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Aggiornato al 23/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Antonio Tamburro (Isernia, 1948 -    ) - Ciclisti

 

Il velodromo Fausto Coppi. Miracolo a Torino

di Paolo Ghiggio

 

Era una notte della primavera del 1999. Un devastante temporale si era abbattuto su Torino e inondava le strade del capoluogo piemontese. I lampi squarciavano il buio, reso più cupo anche da un lungo Black Out.

Tra le due e le tre del mattino, un bagliore insolito, con una luce del tutto irreale illuminò tutto il quartiere della Madonna del Pilone. Il boato, successivo di pochi secondi, fu sentito in tutta la zona Nord Est della cittadina in riva al Po.

Molti vetri delle abitazioni di Corso Casale andarono in frantumi e agli occhi degli abitanti delle case circostanti apparve uno spettacolo apocalittico. Anche la statua in bronzo di Fausto Coppi del vicino monumento al Campionissimo, aveva vibrato a lungo, ma fortunatamente era rimasta stabile sul suo piedistallo. Il metallo brunito, bagnato dalla pioggia ininterrotta, assumeva un sinistro luccichio.

Un raggio luminoso lasciava intravedere un cratere di enormi dimensioni nell’area occupata dal vecchio impianto sportivo del Motovelodromo. Quel fascio di luce di colore bianco bluastro saliva verso il cielo con una sorta di vortice, nella cui nebbia fluttuavano ancora delle macerie miste a telai di biciclette, scomparendo in una nube di pioggia.

Il mattino successivo, sulla prima pagina de La Stampa compariva la foto di quel disastro illuminato dai fari delle fotoelettriche. Il cronista riportava le cause di quella deflagrazione: i primi accertamenti condotti dai Vigili del Fuoco e dalla Procura Torinese, facevano ritenere che lo scoppio, innescato da un fulmine, fosse la conseguenza dell’esplosione di alcune bombole del gas, dimenticate in un ripostiglio degli scantinati, sotto le tribune, del motovelodromo. Erano state accatastate con incuria, fra la polvere, dopo uno dei mercatini organizzati, per cercare di rivitalizzare quel monumento ormai abbandonato da anni dalle gare sportive.

In tribuna stampa erano accomodati, sulle sedie in legno poco distanti fra di loro, Carlo Bergoglio, “Carlin”, e Ruggero Radice, “RARO”. Maghi della carta stampata della scorsa metà del secolo. Sui loro taccuini riportavano lo svolgersi di un’importante riunione su pista, una Sei Giorni, a cui partecipavano i campioni delle due ruote. Una vera Parata delle Stelle. Poco lontano Bruno Raschi intervistava Fausto Coppi e Leopoldo Torricelli, che da poco avevano terminato la loro prova di Inseguimento sui cinquemila metri. Dopo circa una decina di giri Torricelli, bronzo nel mezzofondo ai mondiali del 1924, aveva raggiunto Coppi, che forse non era in una delle sue serate migliori. Il campione di Castellania vestiva un elegante e colorata maglia arancione. Era quella della San Pellegrino, che avrebbe dovuto indossare nella primavera del 1960 come corridore capitano agli ordini di Gino Bartali. Non riuscì a farlo: la febbre africana se lo sarebbe portato via il due di gennaio di quell’anno.

Sulla pista di cemento, levigata come un tavolo di biliardo, Guido Messina si stava scaldando per la gara di Velocità. Su una curva inclinata aveva superato Angelo Gremo, che sarebbe stato il suo avversario di lì a poco nella finale Sprint. Dopo un lungo Surplace di quasi due minuti, non era ancora in vigore il limite dei trenta secondi, Messina, cinque volte iridato nell’inseguimento a cavallo degli anni quaranta e cinquanta, avrebbe avuto la meglio sul vincitore della Milano San Remo del 1919 con la maglia della Stucchi.

