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Aggiornato al 20/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Ringraziamo Maria Rosaria Pugliese che ci permette di pubblicare altri racconti tratti dal suo libro La Carretera. Di esso vi invitiamo a leggere la presentazione già pubblicata su Nel Futuro nel 2014 ed a leggere il racconto Vanni pubblicato nel 2015.

 

LeRoy Neiman (1921-2012) – Il casinò

 

Rosso o nero?

 

“Si è poi suicidata tua moglie, giovedì scorso?”

“Ma no, è stata l’ennesima patetica minaccia perché le invii lo stipendio … ogni mese puntualmente mi avverte che la farà finita se non le mando il danaro …”

Il marito dell’anelante suicida aveva capelli lunghi e radi, la barba da eremita e gli occhi spiritati. Dal petto gli partiva una protuberanza rotonda come un pallone, che sporgeva oltre la seduta e sfiorava le ginocchia del dirimpettaio.

Per le caratteristiche fisiche, il carattere despota e suasivo, i colleghi lo avevano soprannominato Rasputin.   

Era difficile immaginare che una donna potesse pensare di togliersi la vita per un uomo dall’aspetto così sgraziato.

“Venti minuti di ritardo! E’ inaudito! Paghi per viaggiare su un rapido e ti ritrovi su un accelerato!” osservò,  con lo sguardo allucinato del monaco pazzo.

“Non prendertela, Claudio. Ormai siamo arrivati, e poi il casinò sta lì, chi lo smuove?”  provò a rassicurarlo il giovane  con i capelli a  spazzola  colore marroncino che gli sedeva di fronte.

La dipendenza dal gioco d’azzardo aveva costretto Claudio-Rasputin a fuggire dalla moglie e dai debiti: si era trasferito in una località  del Nord ad un’ ora di  treno dal casinò più antico del mondo.  Non appena riceveva lo stipendio di dipendente pubblico, andava a giocarselo, confidando nella dea bendata, e spesso lo perdeva in dieci minuti.  Più raramente, grazie a piccole vincite, i soldi gli duravano qualche giorno, ma alla fine la paga restava inesorabilmente nelle casse della casa da gioco.

Nelle sue trasferte della fortuna si faceva accompagnare di solito da un amico o da un semplice conoscente cui riusciva a vendere, in virtù delle capacità persuasive di cui era dotato, l’illusione dell’arricchimento facile e veloce. Questa volta, la vittima prescelta era un collega mite e gentile di nome Saverio, soprannominato Spazzolino per via della chioma setolosa rizzata sul cranio. Impiegato di seconda categoria, sognatore, a trent’anni viveva ancora nel limbo dell’innocenza.

Il bisogno d’affetto che gli derivava dalla triste circostanza di non aver mai conosciuto la madre naturale e di essere stato cresciuto da una matrigna che non perdeva occasione per rinfacciargli di essere stato abbandonato, induceva il giovane a investire in ogni rapporto col prossimo tutto il sentimento di cui era capace come a volersi far perdonare la macchia del rifiuto materno.

In ufficio tutti gli volevano bene, ma questo non lo affrancava dagli scherzi che durante le ore di lavoro venivano organizzati  come alternativa al disegnar nuvolette.

Quel giorno alcuni colleghi buontemponi, gli notificarono tramite il corriere ufficiale, un decreto ministeriale che comunicava la chiusura del dicastero entro la fine dell’anno. Spazzolino, tutto preoccupato, si rigirò tra le mani la comunicazione, lesse e rilesse il foglio che recava i dovuti timbri e le previste firme, senza accorgersi che era tutto egregiamente falsificato. Iniziò a chiedere spiegazioni a chiunque incontrasse nei corridoi e nelle stanze fino ad arrivare al direttore generale che comprese tutto in un battibaleno, ne rise dietro la faccia ministeriale e minacciò misure disciplinari contro gli autori della proditoria burla. Provvedimenti che non ebbero seguito per l’impossibilità a individuare i responsabili a causa  dell’omertà che comunemente regna nei luoghi di lavoro.

