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Aggiornato al 13/08/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Ryan Fox (USA, 1975) - Angkor Corridor Cambodia

 

Non c’è nessuno

di Silvio Hénin

 

Carlo Anselmi camminava lungo un interminabile corridoio. Le porte si alternavano a destra e a sinistra, tutte chiuse e anonime. Lunghe teorie di luci percorrevano il soffitto in fila indiana e irradiavano una luce fredda e diffusa che non creava ombre. Alla reception, a piano terra dell’immenso edificio, uno statico robot mezzo busto (le gambe non gli sarebbero servite per svolgere i suoi pochi compiti) lo aveva indirizzato alla “Ultima porta a destra, la più grande, l’unica che mostra una targa”. “La targa”, aveva spiegato con una voce priva di accenti o intonazioni, “reca la scritta ‘Presidente’”. Non era stato facile estorcergli l’informazione, che la macchina aveva continuato a negargli fino a quando Carlo aveva introdotto nella domanda la parola magica “carciofi”. Anche questo trucco aveva richiesto non poca fantasia e, alla fine, gli era uscito un improbabile “Devo andare nell’ufficio del Presidente, per parlargli di carciofi”. Il robot non aveva fatto caso all’assurdità della frase, ma aveva aperto il tornello di sicurezza e gli aveva indicato il percorso. Giunto davanti alla fatidica porta, Carlo vide sul lato destro un piccolo pannello forato. Immaginò che fosse un microfono, avvicinò la bocca e disse ancora “Carciofi” con voce alta e chiara. Un lieve click e l’accendersi di una luce verde sopra l’architrave, lo avvisarono che l’ingresso era consentito. Entrò nella stanza.

Tutta la storia era iniziata quasi un anno prima. Ormai la popolazione si era abituata da tempo a non vedere più le figure apicali della politica in compagnia di altre persone, e lo stesso valeva per i vertici della pubblica amministrazione e delle maggiori aziende. Elezioni, riunioni del Consiglio, votazioni parlamentari, comizi, sia del governo sia dell’opposizione, avvenivano solo in forma virtuale. Ognuno stava a casa sua o nel suo ufficio, di fronte a una telecamera ad alta definizione, e qui svolgeva il suo ruolo. Era questa la conseguenza del tragico Giovedì di Sangue del 2055, ricordato come ‘11/03’, quando otto alti esponenti del governo e due dell’opposizione erano stati uccisi nello stesso giorno da un ben organizzato attacco anarchico-populista. Certi storici dicevano che c’era un precedente di distanziamento sociale, le primavere del 2020 e del 2021, a seguito di due ondate di una pandemia chiamata Covid 19, ma solo loro se ne ricordavano.

Carlo, che era un giornalista di cronaca e che aveva un occhio acuto, un sesto senso per gli intrighi e guardava sempre con grande attenzione ogni telegiornale, aveva notato però piccole anomalie: una pausa qui, una vibrazione là, strane ripetizioni di frasi in altri punti, atteggiamenti stereotipati. Ne parlò in redazione, prima con i colleghi, poi anche col direttore del giornale, ma nessuno lo prese sul serio. I più comprensivi accennarono a problemi tecnici: “la banda è troppo stretta”, “usano registrazioni per risparmiare tempo”, furono le spiegazioni più comuni. Ma Carlo non ne fu convinto, il suo fiuto gli diceva che poteva esserci sotto qualcosa di più importante. Scrisse tre volte alla casella ‘Chiedetelo a noi’ del Consiglio dei ministri, ma ottenne solo risposte immediate e automatiche, elusive o prive di senso. All’inizio, Carlo non aveva alcuna ipotesi precisa in mente, ma qualcosa gli diceva che valeva la pena di indagare. Il direttore gli disse di lasciar perdere, lo minacciò velatamente di ‘provvedimenti’ a suo carico perché “perdeva il suo tempo dietro a fantasmi”. In redazione giravano voci di giornalisti ‘scomparsi nel nulla’, ma erano subito zittite come forme di stupido complottismo. Carlo decise allora di procedere per conto suo, se gli fosse andata bene avrebbe potuto magari avere un aumento o passare dalla cronaca alla tanto agognata politica. L’idea di un vero giornalismo investigativo all’americana lo aveva sempre entusiasmato.

