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Aggiornato al 08/05/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Eduardo Chicharro y Agüera (Madrid, 1873 - 1949) - The Temptation of Buddha (1921)

 

Le civiltà d'Oriente - Storia dell'India - 4

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Invasioni e frammentazione politica (184 a.c. – 320 d.c.)

Nuovi regni e sviluppo economico.

La caduta dell’impero Maurya apre la strada ad un periodo di frammentazione politica del subcontinente, che, sorprendentemente, non segnò un decadimento dell’economia e della cultura, anzi coincise con un momento di vivace sviluppo economico, visto l’incremento in numero ed importanza delle corporazioni di arti e mestieri, favorito anche dalla crescente richiesta di prodotti indiani da parte degli imperi romano e cinese: fu un’epoca di grande evoluzione, marcata da un importante sincretismo religioso e culturale.

Un ruolo di primo piano lo giocò nei primi due secoli il regno di Battriana, ultimo retaggio dell’impresa Alessandrina, che, affrancatosi dal dominio seleucide, approfitta del declino del regno maurya per estendere verso est la propria zona di influenza, assorbendo elementi della cultura e della religione indiane, ragione per cui divenne un prezioso ponte tra il mondo orientale e l’occidente; la sua vicenda terminò nel 50 a.c, quando dovette soccombere di fronte alle invasioni di nuovi popoli barbari da nord e da ovest, gli sciti ed i parti sassanidi. Non è chiaro cosa provocò le migrazioni di queste popolazioni, sembra che possano essere state conseguenza indiretta della rinata potenza militare cinese dopo l’avvento della dinastia Han, che, respingendo verso nord i barbari Hsiung-nu ( poi noti in occidente come unni), provocò una sorte di reazione a catena, del tutto simile a quella che provocherà la caduta dell’Impero Romano; terrorizzati dalla pressione esercitata dai razziatori unni, sciti, iraniani ed altre popolazioni guerriere, come i Kushana, si rovesciarono oltre le catene montuose che proteggono l’India, distruggendo i regni preesistenti e creando altre realtà politiche, in cui popolazioni diverse si fusero per dare origine a nuove etnie aventi caratteristiche spiccatamente bellicose , prevalentemente nel nord dell’India: di particolare rilievo e splendore fu il regno kushkana con capitale Peshawar, i cui regnanti si convertirono al buddhismo, battevano monete auree, controllavano i traffici con la Cina e l’occidente.

Il declino del nucleo centrale del potere Maurya, il regno di Magadha favorì il crescere di nuovi potentati a sud; nel 27 a.c lo stesso Magadha fu conquistato dalla potente dinastia Andhara, proveniente dal regno di Kalinga, un tempo assoggettato dai maurya. A sud, l’etnia Tamil, che si era mantenuta sostanzialmente indipendente dagli arii, si organizza in tre regni indipendenti, capaci disviluppare un’economia ed una cultura di assoluto rilievo.

I disordini conseguenti ad invasioni, conquiste, cambiamenti di dinastie sembrerebbe non abbiano fiaccato l’economia e la cultura del subcontinente: la quantità di monete romane trovate nei porti del sud dell’India testimonia della vivacità degli scambi tra i due mondi; avorio, onice , gemme, manufatti di seta e cotone oltre a spezie di ogni tipo venivano trasportati via mare dai porti indiani: i romani fornivano, a loro volta, minerali di rame, stagno, piombo e vino, ma il volume di denari ed aurei romani ritrovati indica una bilancia commerciale favorevole all’India (cosa di cui si lamentava anche Plinio il Vecchio).

Ma i regnanti indiani non si limitarono ad accumulare monete romane, ne coniarono di proprie, in rame, argento ed oro, queste ultime basate sul peso del denarius romano: in parallelo si sviluppò un’importante attività finanziaria, banchieri e commercianti indiani aprivano filiali in tutta l’India, malgrado le divisioni politiche, ed anche all’estero.

L’accresciuto benessere economico e l’apertura agli scambi con l’Occidente favorì un importante sviluppo artistico, ispirato a stili ed usi del mondo europeo, come la rappresentazione in forme antropomorfe delle divinità. Quasi tutte le testimonianze artistiche di questo periodo si riferiscono al culto buddhista; Buddha viene divinizzato (secondo il rito mahayanico) ed adorato in templi, in sembianti di uomo, a somiglianza delle divinità greche o romane; la sua raffigurazione diviene una prova ed uno stimolo al suo culto. Delle molte stupende vestigia rimasteci vale la pena menzionare le grotte di Karli, presso Bombay, famose in tutto il mondo.