Il treno scavalcava la laguna, lentamente la città avvolta nel sogno emergeva, languida, dall’acqua paludosa. Si era fatto sera. E già le prime cupole d’Oriente ascoltavano le parole incantevoli e sciocche degli innamorati.

“Non capisci? - incalzò Rasputin - abbiamo perso venti minuti di gioco. Meno puntate uguale meno vincite” concluse  secondo la sua logica ineccepibile.

“Perché è sicuro che vinceremo?”

“Non fare il menagramo! Ci siamo! Finalmente!” Claudio s’alzò in piedi e per qualche secondo la  pancia gli ballò da sola. Si assestò il marsupio con qualche manata e si avviò lungo il corridoio seguito dall’amico.

Furono i primi a scendere.

“Non è molto lontano Cannaregio” osservò Saverio.

“No, però seguiremo il mio percorso scaramantico che porta bene.  E’ collaudato. L’ultima volta che l’ho fatto, ho centrato di seguito tre numeri pieni.

“D’accordo, vada per l’itinerario propiziatorio, però prima voglio fermarmi a mangiare qualcosa.”

“Mangiare? Spazzolino ascoltami bene: noi siamo venuti per gustare al tavolo verde, non al tavolo del ristorante.”

“ Ma, io ho fame!”

“Prometto che, al ritorno, ti offrirò la cena alla Locanda Montin, fanno delle ottime seppie in umido con polenta.  Ti piacciono le seppie?”

“Preferirei una pizza, maledetta e subito.”

“Non se ne parla neppure!”

“Comunque è meglio che i soldi della cena li tenga io” concluse Saverio.

Il giovane iniziava a pentirsi di aver accettato di stare in società con quel panzone che gli impediva perfino di cenare. Non lavoravano nello stesso ufficio, però sapeva cosa si mormorava di Claudio nell’ambiente, del suo vizio sfrenato per il gioco d’azzardo, del suo sistema “infallibile” per dissanguare il casinò, e quale nomignolo gli era stato affibbiato.

Eppure quel giorno davanti al distributore automatico di bevande, durante la pausa caffè, non aveva saputo rifiutare l’invito a prendere l’espresso al bar, in alternativa  alla brodaglia della macchinetta. Così, mentre sorbivano la miscela fumante, era arrivata puntuale la proposta del collega-giocatore di formare una piccola società per realizzare, con diabolica certezza, il colpo della vita.

E dire addio a quel lavoro grigio, a quelle stanze grigie, ai dirigenti grigi, a tutto il grigiume di cui erano impregnate le loro esistenze di travet.

Bastava mettere in comune un po’ di danaro per avere un capitale più cospicuo da investire e naturalmente le vincite sarebbero state divise a metà. L’eventualità di perdere tutto non veniva neppure contemplata.

Le parole erano state così convincenti che il cuore tenero di Saverio non riuscì ad opporsi alla richiesta,  e poi l’utopia di cambiare vita  reca sempre con sé un fascino calamitoso. Accettò.

E si ritrovò, prima che avesse il tempo di ripensarci, sul treno con destinazione Casinò.

Strana accoppiata quella di Claudio-Rasputin e Saverio-Spazzolino: il trippone indossava un pastrano grigio scuro dal taglio militare, che doveva aver affrontato molti generali inverni, e che non riuscendo più ad abbottonarsi si spalancava sul davanti mettendo in mostra la botte di lardo come fosse un parapetto fiorito.

Il collo taurino strozzato da una sciarpa a quadri, e sulla testa un copricapo a metà strada tra una coppola e un colbacco.

Più sobrio il giovane, a capo scoperto, e avviluppato in un piumino nero di media lunghezza chiuso con la cerniera lampo.

“Mi raccomando non incantarti nella sala del Trente-Quarante. Filiamo direttamente alla roulette in groppa al cavallo.”

