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Aggiornato al 17/01/2022

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

The picture of the steam locomotive railway at Yokohama seaside, drawn by Utagawa Hiroshige III, 1874.

 

Storia del Giappone (3) - Età moderna

(seguito)

di Mauro Lanzi

                              

                                       Togukawa Yoshinobu , l’ultimo Shogun

 

Con l’arrivo delle navi nere (1853) terminano per il Giappone il medioevo e l’età dello shogunato. L'episodio delle navi nere fu sentito dalla classe politica giapponese, i samurai, un’onta subita ad opera di potenze straniere, espressione di imperialismo e colonialismo; il desiderio di riportare il Giappone alla dignità (percepita) precedente all'umiliazione condusse molti samurai a rinnegare lo Shōgun sostenendo che non agisse più nel nome dell'Imperatore; il periodo successivo all’episodio delle navi nere fu quindi un periodo di violenti conflitti intestini e di guerra civile, vera e propria, noto come Bakumatsu, che si concluse con la fine dello shogunato e il ritorno al potere dell'Imperatore (Restaurazione Meiji). L’aver ceduto all’imposizione degli stranieri, infatti, aveva indotto alcuni importanti clan a riunirsi intorno alla figura del giovane imperatore Mutsushito (che in seguito assumerà il titolo di Meji, l’illuminato) per contrastare lo shogun Togukawa; questi non si arrese facilmente, cercò di creare un esercito moderno importando anche armi ed istruttori occidentali, ma gli avversari furono più rapidi ed efficienti; al termine di una dura guerra civile, i seguaci di Togukawa furono sconfitti e dispersi ; decisiva la battaglia navale di Hakodate, in cui fece il suo esordio la rinnovata marina imperiale giapponese. All’inizio del 1869 ci fu la resa ufficiale dei Togukawa, che rappresentò la fine dello shogunato e del suo regime feudale. Il 3 gennaio del 1869, dopo la fuga in Hokkaido delle residue truppe dello shogunato, l'imperatore Mutsuhito, che nel frattempo aveva riportato la capitale imperiale a Tokyo, proclamò ufficialmente la restaurazione del potere imperiale con il seguente comunicato:

«L'imperatore del Giappone annuncia ai sovrani di tutti i Paesi esteri e ai loro sudditi di aver concesso allo shogun Tokugawa Yoshinobu di rimettere il potere di governo come da sua richiesta. Da questo momento eserciteremo la suprema autorità in tutti gli affari interni ed esterni del Paese. Di conseguenza il titolo di imperatore deve sostituire quello di Taikun, con il quale erano stati conclusi i trattati. Stiamo per nominare gli incaricati a condurre gli affari esteri. È auspicabile che i rappresentanti delle potenze che hanno siglato i trattati avallino questa dichiarazione.[3]»

Paradossalmente però, il tramonto dello shogunato, che era partito da una reazione xenofoba all’ingresso degli stranieri, non solo non riportò il Giappone allo “status quo ante”, cioè all’isolamento del paese, ma divenne, sotto la guida del giovane imperatore, l’occasione per l’apertura ai modelli politici, economici e culturali dell’occidente.

Nel 1869 alcuni dei principali daimyo ( i signori feudali) rimisero nelle mani dell'imperatore i propri beni e diritti, dando inizio al processo di smantellamento del sistema feudale, che nel 1871, con decreto imperiale, fu definitivamente abolito: al suo posto fu creata una nuova amministrazione locale, basata su governatorati, affidati direttamente dall'imperatore, talvolta anche ai vecchi signori feudali, ora convertiti in funzionari statali, affiancati da prefetture, definite geograficamente. Il decreto stabiliva anche la fine della discriminazione tra le caste in cui era tradizionalmente divisa la società giapponese (Samurai, agricoltori, artigiani e mercanti).

Per quanto riguarda il campo religioso, nel 1868 venne bandito il Buddhismo come religione di riferimento, mentre lo Scintoismo divenne religione di Stato; nell’ambito di una più vasta riforma religiosa, fu concessa comunque la libertà di professare religioni diverse; la riforma culminò con la costruzione e consacrazione nel 1869 del Santuario Yasukuni a commemorazione delle vittime della guerra civile e come simbolo dell’unità nazionale.

