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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Sheila Banga (Regian, Sask., Canada) - Barn Cat

 

Tratto dal volume Mimiao. Autobiografia di un gatto migrante di Vittoria Carola Vignola, Hever Edizioni, Ivrea 2020.

 

Mimiao - Autobiografia di un gatto migrante (1)

di Vittoria Carola Vignola

 

Partendo dall’inizio

Mi chiamo Mimiao, o meglio, non so come mi chiamassi prima, ma questo è comunque il nome che mi ha attribuito l’ultima coabitante e, visto che da un po’ di tempo vivo con lei, non ho alcuna ragione per cambiarlo. Mi pare di ricordare, tuttavia, che il nome attribuitomi nella precedente dimora fosse Mimiau: ma nella mia filosofia esistenziale un nome vale l’altro, e poiché meglio di così non mi sono mai trovato, penso che terrò questo nome fino al mio ultimo respiro.

Nonostante le mie furtive esplorazioni in tutti gli angoli riposti delle tre case che mi hanno ospitato, non ho sinora rinvenuto alcun dato relativo all’anno e al luogo della mia venuta al mondo. Presumo comunque di essere nato, oppure di essere stato accolto come trovatello, nella casa di Felice. Ma quando?

La casa di Felice è la tipica armoniosa casa nostrana, con archi al primo piano; un pianterreno con stalla e ambienti di disbrigo, fogliaio, caciaia; un primo piano con loggia, cucina, camere da letto, bagno; un secondo piano con loggia, fienile, legnaia. Di fronte, ha un orticello delimitato da muretti a secco.

Confina ad angolo retto con le belle arcate di Ca dau Ciole, l’antica abitazione di Dragùn, la quale ha ben due scale di accesso al primo piano. Devo ricordare che Dragùn è il contadino che un giorno, svenuto nei campi, venne soccorso da due amici che lo riportarono a casa su una barella improvvisata, quella che loro chiamavano sivera. Giunti a destinazione, mentre esitavano sulla scelta della scala, Dragùn disse loro: «Voi scegliete quella che volete. Io, quando non ero ancora morto, sceglievo questa».

Da allora fu sempre chiamato Dragùn Mort.

Tali case sono situate in un angolo magico nell’alto del borgo, ansimma d villa; si raggiungono su un viottolo sterrato non percorso da moto rombanti, né da auto sfreccianti, e men che meno da autoveicoli con mostruosi carichi che mettono a repentaglio non solo le vite dei viventi, gatti inclusi, ma altresì i muri perimetrali delle abitazioni lungo le vie. Un cantone quieto e raccolto.

L’ottimo Felice è uno dei pochi contadini rimasti nel borgo: non alleva le mucche in batteria, anzi; qualche volta le nutre ancora con erba e fieno falciati con la falce fienaia (il taglio che gli armenti paiono preferire); le munge a mano, dona loro tozzi di pane, le tiene in paese durante l’inverno e in cascina d’estate. Sparge in prati e orti solo concime naturale. Il suo latte e i suoi latticini hanno un sapore antico, di cui persino io ho sempre apprezzato la bontà e la genuinità.

Di giorno, avevo ampi spazi da esplorare nei prati che si distendono dietro le abitazioni, con un pullulare di topi, lucertole e uccellini, e dove non vigeva alcun divieto di caccia. Le notti, le trascorrevo nel fienile o nella stalla, secondo le stagioni.

Ah, la meraviglia delle notti nel fienile! Acciambellato sul fieno, ascoltavo tutte le voci e i rumori della notte: le gocce d’acqua sul tetto quando pioveva, il fruscio del vento, il calpestio di volatili e roditori, il loro fitto chiacchiericcio.

Non posso perciò dire che non mi piacesse il mio domicilio. Ahimè, c’erano però alcune cose che non mi quadravano. La prima, non essere considerato a tutti gli effetti membro della famiglia, né ammesso negli ambienti in cui essa dimora; totalmente emarginato, quindi, come un diverso. E una seconda parimente sgradevole: il cane, il quale spesso mi inseguiva azzannandomi la bella lunga coda grigia, sino a che me ne mozzò un buon terzo.

Ero dunque soltanto una trappola per topi?

Decisi, allora, di issare le vele.

Avevo conosciuto Livia e Franco quando avevano abitato per qualche tempo la Ca dau Ciole, per consentire un accurato restauro della loro abitazione nel Cantùn ad Blin. Essi mi parevano meno segregazionisti, non davano cioè l’impressione di aspettarsi che i gatti si trasformassero per dodici ore in trappole per topi e si togliessero dai piedi per le altre dodici.

Li seguii, perciò, quando essi tornarono nella loro casa, resa più confortevole nel Cantùn ad Blin: essa è tuttora bellissima, con archi ai tre piani, un’ottima esposizione al sole, orto, giardino e prato curatissimi. Quanto al cibo, esso è forse meno esclusivamente “nature” come da Felice, ma più vario.

Nessun cane, se non quando questi accompagnano eventuali ospiti; ma in questo caso si può essere certi che non li lascerebbero correre dietro un povero gatto innocente. Per quanto concerne il cagnolino della loro amica Valeria, esso ha, centimetro più centimetro meno, più la dimensione di un gatto, e non solo, perché Valeria lo tiene sempre al guinzaglio, poveretto!

Anche qui, grandi spazi davanti e intorno.

L’unico disagio è la strada asfaltata che attraversa il borgo da nord a sud ed è assai trafficata. Io, però, ho imparato ad attraversarla come fanno gli “umani”: controllo prima a destra poi a sinistra e pluff, un balzo, e via sul primo muretto che trovo.

Livia mi aveva già approntato un comodo giaciglio al piano terra, mentre loro abitavano al primo piano. Però, anche qui non mi sentivo parte della famiglia, essendo di nuovo discriminato, con spazi degli umani “no cats”, cioè interdetti ai gatti, i quali si trovavano costretti a cercare altrove i loro momenti di relax.

(Continua)

 

Inserito il:07/07/2021 15:04:33
Ultimo aggiornamento:13/07/2021 13:02:25
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