I contatti con il mondo ellenistico favoriscono anche lo sviluppo delle scienze, della medicina e dell’astronomia; viene introdotto in questi anni il calendario solare, al posto del calendario lunare, la settimana di sette giorni, i mesi ed anche il nostro zodiaco. Le opere di Galeno ed Ippocrate ispirano analoghi trattati in campo medico, le virtù delle erbe sono alla base della dottrina ayurvedica.  

2.4.2 Rinnovamento religioso

Il rimescolamento di popoli conseguente alle invasioni subite dal paese induce necessariamente dei cambiamenti nelle popolazioni arie, che assumono lineamenti differenti dal passato, ed è anche alla base dell’evolversi delle due principali religioni dell’India in quel periodo, la buddhista e la brahamanica. Il buddhismo conosce una sostanziale evoluzione nella Battriana, ponte tra oriente ed occidente e catalizzatore di nuove fedi, tra cui forse anche il cristianesimo: il buddhismo si trasforma dal “piccolo veicolo” theravada nel “grande veicolo” mahayana, che avrebbe conquistato centinaia di milioni di devoti seguaci.

Due gli aspetti essenziali della dottrina mahayana: il primo è la divinizzazione di Buddha, sviluppo, se vogliamo, incongruo della dottrina buddhista, che non si occupa di un Dio. Il secondo è la figura dei “Bodhisattva”, entità intermedie tra l’umanità ed il Buddha, salvatori pieni di compassione ed amore, che dai confini del Nirvana si volgono ad aiutare l’umanità per liberarla dal dolore attraverso la loro grazia. L’idea di “Bodhisattva” nasce come già detto, in una regione ponte tra due culture religiose; è tuttora discusso se questa figura sia stata concepita ad imitazione del Cristo o viceversa.

Ancora più marcata è l’evoluzione del brahmanesimo, che divenne un po' alla volta, non più una fede centrata sui riti vedici e sul culto del fuoco, bensì sulla devozione a forme nuove di divinità di setta, principalmente Siva e Vishnù: la Trimurti è completata dall’essere supremo, Brahma, che non è oggetto di culto. La presa popolare di questo nuovo tipo di induismo crebbe in questo periodo in tutto il subcontinente, conquistando un numero di seguaci decisamente superiore a buddhismo e jainismo, che pure continuarono ad esistere al suo fianco. I codici di legge indù vennero compilati in questo periodo, così come i “purana”, racconti di miti e leggende delle divinità. Vishnù, divinità vedica, cominciò ad essere adorato come il salvatore dell’umanità; i suoi “avatara” (dal sanscrito “apparizioni”; oggi in inglese avatar) appaiono sulla terra per salvare il “Dharma”, l’ordine cosmico minacciato dai demoni; ancora oggi Vishnù è adorato come il conservatore. Vishnù contava con nove avatara tra i quali c’era anche il Buddha, stabilendo così un contatto tra le due religioni; la più popolare tra queste incarnazioni è Krishna, il dio della gioia e dell’amore che spiega ai suoi devoti la via induista alla salvezza:

 “coloro che mi riveriscono con devozione (bhakti) sono in me ed io in loro. Anche chi agisce male, ma mi venera con semplice devozione, deve essere considerato giusto. Anche coloro che sono di bassa origine possono raggiungere la meta suprema”.

 La via della salvezza indù è quindi accessibile a tutti, alle masse contadine come alle elite brahmane; le parole di Krishna ci appaiono molto vicine al messaggio cristiano (bhakti uguale grazia); secondo un’interpretazione dell’estremismo induista, Cristo non sarebbe che la nostra versione di Krishna.

Accanto a Vishnù emerge il Signore Siva, il ”grande Dio” (mahesvara) dell’induismo; Siva, divinità post-vedica, forse di origine dravidica, è Dio della fertilità e dell’amore, è a un tempo il creatore ed il distruttore; Siva rappresenta la conciliazione degli estremi opposti tipica dell’induismo, passione erotica ed ascetismo, frenesia ed immobilità, violenza distruttrice e forza fecondatrice. Secondo la tradizione ebbe numerose mogli, la benevola Parvati, la virtuosa Sati, la nera e malvagia Kalì (a noi nota dai testi salgariani); ebbe anche numerosi figli, tra cui il dio della guerra Skanda e Ganesh, il benevolo dio elefante, oggi particolarmente venerato nell’India del sud, ma anche fuori dall’India, come Dio del buon auspicio.

