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Aggiornato al 17/12/2018

Andrea Ferro (Portoferraio, Livorno, 1967 - ) - Il Pranzo di Babette - Olio su tela

 

Colazione da Tiffany: cibo e cinema

di Mara Antonaccio

 

Può sembrare azzardato, ma esiste un nesso forte tra cibo e cinema: il profondo legame emotivo e sensoriale che entrambi sanno instaurare con l’Uomo e il modo in cui sanno parlarci di lui; il cibo è infatti protagonista della scena come traguardo, come simbolo, come piacere fisico e mentale.

Tavola, cibo e cinema come intreccio sensuale e intrigante che diventa metafora della vita, dei caratteri dei personaggi, del cibo stesso. A volte esso è usato come mezzo per parlare di sentimenti, a volte è solo uno strumento di critica della Società. La tavola così diventa il grande testimone dei tempi e guardando film di ieri e di oggi, in cui va in scena il rito del mangiare, si vede la loro evoluzione e la loro storia e l’influenza che hanno avuto nel cinema. Molte le tavole che si sono susseguite nei film, in questi oltre cento anni di pellicole, e registi e sceneggiatori hanno utilizzato il cibo per comunicare con gli spettatori, per descrivere relazioni, scoprire passioni, raccontare emozioni. Se ci si sofferma a riflettere sulla storia della “settima arte”, ci si rende conto di come sullo schermo sia stata monitorata film dopo film, anno dopo anno, l’evoluzione del nostro rapporto con il cibo, e quindi del cambiamento della nostra società.

Si è passati dalla mancanza, all’eccesso, dal digiuno all’abbuffata. Agli inizi del ‘900 il cinema muto scopre che fame e comicità funzionano cinematograficamente e ne” la febbre dell’oro” del 1925, il povero Charlot calma i morsi della fame immaginando di consumare un pasto abbondante in cui il suo vecchio scarpone è la pietanza, e i lacci gli spaghetti.

Approfondendo l’argomento, va detto che la nostra cultura ha una peculiarità a riguardo: l’aver rappresentato nella filmografia italiana il cibo e la convivialità ad esso associata, molto di più di quanto abbiano fatto quello americano ed europeo. Potrebbe darsi che la potente lobby ebraica presente nell’industria cinematografica americana abbia impedito che il cibo, fortemente simbolico in questa Religione, fosse mercificato e divenisse strumento di finzione. Nella cultura italiana, invece, il cibo ha un tale ruolo di primaria importanza, che le scene di convivialità sono spesso presenti nella trama dei film, per sottolineare concetti o caratterizzare il contesto sociale o psicologico dell’ambientazione. Ad esempio, nella produzione cinematografica del Ventennio Fascista, erano rare le scene con banchetti ed ostentazione di cibo, per non allontanare gli Italiani dal rigore autarchico di quegli anni; per contro nel cinema del Dopoguerra, il cosiddetto Neorealismo di Rossellini e De Sica, spesso viene sottolineata la difficile condizione del popolo, che viveva momenti di penuria alimentare post bellica. Superati con difficoltà gli anni ’40 e grazie all’arrivo del boom economico, anche il cinema diventa ottimista e mostra con piacere l’indole buongustaia degli Italiani. Grande contributo al fenomeno venne dato da grandi attori come Edoardo De Filippo e Totò, che con le loro pellicole apparentemente “leggere”, seppero costruire, con poche pennellate di costume e qualche battuta divenuta storica, un’idea ancora oggi viva dell’Italia di allora. Da molti Registi viene usata sovente la pasta, cibo qualificante il Bel Paese, per parlare di famiglia, convivialità, per sottolineare i riti di passaggio di una società con una gran voglia di lasciarsi alle spalle tutto il brutto di quegli ultimi anni. Come non ricordare un pezzo di bravura, immortalato da attori indimenticabili, che ruota attorno al cibo, anzi alla sua mancanza: la miseria senza giri di parole! Si tratta della scena di Miseria e Nobiltà, 1954, in cui i poveracci della famiglia di Totò e Sofia Loren mangiano gli spaghetti con le mani, improvvisando una tarantella in piedi sul tavolo, quasi a voler afferrare fisicamente il rimedio alla loro fame. Questa viene rappresentata come è senza filtri: scomposta, maleducata e inverosimile, ma così vicina alla realtà da lasciare l’amaro in bocca.

Qualche anno più tardi, un magnifico Alberto Sordi ci regala un personaggio buffo ma inconsapevolmente portatore di cambiamenti epocali della nostra società; con “Un americano a Roma” egli descrive l’arrivo delle mode Yankee: i giubbotti di jeans, le magliette bianche, gli stivaletti, il cinema made in USA e prova a nutrirsi di latte e sandwich come i suoi eroi d’oltre oceano, ma poi si butta su un gran piatto di “macaroni” al sugo, quasi a voler denunciare l’ingerenza pesante, purtroppo tuttora esistente, del Piano Marshall, che ha decretato il potere economico e culturale americano sulla società italiana ed europea post Seconda Guerra Mondiale.

