul letto e indirizzavo il pensiero a una parte qualsiasi del mio corpo, la più lontana possibile del cervello, come poteva essere l’alluce destro (anche il sinistro, probabilmente, sarebbe stato valido, ma io mi ero specializzato sul destro). Dirigendo il pensiero in quella direzione, l’alluce si riscaldava fin quasi a bruciare, e mi addormentavo. A chiunque raccontassi la mia personale terapia dell’alluce, quello mi guardava con un minimo di compatimento o, nel migliore dei casi, si metteva a ridere.

Finalmente una sera di tre anni fa ho trovato una compagna di ventura, assolutamente imprevista. Eravamo nella bella sala Umberto Negri del Comune di Albiano per una presentazione de I percorsi della fede in Canavese. Sul palco, assieme al Sindaco, all’autore della quadrilogia e all’editore, era presente il leggendario monsignor Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, allora novantacinquenne, brillante come ai tempi delle sue lettere a Craxi e a Berlinguer, e in grado di divertire un’assemblea con la verve di un trentenne.

Io, com’è mia consuetudine, e come d’altronde mi impone la mia sordità, ero seduto in prima fila, il che mi consentiva di captare le voci al massimo delle mie scarse possibilità, ma anche e soprattutto di guardare in faccia i relatori, cercando di interpretare le loro parole dal movimento delle labbra. Sostengo da sempre che a ogni guaio c’è un rimedio, se si ha la costanza di cercarlo e se, una volta trovato, lo si applica con la stessa convinzione.

Tutti sanno, arrivati a questo punto, che la mia situazione auricolare è più o meno drammatica (più più, che più meno): l’orecchio destro è a zero da mezzo secolo, con acufeni che ambiscono all’eternità; l’orecchio sinistro, senza l’ausilio della protesi, ha una riduzione dell’udito del 90%, come mi ha recentemente confermato l’amico Michele Passalacqua dell’Amplifon, che segue le mie involuzioni auricolari dal punto di vista delle protesi acustiche. Questo significa che, se mi tolgo l’apparecchio, non sento assolutamente niente, e torno quindi con la mente al silenzio cosmico dei tempi in cui il rumore non era ancora stato inventato. E talvolta ne approfitto.

Se in ufficio c’è qualcuno che parla a una persona presente, o risponde al telefono ed io, seduto alla mia scrivania, sto lavorando a qualcosa che richiede la mia concentrazione, mi basta togliere l’apparecchio e il mondo attorno a me scompare. Devo solo avvertire i presenti che, se suona il mio cellulare, oppure se qualcuno degli astanti desidera parlarmi o salutarmi prima di uscire, debbono avvicinarsi e toccarmi perché io, infilandomi la protesi, torni nel mondo come un essere quasi normale.

Per sentire qualcuno che parla, e interpretare quello che sta dicendo, io debbo utilizzare posizioni sperimentate dall’uso: mettermi il più vicino possibile all’oratore e guardare le sue labbra; nessun problema se è seduto alla mia sinistra; mentre, per rivolgermi a qualcuno alla mia destra, debbo voltare il mio viso verso di lui e, per educazione, avvertire la persona alla mia sinistra che dovrò talora darle la schiena.

Torniamo però alla serata di Albiano, quando gli astanti s’erano soffermati davanti al rinfresco gentilmente offerto dalla Proloco.

Un gruppo di persone aveva iniziato a discutere del dolore fisico e dei modi per non lasciarsene sopraffare: come e perché avessero affrontato questo argomento non lo so, ma essendone vivamente interessato mi sono prontamente inserito nel gruppo.

«Io un sistema l’ho trovato…», aveva esordito una signora sorridendo, attirando su di sé l’interesse degli ascoltatori.

Essendo proprio davanti a lei, le avevo chiesto con la mia abituale faccia di bronzo: «E sarebbe così gentile da farcene parte?».

Non mi ero presentato perché dal palco avevano parlato anche di me, per cui non lo ritenevo indispensabile; la signora non aveva fatto una piega, rispondendomi di getto: «Ma è una lunga storia…».

«È tutta la sera che raccontiamo storie, – replicai, – una più una meno…».

L’ignota signora, che sembrava non aspettare altro, partì in quarta con un sorriso che sembrava sponsorizzato direttamente dal dentifricio Chlorodont, quello che nel 1958 aveva come testimonial la mitica Virna Lisi.

«Eravamo sul finire degli anni ‘70 e io, appena laureata e prossima al matrimonio, ero piena di impegni, e a stento riuscivo a ritagliare qualche scampolo di tempo libero da dedicare alla cura della mia dentatura che aveva problemi ricorrenti. Avevo sì, un dentista di fiducia, persona cordiale e comunicativa, appassionata di cucina, di gite fuori porta, di libri, di musica, di arte, di vita in campagna, in sostanza della maggior parte di ciò che rende lieta la vita».

Il gruppo attorno, che andava crescendo, l’ascoltava attento.

«La fretta genera tensione, – aveva ripreso, – e ciò non giova, specie in momenti critici come quelli trascorsi sulla poltrona di un dentista... Nonostante la perizia e la mano leggera del dottore, talvolta il disagio evolveva in dolore vero e proprio e, sebbene egli cercasse di distrarmi con gli argomenti più vari, spesso la situazione diventava insostenibile. Lui s’infervorava chiedendomi il parere su una certa varietà di pesco, sul portinnesto ideale per un ciliegio o un consiglio per una gita domenicale. Ma quale voce poteva uscirmi, se non un suono gutturale e incomprensibile a cui replicava imperiosamente: “Tenga la bocca aperta!”.

È così che ho scovato un incredibile stratagemma, concentrandomi su una parte del mio corpo lontana dal cervello, e mi misi a pensare all’alluce, il che non solo attenuava la percezione del dolore nella bocca, ma anche l’esigenza di rispondere mi sembrava meno impellente».

Entusiasta, mi unii prontamente al discorso raccontando la storia dell’alluce mio e, seduta stante, qualcuno decise di battezzarci la “coppia dell’alluce”. Dopo di allora, in molti casi ho sentito che quell’evento era noto e praticato; per cui, se mai vi trovaste in casi analoghi, provate ad attuarlo: male sicuramente non ve ne farà.

(Continua)

 

Inserito il:03/06/2021 11:49:01
Ultimo aggiornamento:03/06/2021 12:15:19
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