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Aggiornato al 24/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Lela Migirov (Gori, Georgia, 1965- Tel Aviv/Paris) - Clochard

 

Un incontro ai margini, fuori dal tempo

di Alessandra Tucci

 

Ero a Largo Argentina ieri, davanti al teatro.
Erano le 16.40, aspettavo una persona ed era in ritardo.
Ma io non avevo fretta.
Aspettavo serena e divertita, immersa nello splendore di Roma e nella straordinaria poliedricità delle persone che si muovevano in quella sua piazza, cariche di se stesse e di pezzi di vita che splendevano come lampi ad ogni movimento.
Era impossibile non notarlo. All'altezza del teatro, dall'altra parte della strada, dalla parte degli scavi.

Piccolo, quasi completamente piegato su se stesso, ad angolo retto, la schiena non reggeva il peso della postura, le scarpe avvolte in due buste di plastica bianche per schermare il freddo della notte, l'età intrappolata in un viso che aveva perso il tempo, forse 60, forse 70 anni, forse meno, forse più.
Con estrema calma, grande meticolosità, frugava nelle sue grosse buste appoggiate con ordine sulla ringhiera contenente i millenni passati, ne tirava fuori ora un barattolo di vetro vuoto ora una scatoletta di alluminio. Con una grande pulizia di movimenti, si recava alle strisce pedonali, aspettava che il traffico allentasse il suo flusso, attraversava e continuava dritto verso il cestino della spazzatura, poco distante da me.

Si fermava qualche passo prima, attendeva che la signora e il ragazzo di turno gettassero nel cestino lei la carta di una caramella e lui lo scontrino rilasciato dal bar dal quale era appena uscito, sembrava non volesse imporre la sua essenza di barbone, non volesse seminare imbarazzo.Liberatosi lo spazio attorno al cestino, si avvicinava, buttava ora il barattolo ora la lattina. E si riavviava con il suo passo sereno verso le strisce pedonali, aspettava il time-out del traffico, attraversava la strada e tornava al suo piccolo angolo ai margini della Roma passata. Per ripartire poco dopo con un nuovo barattolo.

Ero incantata. No, non è esatto, ero ipnotizzata. Letteralmente. Da tanta pulizia nei gesti e nell'approccio al mondo esterno, dalla serenità che sembrava impregnare ogni centimetro della sua pelle.
L'impulso era forte, non sapevo come gestirlo, non riuscivo a trovare il modo di seguirlo.
Cercavo una scusa per avvicinarmi e per parlargli senza l'oltraggio della curiosità fine a se stessa, di una compassione non richiesta.
C'era. Un barattolo di latta poco più in là, posato a terra, discreto.
Ho attraversato. Esitante, lo ammetto.

Sì, il barattolo conteneva qualche moneta dorata, poche, qualche centesimo, avevo la scusa per parlargli, lasciargli qualche moneta anch'io e dopo spostare lo sguardo su di lui, non lo avevo ancora fatto. Ho cercato nel portamonete, le ho lasciate cadere e all'eco rimbalzato dalla latta ho spostato finalmente gli occhi sull'uomo.
E sono rimasta folgorata.

La luce, quella luce sparata dai suoi occhi e da quel sorriso toglieva il fiato. Dov'era la disperazione, dove la rabbia, la frustrazione, dov'erano il senso di ingiustizia, spaesamento, dove l'affaticamento? Non in quella luce, non in lui.
In quell'uomo, nella sua luce, c'era una profonda pace. Non rassegnazione, pace. E gioia.
Quasi mi vergognavo a chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, dove dormisse, come fosse finito in quelle condizioni.
Quali condizioni, poi? La disperazione che immaginavo o la gioia che vedevo?
Comunque gliel'ho chiesto.
"Dormo per strada, sì, per destino".
Quale destino? Dov'erano i segni della sua ferocia sul volto di lui? Io trovavo solo accettazione. Serena, accidenti.
Ho insistito, volevo capire.

"Sono qui per destino, devo pagare gli errori commessi nella vita precedente. Anche in questa vita qualche sbaglio in realtà l'ho fatto, e i propri debiti con il destino bisogna pagarli".
Quali errori? Che destino è quello che ti butta per strada per toglierti la dignità? Tutti sbagliamo, gli errori ci accomunano tutti. Perché pagare per strada? Ci sono gli ostelli della Caritas, c'è assistenza, perché la strada e sulla strada la pioggia, il vento, il gelo? E' quasi inverno.

"Allora non mi sono spiegato: io devo e voglio rimanere in strada, devo pagare i miei debiti al destino se voglio riprendere il mio cammino. Non manca molto, sa. Ancora poco e riavrò tutto, la mia vita, per proseguirla".
Mi sono arresa, ma non fino in fondo. Gli ho chiesto comunque se avesse bisogno di qualcosa, cosa potessi fare per lui. A volte, molto più spesso di quanto ammettiamo in realtà, tendiamo una mano agli altri per aiutare noi stessi. Per salvarci. Dal senso di colpa. Dalla paura. Di finire magari come quello lì.
"Non si preoccupi, io sto bene, non ho bisogno di niente. Vede?".
La sua mano si era allungata verso le sue grosse buste. Non l'ho seguita quella mano verso la direzione che indicava, ero incastrata tra le maglie di serena gioia che avvinghiava il suo volto.
Incredibile. Brillava, dannazione.

"Li vede? Le persone aiutano le persone, mi aiutano di continuo. Mi danno coperte, pane, vestiti, li vede? Ho tutto".
Gli occhi hanno cominciato ad inumidirsi, non volevo che lui vedesse le lacrime scendere giù, ridicole. Li ho spostati sulle buste per sottrarli al suo sguardo e gli ho chiesto se l'avrei trovato di nuovo lì nei giorni seguenti.
"No, non mi troverà più. Gliel'ho detto, ho pagato quasi tutto, sto per riprendere la mia vita, ai miei errori ho rimediato. Non mi troverà più, ma le lascio la mia esperienza. Tutti sbagliamo. Se non ascoltiamo la nostra anima, se non le diamo la voce che reclama e non la seguiamo, se non abbiamo rispetto del prossimo, qualsiasi prossimo. Se ha commesso degli sbagli rimedi, se ha tacitato la sua anima la liberi. E segua lei. Segua il suo destino".
Ero in una bolla, completamente stordita.
Quell'uomo aveva crocifisso il mio ego fatto di piccole, stupide e paralizzanti ragioni. Ed era andato a cercare la mia anima. Era a lei che aveva parlato. Ero dentro un attimo vestito di eternità.

L'attimo dopo il mio cellulare ha squillato, la persona che aspettavo era arrivata.
Non volevo rientrare in questo tempo, non ancora, era un miracolo esserne fuori, anche solo per un istante. Era un miracolo quell'istante di eternità.
Ho guardato quel piccolo uomo quasi accartocciato su se stesso, i suoi stracci, la dignità che il destino del quale parlava non gli aveva strappato. E quella luce, quella straordinaria luce.
Sono rientrata dentro questo tempo, lasciando lui nel suo.

Dietro di me, l'eco di un grazie. Non so chi dei due l'abbia sussurrato.

 

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Inserito il:09/04/2019 23:20:24
Ultimo aggiornamento:09/04/2019 23:27:11
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