La parola ‘carciofi’ non era stata azzeccata per caso, ma era il frutto di una lunga e paziente opera di intelligence. Mesi prima, Carlo era riuscito a guadagnarsi la fiducia di un addetto alla manutenzione, un certo Giorgio Saltelli. Lo aveva incontrato per la prima volta in un locale di lap dance dove simulazioni olografiche 3D si esibivano con mosse erotiche sul bancone. Non era certo un locale stellato, le simulazioni spesso sfarfallavano o restavano immobili per alcuni secondi, la musica perdeva sincronia e vi erano troppe interruzioni pubblicitarie, ma era tutto ciò che Carlo poteva permettersi col suo misero stipendio di cronista. Carlo e Giorgio avevano ordinato, quasi all’unisono, lo stesso drink, si erano guardati, erano scoppiati a ridere e si erano presentati. Carlo si era inventato una professione innocua, insegnante elementare, ma anche Giorgio sembrava piuttosto reticente sul suo lavoro.

Il tempo e qualche interesse in comune avevano fatto il resto e i due erano diventati amiconi. Negli incontri successivi, grazie all’aiuto di dosi abbondante di alcol, Carlo era riuscito a sapere che Giorgio entrava tutti i giorni al Ministero degli interni, per provvedere alla manutenzione delle apparecchiature informatiche. Giorgio aveva strane abitudini, quasi compulsive, e una di queste era di ordinare spesso un Cynar alla menta ghiacciato, ma diceva sempre ‘amaro di carciofi’. Carlo lo prendeva in giro “Ma è mai possibile che non ti ricordi mai il nome Cynar?”, gli chiese una sera. La strana risposta fu “Sai, ‘carciofi’ è una parola molto importante per me, la ripeto per non rischiare di dimenticarla” e la cosa sembrò finire lì. Ma Carlo era anche riuscito a sapere che, per entrare negli uffici del Ministero, occorreva identificarsi con una password pronunciata a voce. Fece due più due e decise di tentare la rischiosa avventura.

Così adesso Carlo si trovava a varcare la porta dell’ufficio del Ministro, mentre il suo cuore sembrava la batteria di un complesso hard-rock. La stanza era disadorna, solo una scrivania spoglia, con la sua poltroncina girevole e inclinabile. Nessun altro sedile era in vista. Nessuno scaffale con le solite file di volumi mai sfogliati. Neppure una foto alle pareti, neanche un quadro o una laurea honoris causa. Girò attorno alla scrivania e vide che questa non aveva neppure i cassetti. “Un ministro minimalista e ascetico”, pensò, cercando un inginocchiatoio o un crocifisso, ma non vi erano neppure quelli. Rimase perplesso, poi notò lo strato di polvere sul ripiano e la patina di sporco sui vetri. Pareva un locale dove nessuno metteva più piede da tempo. Eppure, la scrivania e le due finestre sembravano proprio quelle viste nei notiziari. Sobbalzò quando la porta si aprì dietro di lui ed entrò un uomo non molto alto, con lunghi capelli grigi e un paio di occhiali con una leggera montatura di metallo. Grigia era anche la barbetta curata e grigio pure il completo che indossava, un po’ démodé, ma in perfetto ordine. La corporatura e il modo di muoversi tradivano però una certa prestanza fisica, un corpo abituato a muoversi con forza e velocità.

"Lei cosa fa qui?” chiese a Carlo il nuovo venuto con una voce che non era arrogante né intimidatoria, ma solo tranquillamente imperiosa. Carlo cercò di inventarsi qualcosa di plausibile, ma non si era preparato e quello che gli uscì di bocca furono solo confuse scuse generiche, balbettii che non avrebbero convinto neppure un bimbetto. “Lo sa che questi locali sono vietati a tutti i non autorizzati?”, proseguì l’uomo, “Le norme sono stabilite dal Decreto per la sicurezza nazionale del 2056 e la loro violazione ha serie conseguenze penali”, aggiunse, andando a sedersi sull’unica poltroncina dietro la scrivania. Il suo atteggiamento era quello di chi è abituato a farsi ubbidire senza neppure alzare la voce.

