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Aggiornato al 25/02/2018
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Albert Kiekebusch (1861 - 1927) – Blick von der Schleusenbrücke zum Berliner Schloß -1892

Il futuro del passato. Sulla ricostruzione del Castello di Berlino.


Il 12 giugno 2015 è stato finalmente inaugurato il cantiere del Castello di Berlino, distrutto dopo la seconda guerra mondiale e oggi, dopo un concorso internazionale che ha visto la partecipazione di molti studi nazionali e stranieri, tra cui l’architetto italiano vincitore Franco Stella, in fase di ricostruzione secondo il progetto originale. L’edificio, una volta ultimato, sarà destinato a sede del nuovo Humboldt-Forum, polo museale che riunirà le collezioni disperse in varie parti della città, tra cui il Museo Etnografico di Dahlem, dedicato alle culture del mondo.

Per tale occasione Daniel Barenboim ha diretto, con l’orchestra della Berliner Staatskapelle, la Incompiuta di Franz Schubert all’interno del futuro foyer del foro berlinese.


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La foto dell’evento, apparsa sul Berliner Extrablatt, l’opuscolo che viene pubblicato regolarmente dal circolo dei sostenitori e finanziatori della ricostruzione del Castello, mostra chiaramente lo stato d’avanzamento dei lavori: dietro una quinta scenica, che ritrae il futuro portale che verrà ricostruito identico all’originale barocco e montato sulla retrostante struttura in cemento armato appena terminata, si vede sullo sfondo un’altra quinta, che rappresenta, come dicono i tedeschi, una Inszenierung (messa in scena) della futura Bauakademie pure in fase di ricostruzione, opera del più importante architetto neoclassico tedesco, Karl Friedrich Schinkel.

Fa riflettere il fatto che queste quinte scenografiche, che rappresentano in scala 1:1 i monumenti perduti più importanti della storia urbana di Berlino, presto verranno tradotti in concrete architetture che caratterizzeranno, nonostante l’aspetto storico delle loro forme architettoniche, il nuovo centro.
E questo ancora più se si conosce la critica diffusa che da anni accompagna questo processo ricostruttivo che accomuna Berlino ad altre città della Germania e che ha fatto parlare di un vero e proprio fenomeno culturale, soprannominato Rekonstruktivismus, a porre la sua distanza critica rispetto alla tendenza diffusa ormai da anni in architettura del Decostruttivismo di importazione americana.
Questa critica, nata su fondamenti ideologici ancora fortemente legati all’etica del Moderno e alla sua nozione di verità e originalità dell’opera architettonica, non consente l’atto ricostruttivo in quanto viene letto come falsificazione di un originale non più esistente e nega la nozione di copia come possibile riferimento della pratica progettuale.
Sebbene l’idea di copia abbia da sempre improntato l’atto creativo delle discipline artistiche, come ha ben mostrato, nell’ambito della scultura,  la bella mostra Serial Classic, a cura di Salvatore Settis, sulle copie riprese dai modelli classici che ha inaugurato la neonata Fondazione Prada di Milano.
Questo principio dell’originalità dell’opera e dell’impossibilità di una sua ripetizione, oggi anche detta clonazione, sembra tuttavia, paradossalmente, sempre più possibile grazie alle contemporanee tecniche che si stanno sviluppando  –  si pensi alla recenti proposte di replicare con stampanti 3D case storiche della città di Amsterdam piuttosto che i monumenti distrutti a Palmyra dall’ISIS, o a intere città clonate in Cina su modelli di città europee (come il villaggio austriaco Hallstatt) – è comprensibile, ma non per questo sufficientemente in grado di spiegare il suddetto fenomeno in atto.
Anche i taglienti giudizi, dalle patinate pagine della rivista Casabella, in merito alla ricostruzione del castello berlinese espressi di recente dal maestro londinese del bon ton di stampo minimalista, David Chipperfield – noto ai milanesi per i recenti capricci sulla cattiva esecuzione della pavimentazione dell’altrettanto recente Mudec – non sono in grado di fermare l’entusiasmo dei cittadini berlinesi di fronte all’avanzamento del cantiere. L’entusiasmo sembra accomunare i cittadini di Berlino a quelli di molte altre città tedesche, che dopo la caduta del Muro e la riunificazione della Germania, sono oggi sempre più in cerca delle loro radici storiche e di una identità andata perduta in seguito ai danni delle guerre e ai conseguenti interventi di tipo funzionale e infrastrutturale, che hanno comportato negli anni ’60 e ’70 la cancellazione di intere parti di città storica, spesso sostituite da nuovi quartieri aperti nel verde e autostrade urbane.

Il forte senso di partecipazione all’operazione in atto a Berlino viene espresso in particolare anche dal gran numero di Länder ed Enti regionali collaboranti al finanziamento dell’onerosa ricostruzione della facciata esterna barocca del Castello, che verrà interamente ricostruita in pietra.
Seguendo una consuetudine praticata da molte città di area tedesca, dal dopoguerra in avanti, per ottenere i finanziamenti per la ricostruzione dei principali monumenti storici delle città distrutte dagli eventi bellici – dallo Stephansdom di Vienna al Duomo di Colonia – la pratica qui adottata è infatti quella della contribuzione collettiva grazie alla donazione da parte di Istituzioni, Enti pubblici e singoli privati facoltosi, in grado di sostenere gli oneri notevoli richiesti per realizzare i singoli elementi in pietra (colonne, capitelli, fasce marcapiano, cornici, ecc) e i complessi scultorei che decoravano la pesante facciata dell’architetto barocco Andreas Schlüter.
Questo processo di ricostruzione dimostra quindi, da una parte, il carattere partecipato dell’operazione, a riconferma del suo ruolo di edificio pubblico all’interno della città di Berlino, dall’altra si rivela come occasione per mettere al lavoro intere squadre di artigiani e artisti, che pur impiegando sofisticate tecnologie di lavorazione, riconfermano la pratica di antichi mestieri oggi quasi scomparsi – dallo scalpellino all’ebanista, dal decoratore all’incisore. Mestieri oramai visti per lo più come anacronistici rispetto al riduzionismo estetico che sembra oggi essere sempre più attuale tra i giovani architetti della Berlino contemporanea, che per lo più impiegano solo materiali primi e sempre più lasciati al grezzo – la cosiddetta estetica del grezzo (Rohbau-Ästhetik). In questo  l’operazione in atto di ricostruzione delle facciate storiche com’erano dov’erano viene dai più letta come abuso storicista e espressione di un atteggiamento conservatore, nostalgico di un passato oggi non più riproponibile.

Sarà il tempo a giudicare se questo passato sia veramente un passo all’indietro o se invece non rappresenti, magari, il futuro stesso della capitale tedesca in continuo stato di trasformazione e messa in discussione.  

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Inserito il:13/11/2015 19:47:55
Ultimo aggiornamento:29/11/2015 22:06:09
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