Dietro alla rete che divide la pista dalle tribune del pubblico si intravedeva un tifoso appena arrivato. Era Felice Gimondi, indimenticato vincitore del mondiale su strada del 1973 al Mont Juic, pronto a tifare per Guido Messina. Poco più in là, qualche gradino alle spalle del campione bergamasco, davanti a un bicchiere di Barbera e un panino di salame di Cocconato, sedeva Giovanni Brunero, che trionfò nei Giri d’Italia del 1921, 1922 e 1926 con i colori della Legnano. Tra un autografo e l’altro, si sbracciava per incitare il suo pupillo, Angelo Gremo.

Al centro della pista, sul prato dove erano allestite le cabine per il riposo e i massaggi degli atleti, erano preparati dei tavolini coperti da eleganti tovaglie bianche su cui cenavano gli ospiti più esclusivi della manifestazione. La serata sarebbe proseguita con altre gare organizzate da Giuseppe Capello, presidente della squadra UCAT di Torino con l’aiuto dei dirigenti della Frejus, in particolare del Direttore Sportivo Pinin Graglia.

Intorno a un tavolo parlava animatamente un gruppo di persone molto eleganti. Erano dei dirigenti della Ditta “Nivea”. Fra di loro si intravedeva Fiorenzo Magni. La discussione, cui erano impegnati, era di estrema importanza: si trattava del finanziamento della squadra in cui correva il Leone delle Fiandre. Sarebbe stata la prima sponsorizzazione nella storia del ciclismo.

In un tavolo un po’ appartato, dietro il fumo di una sigaretta, si vedeva Fred Buscaglione che intratteneva Giulia Occhini. L’affascinante Dama Bianca, che, seppure ammaliata dal fascino del trasgressivo cantautore torinese, con uno sguardo seguiva i movimenti del grande Fausto, mentre gustava le bollicine di un Moet Chandon Imperial. Nascosto dietro a un cartellone pubblicitario, il fotografo Luigi Bertaccini, cercava di rubare qualche immagine della insolita coppia.

La gara Americana della serata precedente era stata vinta da una coppia Italiana. Nino Defilippis, argento ai Mondiali di Berna del 1961, nell’ultimo giro di pista, lanciato da Riccardo Filippi, iridato a Lugano nel 1953, aveva superato di un soffio Catullo Ciacci, che difendeva i colori della Carpano con Agostino Coletto. Terzi, dopo la finalina per i posti di onore del podio, erano stati Jacques Anquetil, monsieur crono degli anni sessanta e Michele Scarponi, che per l’occasione indossava la maglia rosa del Giro d’ Italia del 2011. Lo aveva vinto dopo la squalifica di Alberto Contador. 

Il “Cit”, sempre con il canavesano Filippi, nelle tornate precedenti aveva superato anche Giovanni Valetti in coppia con Gino Bartali. Per una sera i due avevano dimenticato la rivalità, che li aveva divisi ai Giri d’Italia alla fine degli anni trenta.

Dopo la Gara di Velocità, a fine serata, avrebbe avuto luogo la competizione Keirin, derivata dalla vecchia specialità di mezzofondo dietro motociclette. Fra gli spettatori erano attesi Luigi Airaldi, trionfatore della seconda Milano Torino del 1894, e Charles Terront, che aveva portato a termine come vincitore la prima Parigi Brest Parigi del1891, dopo oltre trentasei ore di corsa. Il pioniere francese aveva ancora nelle orecchie il penetrante trillo del campanello che il suo allenatore gli faceva suonare durante il ritorno, per tenerlo sveglio, anche se lo zabaione con sedici uova una certa energia gliela aveva data. Per entrambi il barman della caffetteria, situata sotto la tribuna del rettilineo di arrivo aveva preparato una bottiglia di Armagnac d’annata.

