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Aggiornato al 20/09/2018

Francesco Lojacono (Palermo, 1838 – 1915) – Veduta di Palermo - 1875

 

Ha ragione Antonio Machado

di Gianni Di Quattro

 

Il grande poeta spagnolo, morto nel 39 alla fine della guerra civile dopo avere lasciato a piedi Barcellona, l’ultima a cadere, diretto verso la Francia dove morì un mese dopo, diceva che quel che conta nella vita non sono gli anni che passano, ma gli amici che si sono conquistati nel cammino. Aveva ragione per mio conto e per questo è bello ricordare gli amici, parlare degli amici, farli rivivere anche se non ci sono più o sono lontani.

Il periodo universitario è quello a cavallo dei vent’anni, quello in cui si cerca di capire la vita, quale strada intraprendere, cosa vuol dire l’amicizia. Soprattutto il periodo della formazione delle idee, dei valori che poi faranno compagnia tutta la vita e della scoperta della conoscenza, della cultura e della soddisfazione che questa può dare. È il periodo in cui si ripensa agli insegnamenti dei professori che abbiamo avuto al liceo, quando si ha la fortuna di averne avuto di bravi, di quelli che lasciano il segno.

Voglio parlare del periodo universitario e degli amici di quel periodo che sono ancora tutti nella mia mente e nel mio cuore.

Lo scenario è Palermo degli anni 50, una città straordinaria, piena di umanità e bellissima, prima della distruzione degli anni 60 perpetrata dai vari Lima, Ciancimino e compagni (per usare eufemismi banali). Una città ancora dolorante in molte parti a causa dei bombardamenti bellici, ma piena di angoli, di tradizioni, di spunti culturali e di iniziative, con la voglia di essere bella e con la voglia di camminare.

Il mondo universitario palermitano di quegli anni era ancora di dimensioni relative, ci si conosceva tutti e ci si frequentava (nell’ambito delle singole facoltà soprattutto) anche se ovviamente non tutti allo stesso modo, però si partecipava numerosi a cose che si organizzavano di tipo culturale, politico od anche ludico perché eravamo giovani e cercavamo di imparare come si sta con le ragazze come loro con noi. A Palermo si passavano le serate a discutere o a festeggiare nelle peggiori taverne di Ballarò, si prendevano i libri in prestito all’Usis (finalmente la letteratura americana), si scriveva a Comunità di Adriano Olivetti che ci mandava in regalo i libri sulla sociologia, sulle teorie del diritto e dello Stato e sul pensiero degli economisti della mitica Harvard. Avevamo una Associazione Goliardica (collegata alla Unione Goliardica Italiana, quella dove militava anche Marco Pannella e dove ha fatto i primi passi Bettino Craxi) dove ci si incontrava e da dove ci facevamo sentire. Si seguivano comunque le esperienze di Danilo Dolci a Partinico, si frequentava la libreria Flaccovio, si leggevano i primi libri di Sciascia, si leggeva molto e si pensava e sperava nella democrazia.

L’atrio universitario ci vedeva tutti i giorni passeggiare, incontrare, studiare, progettare sotto l’occhio vigile del cav. Pica, il capo dei bidelli, grande autorità riconosciuta a cui si ricorreva per qualsiasi necessità o anche solo per un consiglio. E gli amici c’erano e passavano prima o dopo tutti.

Pino Blandeburgo, un gigante buono, una bandiera, un liberale che credeva nell’uomo e che contrastava Anselmo Guarraci, l’intellettuale, che credeva nel socialismo come sistema di organizzazione e di guida, la via che poteva portarci verso la giustizia sociale e portare al riscatto tante miserie. Totò Teresi era il punto di riferimento, era nel Consiglio Nazionale, l’organizzatore, uomo di valore, di famiglia agiata e che poi è stato un protagonista europeo nel campo della formazione professionale prima a Fontainebleau e poi a Palermo. Ma c’era Ninny Tagliaferri, amico di sempre di cui ammiravo la sua sicurezza in ogni circostanza con il quale poi siamo diventati parenti perché ha sposato mia cugina e il nostro affetto è continuato anche dopo il loro divorzio.