“Quale cavallo?” chiese Saverio con candore.

Stavano attraversando il Ponte delle Guglie, e Claudio dava gli ultimi suggerimenti al collega-socio.

“Quale cavallo?” ripeté, appoggiandosi al corrimano.

Non sapeva neppure come fosse fatta la roulette, ignorava del tutto qualunque tipo di gioco con le carte, perfino l’assopigliatutto.

“Accidenti a me con chi mi sono messo in società! Le cheval! Le cheval! Non ricordi? Te l’ho spiegato, in ufficio. E’ la combinazione di due numeri attigui, basta beccarne uno per vincere.”

E continuò come parlando a se stesso, l’occhio affebrato: “Niente orfanelli, gemelli o carré stasera, cheval solo cheval!”

L’agognata mèta - il palazzo rinascimentale - superbo nella sua decadenza sorgeva davanti a loro. Il cuore di Claudio iniziò a battere forte, come se tra quelle mura lo stesse aspettando  la  creatura più  ammaliante del pianeta  per condurlo nei meandri remoti e ardenti del piacere.

“Espugniamo la luna!” esclamò, tutto eccitato.  Un attimo dopo si pietrificò.

“Perché ti sei bloccato all’improvviso?”

“Guarda lì!”

Sulla sinistra dell’edificio, poco distante dal portale uno storpio che si puntellava con le stampelle chiedeva l’elemosina. Uno spolverino liso di colore indefinibile come l’età di chi lo aveva addosso copriva le misere ossa. Mento sul petto, l’uomo riusciva a tenere il cappello tra le mani nonostante l’impaccio delle grucce.  

“Beh?”

“Un mendicante, lo vedi o no?”

“E allora?”

“Porta jella! Porta jella!”

“Ma è un poveraccio che non si regge neppure in piedi! Ha stampata  sul volto tutta la miseria del mondo.”

 “Appunto. Pensa a quanta negatività ha in corpo. Noi gli passiamo innanzi e lui ce la scarica tutta addosso.”.

“Allora?”

“Dovremo aggirarlo.”

“Come?”

“Facendo qualche piccola deviazione.” ......

“Ascolta Spazzolino, ora noi torniamo indietro, passiamo su dal ponte della Ferrovia e ci fiondiamo sulla riva destra, tagliamo attraverso la via più breve, e raggiungiamo Rialto. Oltrepasseremo il ponte e ci troveremo nuovamente su questa sponda,  ancora qualche minuto di cammino e saremo al Casinò,  dalla parte sicura,  però,  avendo dribblato  la sfortuna.”

“Stai delirando, Claudio. Se ho ben capito: vuoi circumnavigare la città per scansare quel povero cristo.”

“Per un dio esigente come quello del gioco possiamo anche camminare un po’ in più.”

“Camminare un poco in più? Sembravi avere una fretta del diavolo quando siamo scesi dal treno.”

“Certo che sono impaziente, ma non posso tirarmi dietro la malasorte, e non c’è altra soluzione, per eluderla.”

Saverio scuoteva la testa, considerando che ben poca cosa era ciò che si diceva del collega in ufficio: quell’uomo non era soltanto drogato dal gioco, nei casinò c’era tutta la sua vita.

Tentò l’ultima carta: “Sono stanco, non mi va di fare ancora tanta strada. Vacci tu, io ti aspetterò qui.”

“Eh no!  Non dimenticare che siamo in società, ora si procede insieme.”

La voce di Rasputin era divenuta minacciosa, e gli occhi infossati lanciavano strali di fuoco.

Il giovane sfoderò allora una determinazione impensabile “ Non ne posso più. Non si mangia e mi stai sottoponendo ad una corvè.”

Claudio ritenne opportuno cambiare registro, e con tono più amicale:

“Ma come, ti invito al Casinò più bello del mondo … la fortuna ci sta aspettando … e tu ti lamenti? mi fai i capriccetti …  Gambe in spalle, giovanotto!  Il tragitto, al massimo … saranno trenta minuti … con le nostre falcate … una passeggiata. Fidati. E il ritorno lo faremo in gondola o preferisci il motoscafo?”