Subito dopo, gli statisti del governo Meiji decisero di dare avvio alla formazione di un moderno ed efficiente esercito nazionale, al fine di poter garantire l’indipendenza del Paese ed affermarne il ruolo anche nei confronti delle nazioni estere: nel 1872 il generale Yamagata Aritomo, artefice del nuovo esercito nipponico, emise un'ordinanza con cui  veniva istituito il sistema di coscrizione obbligatoria, che, unita a quella che vietava ai samurai di portare la doppia spada, colpiva fortemente i privilegi della vecchia casta militare, ne limitava l’influenza sul Paese, la privava dei suoi caratteri identitari.

La riforma dell’esercito probabilmente salvò il regime.

Nel 1877, infatti, la casta dei samurai, delusa dall'operato del governo centrale e irritata dalla perdita dei propri privilegi e del proprio status, persuase un vecchio alleato dell'imperatore, Saigō Takamori (a sinistra), a guidare la rivolta contro il governo centrale (nota come Ribellione di Satsuma); inizialmente i rivoltosi ottennero qualche notevole successo, giungendo ad assediare una fortezza imperiale, senza riuscire ad espugnarla malgrado disponessero anche loro di armi da fuoco. L’esercito di coscritti dell’imperatore, che i samurai disprezzavano, dette infatti buona prova di sé e nello scontro decisivo di Shiroyama  le truppe regolari, superiori in numero ed armamento, sconfissero i ribelli; gli ultimi samurai si lanciarono contro le posizioni nemiche armati solo delle loro spade, finendo falciati dal fuoco delle mitragliatrici e dei fucili; la ribellione segnò il culmine, ma anche la fine dell’opposizione feudale al nuovo ordinamento.

Lo stesso Takamori, dopo la sconfitta in battaglia del settembre 1877, si uccise secondo il codice dei samurai (seppuku).

 A questa vicenda è ispirato il film di Tom Cruise “L’ultimo Samurai”.

Superata la crisi, punto centrale della politica del nuovo governo divenne la riforma dell'istruzione, anch’essa ispirata ai modelli occidentali: nel 1872 fu varata una legge sull'istruzione obbligatoria che istituiva il Ministero dell'educazione nazionale e suddivideva il Paese in otto circoscrizioni scolastiche, ciascuna con un'università, 32 scuole secondarie e centinaia di istituti primari. Molti giovani furono anche inviati a studiare all’estero, per portare, al loro ritorno, nuove idee e conoscenze.

Il regime si occupò anche del sistema di informazione nazionale, emanando nel 1875 una legge sulla stampa, che imponeva la registrazione di proprietario, direttore e tipografo dei giornali e la firma su tutti gli articoli, senza l'utilizzo di pseudonimi.

Occorreva a questo punto dare un più stabile assetto istituzionale allo Stato, governato ancora, a dispetto delle riforme adottate, dalle vecchie oligarchie.

Un primo passo fu fatto nel 1879, quando in tutto il Giappone vennero convocate assemblee provinciali, elette su base censitaria e deliberanti sui bilanci locali; era un primo timido tentativo di coinvolgere la popolazione nella gestione della cosa pubblica. Subito dopo, nel 1881, l'imperatore Meiji si impegnò solennemente a concedere entro dieci anni una moderna Costituzione e un sistema parlamentare. A questo scopo vennero inviati all'estero alti funzionari dell'apparato statale nipponico per meglio studiare i modelli costituzionali europei e vedere quale meglio si applicasse alle necessità del Giappone.

Infine, l'11 febbraio 1889, fu promulgata la nuova Costituzione, basata sul modello imperiale tedesco, che riconosceva all'imperatore un potere assoluto e il ruolo di comandante in capo delle forze armate, stabiliva l'istituzione di un Parlamento (detto Dieta Nazionale) bicamerale, con una Camera dei Rappresentanti eletta su base censitaria e una Camera dei Consiglieri, i cui membri erano di nomina imperiale; il governo era designato dal sovrano ed era responsabile solo nei suoi confronti. Nel 1890 si svolsero nel Paese le prime elezioni politiche su base censitaria.