“Sono un giornalista e mi appello al diritto all’informazione, sancito dalla Costituzione” disse Carlo, che aveva ripreso un po’ di controllo.

“Sappiamo tutto di lei. La seguiamo in ogni istante e controlliamo le sue telefonate, le sue mail e i suoi post sui social network, disse il grigio, “Abbiamo letto anche le sue domande a Chiedetelo a Noi e abbiamo intensificato la sorveglianza. Appena ha varcato l’entrata del Ministero sapevamo già dove puntava.”

“Io volevo solo parlare col Presidente. È un diritto di tutti i cittadini.”

“Infatti adesso lo sta facendo.”

“Ma qui non c’è nessuno, solo noi due e lei non è il Presidente.”

“Le assicuro che il Presidente ci sta ascoltando”, poi a voce più alta “Vero Signor Presidente?”

Una voce che sembrava sorgere dal nulla rispose: “Certamente. Buon giorno, caro Sig. Carlo Anselmi, e buon giorno anche a lei, colonnello Stagni.”

“Ma dov’è? Perché non si fa vedere?”

“Vedere, vedere”, rispose la voce, “Che importanza ha? Io esisto, penso e agisco anche se nessuno mi vede. Non è così per tutti? Ora però devo lasciarvi, ho un incontro a Bruxelles che mi aspetta. Virtualmente, si intende. È stato un piacere conoscerla, Dott. Anselmi.”

Il colonnello riprese la parola “Ha sentito? È sempre disponibile, nonostante i suoi molti impegni.”

Poi si mise più comodo, come se l’incontro dovesse protrarsi, “Si sieda pure sul bordo della scrivania caro Anselmi. Voglio spiegarle qualcosa, ma ci vorrà del tempo.”

Carlo fece così e Stagni cominciò:

“Lei ha avuto ragione a sospettare qualcosa, e non è stato il solo, ma certo non può aver immaginato cosa sta realmente succedendo. Si tratta del segreto meglio conservato del nostro paese, ma sono disposto a svelarlo a lei perché mi è simpatico. Inoltre, il fatto che lei ne venga a conoscenza non cambierà nulla, come vedrà.”

“Devo cominciare da lontano. Come lei saprà, fin dai primi anni di questo secolo, gli algoritmi intelligenti, le AI, potevano fare cose fino ad allora inimmaginabili. La computer grafica poteva creare i personaggi e le scenografie dei film e dei serial televisivi con una tale precisione di dettagli da renderle indistinguibili dalla realtà. Le case cinematografiche capirono presto che questo avrebbe abbattuto i costi di produzione: basta con compensi miliardari alle star dello schermo, basta anche con i loro capricci e le loro idiosincrasie. Potevano creare tutto digitalmente. Bastava disporre di una controfigura in carne e ossa, pagata pochissimo, per i red carpet dei grandi festival e le conferenze stampa.” “Poi fu la volta di sceneggiatori, scenografi e registi. Le AI riuscivano a produrre storie e immagini a imitazione dello stile dei più ammirati scrittori e maestri del cinema. Oggi si producono venti titoli all’ora in tutto il mondo, ma nessuno di essi è più girato con attori veri e un vero regista.”

Il colonnello prese fiato e posò i piedi sulla scrivania, allungandosi all’indietro sulla poltroncina. Gli mancava solo un sigaro e un bicchiere di whisky per sembrare l’investigatore privato di un vecchio film della MGM. Continuò: “La catena di attentati degli anni ‘50 fece il resto. Lei ricorda certo il Giovedì di Sangue, ma non fu l’unico. I politici decisero allora di non farsi più vedere in giro di persona, ma solo in video. Anche le occasioni pubbliche erano ormai ridotte da tempo, come precauzione contro un possibile nuovo virus. Perfino le partite di calcio e i concerti rock erano ormai solo in streaming. Gli stadi restavano vuoti. Contribuiva anche la drastica riduzione dei mezzi di trasporto, fortemente limitati per proteggere l’ambiente. Tutte le relazioni interpersonali divennero, a poco a poco, virtuali.”