“Preferirei non essere venuto!” replicò torvo Saverio. Nondimeno affiancò l’amico.  

Ancora una volta Rasputin aveva avuto la meglio.

S’incamminarono immusoniti nel labirinto delle calli, dei campi, dei campielli.

Claudio procedeva spedito - e la stessa andatura imponeva all’accompagnatore - seguendo un filo invisibile che si srotolava lungo il tragitto che doveva renderli  immuni dalla sfortuna.

Percorsero stradine muschiose tanto strette da non poter procedere affiancati,

superarono palazzi dalle finestre ricamate a mano, e dalle logge intarsiate, oltrepassarono  ponti tesi come archi, costeggiarono i canali che innervavano la terra: i loro passi risuonavano sempre uguali  sulle lastre di pietra, tra aleggianti ombre del passato  che si mescolavano ai vivi e alle maschere dei vivi.

Insensibili al fascino umido della città andarono tra il sussurro delle mura e lo sciacquio delle onde.

Se soltanto per un attimo si fossero sottratti l’uno al rapimento mistico del gioco d’azzardo, l’altro a quella specie di soggezione che gli annullava la volontà, e lo rendeva succube dell’amico, se soltanto per un attimo le loro coscienze addormentate si fossero destate, con un sussulto seppure breve di vita, in quell’attimo sarebbero caduti in ginocchio davanti alla concentrazione di bellezza imperdonabile nella quale erano immersi.  A loro sarebbe giunto il respiro degli amanti tra gli androni  scuri,  e il rapido balenar di una bautta,  e il canto del gondoliere nella notte. Certo avrebbero sentito la voce avida dell’usuraio ebreo reclamare il patto sanguinario, e l’eco delle  ciacole dei mercanti cristiani, e le parole lusinghiere della locandiera, e il ruggito del Leone alato. E i rintocchi del campanone percosso dai Mori a segnare il tempo passato e il tempo che verrà. E i saltelli delle gondole attraccate alla riva. E lo sciabordio dei remi della galea dogale che va a congiungersi col mare.

L’effluvio delle spezie misto alla salsedine li avrebbe certamente stregati così come il gaudente Casanova faceva cadere ai suoi piedi le giovani patrizie.

Ma niente di tutto questo sentiva o vedeva la coppia che al pari di due grosse pantegane cieche e sorde, scompariva  nei sotopòrteghi  oscuri per sbucare  sull’altro lato della via,  intersecava  gli spazi  fiocamente illuminati per guadagnare tempo,  e poi di nuovo  s’infilava nel successivo sottopasso,  lontana anni luce dall’atmosfera incantata della Serenissima.

Per girare attorno al malocchio impiegarono circa un’ora, le loro facce - quando furono di nuovo sul lato giusto - erano diventate maschere di cartapesta.

Claudio-Rasputin oscillava tra il barbuto Pantalone alla costante ricerca di soldi e l’enigmatico Jolly, mentre sul viso di Saverio l’ingenuo Arlecchino si alternava al malinconico Pierrot, con tanto di lacrima.

Si ritrovarono nel sestiere Cannaregio. Mancava poco ormai, ancora qualche ombra di gotico fiorito, ancora qualche passaggio tra gli stucchi degli antichi palazzi, mancava poco e nessuno dei sensi si era risvegliato nei pellegrini del biribissi,*  nessuna funzione vitale li solleticava.

“Non andare a lavarti continuamente le mani dopo aver toccato le fiches, porta sfiga.” Claudio riprese a vessare Saverio.

“E non incrociare le gambe mentre giochiamo!”

“Mi chiederai anche di metterti la mani sul didietro, perché porta bene?” ironizzò il giovane. I capelli gli si erano drizzati talmente da sembrare aculei e la testa aveva l’aspetto di un istrice.