Malgrado l’entrata in vigore di una Costituzione, emerge e si afferma proprio in questo periodo una dottrina politica detta “Kokutai” che diviene, accanto o prima della Costituzione, il vero paradigma politico che resse la nazione, almeno fino al 1945. Il termine Kokutai ha diversi significati, da “sistema di governo” a “entità nazionale” a “struttura nazionale giapponese”; le origini del Kokutai si possono far risalire al periodo Edo, quando uno studioso neoconfuciano asserì che i miti sull’origine del Giappone erano una realtà storica, e quindi che l’imperatore discendeva dalla divinità solare Amateratsu: pertanto la natura divina dell’imperatore era fatto asseverato che si trasmetteva attraverso la successione di tutti gli imperatori.

Queste teorie furono riprese in epoca Meji, divenendo un credo politico universalmente accettato; gli studiosi cercarono anche di trovare un punto d’incontro, una continuità tra la tradizione e l’evoluzione storica che si era vissuta e si stava vivendo; veniva introdotta la distinzione Kokutai-seitai che permetteva di identificare chiaramente come kokutai, l’essenza nazionale, gli aspetti "originali giapponesi", eterni e immutabili,  derivati dalla storia, dalla tradizione e dal costume, e centrati nella figura dell'imperatore. La forma di governo, seitai, era un concetto secondario, consisteva nelle disposizioni pratiche per l'esercizio dell'autorità politica: seitai, la forma di governo, era storicamente contingente e poteva cambiare attraverso il tempo. Con il periodo Meji, quindi, si creò un nuovo sistema politico-culturale imperniato sul Tenno [imperatore]; il kokutai ne era l'espressione ed era la base della sovranità. Il Tenno era un "dio" tra gli "umani", era l'incarnazione della morale nazionale, dell’essenza stessa del Giappone. Veniva apertamente rigettata ogni idea di democrazia, di repubblica, di socialismo; nel 1925 furono emanate le “Leggi della preservazione della pace” che proibivano sia la formazione che l’appartenenza a qualunque organizzazione che si proponesse di abrogare o anche solo modificare il kokutai, o che mettesse in discussione la figura e le prerogative del Tenno.

Per chiarire in dettaglio a tutti le linee guida del kokutai e le sue implicazioni, un comitato di professori delle più prestigiose università si adoperò per definire, pubblicando nel 1937 un opuscolo di 156 pagine, le verità essenziali per il Giappone. Il nome dell’opuscolo era Kokutai no Hongi ("Principi cardinali sul corpo/struttura nazionale”) e conteneva l'insegnamento ufficiale dello stato giapponese su ogni aspetto della politica interna, degli affari internazionali, della cultura e della civiltà; esso affermava chiaramente il suo scopo: sconfiggere i disordini sociali e sviluppare un nuovo Giappone, ogni forma di critica all’ordinamento vigente era apertamente condannata. Erano dottrine che potrebbero essere qualificate come religiose, o perfino metafisiche, perché richiedevano la fede in verità irrazionali, come la divinità dell’imperatore, a spese della logica e della ragione.   Stampato in milioni di esemplari e distribuito in tutte le scuole fu la base di studio e formazione per tutti gli studenti giapponesi; da questo opuscolo, gli allievi apprendevano a mettere la nazione davanti a sé, apprendevano che essi erano parte dello Stato e nessuno esisteva separato dallo Stato; si diffondeva anche la convinzione dell’assoluta imbattibilità del Giappone, che, essendo guidato da un essere divino, era intrinsecamente superiore ad ogni altra nazione.

 Conseguenza nefasta di queste teorie fu l’affermarsi di una cricca nazionalfascista, che all’ombra dell’imperatore e al riparo da ogni critica, condusse il Giappone in guerra, fino alle estreme conseguenze ed agli eccessi più orrendi.