“E qui arrivò qualcuno che pensò di eliminare anche i leader politici. Non posso dirle chi fu e come fu possibile. Non lo so bene neppure io. Sta di fatto che successe. Da tempo le AI erano in grado di diagnosticare malattie, di gestire fondi di investimento, di guidare grandi aziende. Quindi perché non di governare un paese? Anche l’opposizione fu simulata e le votazioni vennero mantenute solo per identificare i profili avatar più graditi dal pubblico.”

Carlo faticava a capire. La testa gli sembrava leggera, avvertiva come una vertigine e una lieve nausea. “Non è possibile, sto sognando”, pensò. Poi però si accorse che i pezzi del puzzle che stava raccogliendo da un anno cominciavano ad andare al loro posto. Riaprì la bocca: “Colonnello, quello che lei mi dice è mostruoso, illegale e immorale. Uno sconcio. È il puro male. Vuol dire che siamo governati da macchine? Ma non creda che rimarrà tra noi, appena in redazione scriverò un lungo articolo. Uscirà domani a caratteri cubitali! Sarà lo scandalo del millennio, anzi dell’intera storia dell’umanità. Come pensa di fermarmi, con la galera o con un’esecuzione?”

“No, non le succederà nulla di tutto ciò. Non abbiamo bisogno di ucciderla o imprigionarla per fermarla. Lo abbiamo già fatto. Da qualche minuto il suo conto bancario è stato chiuso, la sua carta di credito annullata, la sua identità cancellata da tutti gli archivi digitali, da quelli fiscali a quelli sanitari, a quelli anagrafici e a quelli scolastici. Perfino gli articoli che portavano la sua firma ora sono diventati anonimi. Neppure i suoi account di rete esistono più. Lei non ha più un lavoro. Lei non esiste più. È bastato un click per farlo”, rispose Stagni senza neppure alzare la voce.

“Lo posterò sui social! Lo scriverò sui muri! Lo griderò per strada!”

“Lei non ha più accesso a nessun social. Lo gridi o lo scriva pure, chi pensa che l’ascolterà? Una misera minoranza di complottisti a cui nessuno dà retta. Il maggior alleato del sistema è l’indifferenza delle masse, che viene sospesa solo in caso di gravi difficoltà. Quando ciò avviene basta che qualcuno annunci di risolvere il problema, la fiducia ritorna e con essa l’indifferenza. Le dirò qualcosa che non è un segreto, un fatto che politici, sociologi e neuropsichiatri sanno da un pezzo. Nessuno dà ascolto a voci contrarie alle proprie credenze e nessuno vuole turbare l’ambiente in cui si è scavata la propria nicchia. La credenza dominante è che oggi va tutto bene. Si guardi intorno: la disoccupazione è quasi inesistente, lavoriamo tutti solo tre giorni alla settimana, al resto ci pensano le macchine, l’inquinamento sta diminuendo, non ci sono più file in autostrada, gli incidenti automobilistici sono un quarto di vent’anni fa. E potrei proseguire per ore. Certo, ci sono ancora criminali, ma sono in costante diminuzione, grazie a una giustizia più veloce ed efficiente. Ah, dimenticavo: anche i tribunali sono totalmente guidati da algoritmi. Chi vuole che le dia retta e chieda di cambiare tutto ciò?”

“E io cosa farò, allora? Come potrò vivere?”

“Lei ora è diventato un intoccabile. Sa che quasi la invidio? Lei è libero di andare dove vuole, potrà ancora alloggiare nel suo appartamento. Avrà la stessa assistenza sociale e sanitaria garantita a tutti i cittadini, che sono gestite anch’esse da algoritmi. Si intende che avrà un’identità fittizia con un profilo a cui è permesso tutto, meno la possibilità di comunicare tramite qualunque canale, mediatico e social.”

Carlo si alzò e si avviò verso la porta, poi si girò e chiese, quasi sottovoce:

“Ma lei riesce ancora a dormire la notte, sapendo tutto questo?”

Il colonnello non rispose, stava già parlando al suo cellulare.

 

Inserito il:30/04/2020 19:31:44
Ultimo aggiornamento:30/04/2020 19:43:34
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