“Non preoccuparti, non ti chiederò di tastarmi …”.

“Meno male!”

L’aria si era fatta fosforescente quando all’ultima girata sbucarono davanti alla lapide wagneriana. Erano nuovamente a destinazione, ma non ebbero tempo di compiacersi.

Immediato e disumano proruppe l’urlo di Claudio: come se gli spettri di tutti appestati del Lazzaretto con le loro maledizioni gli dessero addosso contemporaneamente.

Sembrò soffocare, non articolava parola, con la mano tremante indicò il Casinò.

Il mendicante schiacciato tra le stampelle, col cappello in mano, si era spostato all’altro capo del portone ed era davanti a loro. Vano era stato il periplo.

Per entrare avrebbero dovuto per forza passargli davanti. 

Ora Claudio pareva impazzito: bestemmiava in tutte le lingue, imprecava contro lo storpio reo di perseguitarlo con la scalogna.

Saverio intanto rifletteva che il pover’uomo per trasferirsi da un lato all’altro dell’ingresso probabilmente aveva impiegato lo stesso tempo del loro inutile giro dell’oca.

Seguirono attimi di silenzio, di sospensione, di deriva. Non si trovavano più lì, ma in un posto diverso, in una regione diversa, al centro di una grande roulette su cui ruotavano all’impazzata.

E poi il disco si fermò.

“Io entro!” E fu Spazzolino, non più chiuso a riccio, a pronunciare queste parole: il sangue di nuovo gli scorreva nelle vene.

“Entri? Ma … ”

“Ma niente! per caso vuoi propormi un altro giro? Sono stufo delle tue manie! Sciogliamo la società! E dammi i miei soldi!”

Intenzionato una volta per tutte a sottrarsi all’influenza letale di Rasputin, il giovane  tirò  fuori una grinta imprevedibile.

“Ma si sciogliamola - convenne Claudio, e aggiunse  con  tutta la crudeltà di cui era capace - sei troppo negativo. Sei tu che porti sfiga. Sei tu che allontani la dea bendata!”

E tirate fuori sgraziatamente, dalla tasca, alcune banconote, le mise tra le mani  dell’ex-socio, e con uno sguardo di fuoco lo avvertì:

“Bene, allora ognuno giocherà per conto proprio. E non solo. Anche all’opposto dell’altro.  Perciò se punterò sul pari, tu scommetterai sul dispari. E quando allungherò le fiches sul rosso, tu perderai sul nero.  Bada bene, Spazzolino, ti terrò d’occhio!”

Nel pronunciare quest’ultime parole puntò minacciosamente l’indice della mano destra verso il giovane.

“Affanculo” gli gridò Saverio e si avviò verso l’entrata.

L’alba s’insinuava leggera nella laguna, quando una limousine acquatica accostò al pontile del Casinò. Era un motoscafo coperto, completamente in mogano massello, lungo non meno di setto/otto metri. Il marinaio che lo pilotava aveva la compostezza di un ammiraglio.

Sul ponticello un addetto della casa da gioco scortava con deferenza un giovane dai capelli a spazzola.

“E’ il più lussuoso signore, come lei aveva chiesto.”

“Grazie.”

Spazzolino lasciò una generosa mancia all’inserviente e scese la scaletta. Si accomodò sulla cuscineria color panna e fece cenno di andare.

L’imbarcazione virò col musone di prua e schizzò sul Canal Grande sollevando spruzzi che sembravano sculture.

Nello stesso momento, usciva dal Casinò sul lato opposto, incamminandosi per la calle un uomo panciuto, barba da debosciato, sguardo torvo e tasche vuote,  che  solo grazie al viatico*  avrebbe potuto prendere il treno.

 

*Biribissi: antichissimo gioco d’azzardo

*Viatico: cifra messa a disposizione dalla casa da gioco per quei giocatori che hanno perso tutto.

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Inserito il:09/09/2016 21:23:50
Ultimo aggiornamento:09/09/2016 21:30:38
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