Nel 1945, con l’arrivo degli americani, le “Leggi sulla preservazione della pace” furono abrogate, il libretto Kokutai no Hongi proibito, abrogati il delitto di lesa maestà e l’intangibile sovranità del Tenno; ciononostante, molti osservatori considerano che l’impronta del kokutai sia sopravvissuta e sia ancora presente nel profondo dell’etica giapponese.   

Tornando ai punti più concreti della Rivoluzione Meji, in campo economico il governo centrale si preoccupò innanzitutto della modernizzazione dell'agricoltura, per la quale si procedette innanzitutto all'introduzione di macchine e prodotti provenienti dall'Occidente ed in seguito alla revisione dell'imposta sul sistema fondiario con la compilazione di un moderno ed efficiente catasto; nel 1871 fu emanata una legge finanziaria che sostituiva il complesso sistema monetale dell’ epoca Tokugawa con una nuova monetazione su base decimale, basata sullo yen (probabile derivazione dallo Yuan cinese); infine, nel 1873, il governo riformò il sistema fiscale, con la modifica della tassa fondiaria, calcolata sulla quantità di riso prodotta o sul suo equivalente in denaro, introducendo al contempo un'altra tassazione fondiaria basata sull'assegnazione di certificati di proprietà da parte del governo, che consentirono il passaggio della proprietà privata della terra.

Molta attenzione fu anche data alla rete di comunicazione e trasporti, con l'inaugurazione, il 12 giugno 1872, della prima ferrovia nipponica, che collegava Tokyo a Yokohama.

Grandi energie, infine, vennero dedicate alla politica industriale nipponica, in modo da evitare che l'economia nazionale, dopo l’apertura dei confini, fosse preda delle società europee ed americane. Per questo, dopo l'abrogazione dei "trattati ineguali" con le potenze straniere, la partecipazione statale favorì la nascita del primo capitalismo industriale, attraverso la creazione di grandi gruppi finanziari, ceduti in seguito ad investitori privati; una legislazione di stampo protezionista doveva proteggere il nascente sistema industriale, incoraggiando anche le esportazioni

Nel 1882, fu istituita la Banca centrale del Giappone.

In buona sostanza, la “Restaurazione Meji” condusse per mano il Giappone nell’era moderna, trasformando in pochi decenni un sistema ed un’economia feudali, in un paese capitalista e industriale, capace di reggere il confronto con le maggiori potenze occidentali; la profondità e la rapidità di questa trasformazione non cessano di stupire, forse solo la Cina in tempi recenti ha conosciuto un cambiamento altrettanto veloce.

Al tempo stesso, però. alcuni dei caratteri profondi del paese permangono; i vecchi clan feudali non scompaiono, si riciclano nella politica, nell’economia e, soprattutto nell’esercito. Nascono in questo periodo gli “zabaitsu” conglomerati finanziari e industriali controllati da grandi famiglie, di estrazione dalla classe samurai; i nomi degli zabaitsu nati alla fine dell’800 ci suonano ancora familiari,  Mitsubishi, Mitsui, Sumitomo e Yasuda. Altre zaibatsu nascono subito dopo la guerra russo-giapponese , Ōkura, Furukawa, Nakajima Hikōki, e Nissan; sono tutti nomi delle grandi famiglie samurai che avevano fondato questi imperi industriali e finanziari.

Quindi, in conclusione, malgrado l’istituzione di un parlamento eletto “democraticamente”, la società giapponese restava un ibrido, industrialmente e militarmente avanzata, intimamente ancorata ai miti del passato e soprattutto impermeabile ad ogni apertura allo spirito dialettico, che è la base della democrazia come da noi concepita, e questo rendeva impossibile o illusoria l’evoluzione verso un sistema politico liberale. L’imperatore era idolatrato, l’obbedienza ai suoi ordini era un dovere morale per ogni giapponese, come dettato dal Kokutai; di questo si approfittarono le cricche politiche, che si sviluppavano all’ombra della corte e nell’esercito, e che trasformarono ben presto il sistema giapponese in una pericolosa oligarchia militare, aggressiva, disinibita e priva di scrupoli.

 

Inserito il:07/12/2021 17:47:55
Ultimo aggiornamento:07/12/2021 18:07:58
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