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Aggiornato al 11/08/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

 

In risposta all’articolo "Gli anni formidabili dell’elettronica italiana"

di Giuseppe Silmo

 

Michele Pacifico nel suo articolo: “Gli anni formidabili dell’elettronica italiana (3)”, scrive che: alla fine del 1964 avevamo [La Divisione Elettronica della Olivetti] ridotto la quota di mercato dell’IBM in Italia al 75 per cento, dal 90/95 che aveva agli inizi e fu anche grazie al nostro sforzo generoso che l’Olivetti arrivò sull’orlo del fallimento”.

Questa è stata la vulgata che per troppi anni è stata raccontata da chi era interessato a dare questa versione. Si è scritto e detto che le due operazioni: l’acquisizione della Underwood e il settore elettronico avevano portato la Olivetti al collasso finanziario.

Piergiorgio Perotto ha scritto nel suo “P 101”: “Non è mai stato del tutto chiaro perché Visentini, […], abbia dato una rappresentazione della situazione finanziaria della Olivetti più critica di quella che era in realtà. Certamente le operazioni dell’elettronica, ma soprattutto l’acquisizione della Underwood, avevano quasi completamente prosciugato le riserve, però la crisi era soprattutto un problema degli azionisti, che si erano fortemente indebitati con le banche, più che dell’azienda. Ma, come scrisse la rivista «Fortune»: “la chiusa comunità finanziaria italiana istintivamente associò famiglia e società”.[1]

Le parole di Perotto sono totalmente confermate da una Nota Riservata di Mario Caglieris a Bruno Visentini, riportata nel libro “Olivetti. Una storia breve”, in cui scrive che: “Enrico Cuccia confuse la crisi finanziaria della Famiglia, che era un dato reale, con la crisi finanziaria dell’Azienda, che non c’era”.[2]

In oltre, gli stessi dati finanziari smentiscono che la Olivetti fosse sull’orlo del fallimento. La situazione economico/finanziaria dell’Azienda non era affatto così drammatica. A questo proposito Lorenzo Soria, infatti, scrive nel suo mitico saggio “Informatica un’occasione perduta” che l’Olivetti “a dispetto di Visentini che nei mesi delle trattative l’aveva descritta come un’azienda malata […] era sana”. A conforto di quest’affermazione Soria scrive: “Basta guardare ai risultati da essa conseguiti già pochi mesi dopo l’ingresso del nuovo gruppo: le vendite erano aumentate dell’8%; la Underwood, con l’esercizio 1964, era tornata in attivo; […] nel 1965 la società tornò a distribuire il dividendo”.[3]

In realtà il Consiglio di Amministrazione uscente, riunitosi a Ivrea al Teatro Giacosa il 25 maggio 1964 per nominare il nuovo Consiglio con i rappresentanti del Gruppo d’intervento, all’Assemblea degli Azionisti, comunica che: “Nello scorso anno [1963] il fatturato della Società è stato di 122 miliardi, con un incremento dell’8,5% rispetto all’anno precedente”.[4]

Quindi ancora prima che il Gruppo d’intervento entrasse in funzione.

Guardando invece dalla prospettiva dell’utile, la relazione del Consiglio afferma che: “L’esercizio ordinario si è chiuso con un utile di 4.125 milioni (contro i 5.120 del 1962)”. Non esattamente un’azienda in perdita.

In oltre, un’altra affermazione va rivista, quella relativa ai: costosi componenti elettronici, che si compravano a caro prezzo dai pochi fornitori che operavano su scala mondiale in regime di quasi monopolio”. Occorre ricordare che, per la produzione di componenti elettronici, era stata creata la S.G.S. (Società Generale Semiconduttori) entrata in funzione alla fine del 1959, di cui Roberto Olivetti era il Presidente.[5]

Che dire poi della General Electric, tutte le fonti concordano nel dire che non aveva una grande esperienza nel settore,[6] in oltre la gestione fu subito caratterizzata da “decisioni che andavano in direzione esattamente opposta al potenziamento tecnologico”.[7]

Concorda con queste fonti Michele Canepa, che aveva aperto il primo Laboratorio Elettronico Olivetti negli Stati Uniti a New Canaan (Connecticut) nel 1952.[8]

Con queste premesse la O.G.E. (Olivetti General Electric), divenuta G.E.I.S.I, dopo la cessione da parte della Olivetti della sua restante quota del 25% del capitale, non poteva avere grandi prospettive, come infatti è avvenuto.

Roberto Olivetti, come ormai appare chiaro anche dalla pubblicazione dei Verbali di Vincenzo Maranghi da parte di Mediobanca,[9] cercava partner per affrontare il bisogno di capitali, non acquirenti. Scelta questa imposta.[10] In alternativa pensava a una riconversione produttiva dalla grande alla piccola media elettronica, che se fatta in tempo, avrebbe cambiato la storia della Olivetti. La P 101 può essere letta come un primo passo. Ma qui trovò un’Azienda sorda e miope. Su questo terreno la competizione con la IBM poteva essere vinta.

 

 

[1] P.G. Perotto, P 101. Quando l’Italia inventò il personal computer, Roma/Ivrea 2015, p. 30.

[2] G. Silmo, Olivetti una storia breve, Ivrea 2017, p. 238.

[3] L. Soria, Informatica: un ‘occasione perduta, Torino 1979, pp. 45-46.

[4] Riunita ad Ivrea l’Assemblea degli Azionisti. La relazione del Consiglio, in «Notizie di Fabbrica», Anno V, n. 5, giugno 1964.

[5] G. Silmo, Olivetti. Una storia breve, op.cit., p. 226.

[6] Ibidem, p. 237.

[7] Ibidem, p. 248.

[8] Ibidem

[9] G. Monreale, Mediobanca e il Salvataggio Olivetti, Milano 2019

[10] G. Silmo, Olivetti. Una storia breve, op.cit., p. 235-237.

 

 

Inserito il:08/07/2020 09:10:34
Ultimo aggiornamento:10/07/2020 11:42:53
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