A seguire quelle strane moto a pedali, i Derny, condotti da abili piloti, si sarebbero schierati, per i giri lanciati in pista, Antonio Colombatto, campione italiano nel 1921 e 1922 e Pietro Milano, forte corridore di Rivara, ventesimo al primo Giro d’Italia del 1909 vinto da Luigi Ganna. Sulle scalinate a sostenerlo era presente, con altre compagne, la sorella Maria Milano, giovane “corritrice” che nel 1910 aveva vinto il campionato Italiano.

Alla competizione, smettendo per una sera i panni di stradisti, avrebbero preso parte anche Fabio Casartelli e Stan Ockers.

Il primo, memore della tragica caduta al Tour del 1992, prometteva di indossare il caschetto protettivo. Quel casco che, magari, gli avrebbe salvato la vita, dopo l’urto su un muretto in pietra lungo la discesa del Portet d’Aspet, in una valle dei Pirenei. Stan in un’intervista aveva confessato di essere fiero che, nella famosa foto dello scambio di boraccia tra Coppi e Bartali al Tour del 1952, recentemente era stata rivelata anche la sua presenza sui tornanti del Galibier.

Nella finale per il primo e secondo posto ebbe la meglio proprio Colombatto che superò nelle eliminatorie Gaetano Belloni, anche quella volta secondo. Il ciclista lombardo di Pizzighettone, dopo i numerosi piazzamenti alle spalle del rivale Costante Girardengo, negli anni trenta, fu detto proprio “l’eterno secondo”, anche se vinse il Giro d’Italia del 1920, staccando Angelo Gremo di 32 minuti e il francese della Bianchi Jean Alavoine di oltre un’ora.

La Sei giorni che si stava disputando al Velodromo aveva visto, nelle gare che precedevano la serata finale, un interessante OMNIUM. Questa competizione comprende una corsa a tempo con traguardi ogni giro e corse a eliminazione. Ogni frazione di gara consente ai ciclisti di accumulare punti in vista della classifica finale. Il vero trionfatore era stato Carlo Simonigh, con la maglia iridata del mondiale a Rocourt del 1957, che aveva preceduto di pochi punti Tom Simpson. L’inglese indossava ancora la maglia a scacchi della Peugeot, che portava, sulle rampe del Mont Ventoux, quel caldo pomeriggio del Tour 1967. Nel tratto più esposto al sole di quella salita il campione britannico era crollato senza vita anche per abuso di sostanze proibite.

Gli articoli di quei grandi giornalisti però non sarebbero mai comparsi sulle testate sportive di Tuttosport e del Guerin Sportivo del giorno successivo. Le magiche caricature di Carlo Bergoglio non avrebbero immortalato per l’ultima volta i volti di quei campioni senza tempo sull’edizione di Tuttocarlin del mercoledì.

Nella tribuna stampa di quel velodromo, fra le nuvole, sopra Torino, non erano presenti telescriventi in grado di trasmettere alla redazione quei pezzi. Con un vero e proprio miracolo quel fascio di luce aveva trasportato intatto l’intero impianto in una dimensione senza tempo e senza spazio. Dimensione che consentiva ai Campioni delle due ruote, nati e vissuti in tempi così lontani fra di loro, di gareggiare e incrociare le ruote, magari ancora in legno e in alluminio, sul cemento di quella pista. L’anello era ancora intatto e protetto da quella rete, che, in alcuni punti, aveva i segni delle riparazioni successive all’invasione dei tifosi torinesi, che osannavano Fausto Coppi e Riccardo Filippi, vincitori del Mondiale sul Circuito della Crespera, a Lugano, nel 1953.

Poter leggere quei resoconti sportivi, senza dubbio, sarebbe stato un importante contributo alla storia del ciclismo di tutte le epoche. Avrebbero ancora onorato degnamente quella pista dell’impianto in stile Liberty di Corso Casale, che aveva  visto la luce negli anni venti e che dal 1990 era stato intitolato a  Fausto Coppi.   

 

Inserito il:21/09/2021 17:26:16
Ultimo aggiornamento:21/09/2021 17:45:53
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