Per l’indù devoto, però, più ancora che il culto delle divinità era ed è importante l’osservanza delle leggi relative alla casta ed ai doveri secolari; a differenza del cristianesimo, cui è a volte accostato, l’induismo non riesce a liberarsi dal concetto di diseguaglianza tra le caste, che resta centrale nella fede. Il dovere religioso (“Dharma”) di un bramino è diverso da quello di un guerriero o di un artigiano o di un contadino; a tutti, anche agli intoccabili, ai fuori casta, è promessa la salvezza nella rinascita, purché nessuno si ribelli al dovere religioso della sua casta: questo è il motivo per cui le caste sono state sempre così importanti nella società indiana, per l’indù devoto, le leggi e i doveri relativi alla casta, mangiare, bere o anche sposarsi correttamente, sono l’essenza, il punto centrale della sua religione. 

Secondo i testi di legge indù i dvija, i “nati due volte”, cioè gli appartenenti ai primi tre varna, passavano attraverso diversi periodi della vita: dopo l’ Upanayana, la cerimonia di iniziazione e l’investitura col sacro cordone, i maschi tra i sei ed i dodici anni abbandonavano la propria famiglia e venivano affidati ad un guru che provvedeva alla loro educazione, che comprendeva la conoscenza dei veda, ma anche della grammatica, della fonetica o dell’astrologia. Completato il periodo di istruzione e celibato, il giovane indù torna presso la sua famiglia per sposarsi, matrimonio sempre combinato dai genitori, ed iniziare così il secondo periodo della sua vita; il suo dharma in questo periodo comprende i doveri di capofamiglia, il lavoro, la prosperità per sé e per i suoi (artha), l’amore (kama) per la moglie, che contemplava anche i piaceri del sesso; è di questo periodo (primo o secondo secolo dopo Cristo) un testo divenuto assai famoso, il Kama Sutra, (letteralmente “Aforismi sull’Amore”).

Il Kama Sutra non è quello si crede solitamente; solo circa il 20 per cento del libro è dedicato alle posizioni sessuali. Il resto è una guida su come essere un buon cittadino, un buon componente della società, e si diffonde sulla relazione fra uomini e donne in termini molto ampi. Il Kama Sutra descrive l'amore come un'unione divina, il suo scopo era aiutare le persone a realizzare l’unione in questa forma. Il Kama (in sanscrito piacere o benessere) non è infatti percepito come un peccato, ma è uno dei quattro scopi della vita, che sono:

  1. Artha: il benessere, sia fisico che economico;
  2. Kama; il desiderio, l’amore o il piacere, e la sua fruizione;
  3. Dharma: il senso etico del dovere, la ricerca di un equilibrio interiore;
  4. Mokṣa: la liberazione dal mondo materiale e il raggiungimento della vera coscienza di sé.

Dopo essersi assicurato una numerosa discendenza ed aver visto i nipoti, l’indù maschio, nato due volte, era pronto ad affrontare il terzo stadio della sua vita: abbandonare famiglia e benessere ed entrare da eremita nella foresta, per raggiungere il moksa, cioè la vera coscienza di sé. Evidentemente non erano molti a decidersi a questo passo.

L’induismo in questo periodo raggiunge la sua maturità ed acquisisce i lineamenti specifici che ritroviamo anche oggi. Chiaramente le fasce alte della società indiana, la borghesia occidentalizzata, oggi si sono emancipate e non si identificano più in molti retaggi della tradizione, ma per una parte non trascurabile della popolazione, i concetti di casta e del dharma ad essa associato sono ancora essenziali, anche se il sistema delle caste è stato abolito per legge nel 1950. Malgrado ciò, i matrimoni sono ancora spesso combinati dai genitori all’interno della propria casta, persistono i culti sivaita e visnuita, le due sette si differenziano nei simboli (puntino o doppia striscia sulla fronte) e nei riti e si confrontano in scontri anche cruenti, il senso di superiorità dell’indù nei confronti dei fuori casta (ed anche dello straniero) è ancora molto forte.

(Continua)

Inserito il:22/04/2021 09:51:18
Ultimo aggiornamento:22/04/2021 10:34:54
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