Sempre di quegli anni un film che ha fatto sognare milioni di ragazzine: “Sabrina”. La protagonista, magnificamente impersonata dalla iconica Audrey Hepburn, cenerentola americana, brutto anatroccolo magro e spaurito, viene mandata a Parigi a studiare cucina e torna magnifico e raffinato cigno.

Negli anni ’60 la simbologia del cibo cambia anche nel Cinema, non più bisogno primario e riscatto della fame atavica frutto di troppe guerre, ma il simbolo ostentato di un raggiunto benessere, quello del miracolo economico. Mangiare non è più importante e non lo è neppure con chi condividere il cibo; dalla cerchia intima e familiare si esce nella città e importante diventa il luogo, solitamente ristoranti alla moda, in cui consumare alimenti simbolo di quel momento contingente. C’è chi ha letto il vagare senza meta dei personaggi dei film di Fellini, occupati a visitare come in una via crucis i locali alla moda, e nella mancanza di concretezza delle azioni di quelli di Antonioni (pochi riferimenti rarefatti di spazio e tempo), la prima rappresentazione di un disagio esistenziale e di uno sgretolamento di valori, che troverà solo Pasolini consapevole del cambiamento dei costumi. Il cibo diventa quindi riaffermazione del proprio status sociale e trova nel surrealismo cinematografico di Luis Bunuel (“il fascino discreto della borghesia”) il suo manifesto. Nel film, degli altolocati francesi si danno appuntamento per una cena che non inizierà mai e l’impossibilità di portare a termine il pasto, inteso come rito sociale, diventa una critica feroce verso i vizi inconcludenti e i difetti della Borghesia dell’epoca.

Emblematico l’eccesso boccaccesco dei personaggi de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, che si sfiniscono a colpi di sesso e mangiano in un crescendo sino a morirne, in un simbolico capovolgimento di valori, metafora della società del benessere, condannata all’auto-distruzione. Bisogna arrivare alla fine degli anni Ottanta per ritrovare la centralità familiare e tradizionale della tavola: Scola, Monicelli, Tornatore, mettono in scena i grandi pranzi per parlare delle ceneri della Società post ’68 e di quel che resta dei valori vissuti come inaffondabili, prima di quel grande cambiamento.

Cibo e cinema spesso uniti dalla simbologia, e se è vero che esso è preludio dell’amore, i film lo hanno rappresentato come afrodisiaco: come non citare le fragole e gli amplessi a “frigo aperto” di cui sono culmine le fantasie erotico-alimentari di “Nove settimane e mezzo”, il cibo taumaturgico di “Chocolat”, che parla di accettazione e tolleranza, che insegna che lasciandosi andare, tutto nella vita appare diverso. La giovane protagonista di origini Maya porta nella sonnolenta e profonda provincia francese del Dopoguerra il brivido della voluttà, provocato dal gusto dolce-amaro del cioccolato e il piacere della tolleranza verso i diversi, nella fattispecie i Gitani del bellissimo Johnny Depp.

Nei film di Ozpetek il cibo cucinato e condiviso diventa cura per la solitudine esistenziale e le incomprensioni familiari (“Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte”); l’amore dispensato attraverso il cibo è il leitmotiv di “come l’acqua per il cioccolato” di Arau, quaglie ai petali di rose con cui la protagonista ama, e seduce eroticamente l’amato, con cui ha dei veri e propri amplessi attraverso i sofisticati piatti che cucina, vista l’impossibilità di consumare un rapporto vero. Ma sesso e cibo possono diventare morbosi come ne “la carne”, di Ferreri, in cui il protagonista arriva a cibarsi dell’oggetto del suo desiderio, la donna amata. Il cibo può diventare invito all’accettazione e alla convivenza come ne “il pranzo di Babette”, film della fine degli anni ’80 di Gabriel Axel, ambientato nella Danimarca luterana e severa, in cui l’arte gastronomica raggiunge vette altissime e può essere rappresentato come il migliore esempio di cucina nel cinema. Con un pranzo degno del migliore ristorante di Parigi (Chez Maxim), di cui Babette è stata cuoca, questa donna profuga nella Francia della Restaurazione, dimostrerà agli ospiti delle sue padrone, bigotti e frugali per convinzione, che nella vita non tutto è sofferenza e privazioni e che se il pane è necessario, a volte lo sono anche il brodo di tartaruga e le quaglie in crosta.

Qualcuno crede talmente tanto al connubio cinema-cibo da aver chiamato come una torta, “Sacher”, una casa cinematografica, un cinema e un premio: Nanni Moretti.

Rapiti dai profumi del cibo e dalla bellezza della tavola imbandita, ci auguriamo di poter vedere in futuro, nelle sale cinematografiche, altri capolavori che sappiano parlare attraverso il cibo dei nostri vizi, delle nostre virtù e dei cambiamenti della nostra Società: buon appetito a tutti.

 

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Inserito il:28/11/2018 19:04:41
Ultimo aggiornamento:28/11/2018 19:13:15
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