Ma voglio ricordare Andrea Parlato, poi datosi alla carriera universitaria e a quella notarile, con la sua aria di superiorità (era anche alto), Alfredo Restivo il notaio con il quale ci siamo ritrovati a Torino dove aveva uno studio diventato prestigioso, Nino Li Calzi con il quale abitavamo vicini (la zona in fondo Via Oreto) e rientravamo a piedi la sera (da più o meno dove c’è il Teatro Massimo) impiegando ore perché ci fermavamo discutendo ad ogni passo, poi altri indimenticabili amici da Carmelo Mendolia (il figlio del negus) a Gino Scelsi (lo sceriffo), da Aldo Zuppardo con la sua aria professionale prima del tempo a Gino Furnò che veniva dalla provincia più bella quella di Ragusa e gran giocatore di ping pong, Salvo Fonti, il medico, a casa della sua fidanzata si organizzavano tante festicciole, Franco Milazzo che abitava in fondo Corso Calatafimi e aveva la macchina con cui scorazzare, Nino Fazio che parlava come un libro stampato, Marcello Siino quello che faceva le pernacchie più forti e solenni, Enzo Borruso che scriveva i versi dei nostri canti d’osteria.

Ma quattro eravamo quelli che ci frequentavamo di più. Antonio Curatolo, un amico senza aggettivi, un moderato capace di adattarsi a tante situazioni (e così è stato nella vita) cui sono riconoscente per la pazienza con la quale mi ha sempre ascoltato quando la vita mi sembrava che stesse precipitando o quando davvero mi trattava male. Sempre elegante, disponibile, attento, intelligente e pieno di spirito, abbiamo fatto viaggi insieme e siamo andati più volte sino a Trieste quando ancora questa era territorio libero prima di essere italiana e Antonio mieteva tanti successi persino nelle birrerie dove veniva apprezzata la sua voce molto calda. Modesto Caruselli che veniva da Palma Montechiaro, allora famosa, aveva la casa dove si studiava e dove viveva con il fratello Angelo, uomo di mondo che ci consigliava, pieno di certezze, ma pronto a capire, a ridere di tutto e buttarsi in qualsiasi situazione come poi è stato nella vita. Ci siamo trovati a Roma quando lui ha conosciuto Frida, è stato bello il suo matrimonio a Zurigo e oggi vive tra la Svizzera e Monza seguendo la bella figlia e i suoi nipoti. Infine il quarto, Beppe Bevilacqua, famiglia agiata, il padre noto mercante sarto, bella famiglia, elegante, intelligente e molto interessato alle donne (ma molto!), un grande amico con cui abbiamo condiviso idee, feste, impegni e speranze. Rimasto a Palermo (d’estate a Mondello) in banca con la sua Marialia che ha sposato felicemente.

Noi quattro amici ci vedevamo tutti i giorni e decidevamo in base all’umore di ciascuno e ad altre situazioni o impegni se studiare, se passeggiare, se ricercare altri amici, se discutere, se andare a sentire musica da qualche parte soprattutto nel nostro negozio preferito, insomma programmavamo la giornata. Se c’era lo scirocco magari se andare a studiare in riva al mare, a Mondello, o rimanere tappati in casa o abbandonare pensando che il cervello umano se circondato da molto calore ha difficoltà ad assorbire nozioni e soprattutto a capirli (era quasi sempre Modesto che lo affermava).

Poi è arrivata la laurea per tutti ed è finito questo periodo di vita, io sono emigrato subito, poi mi ha seguito Antonio e poi Modesto, ci siamo persi anche se non abbiamo mai perso i contatti, ci siamo messi a navigare ognuno con il proprio carattere e i propri obiettivi. La cosa bizzarra è che tutte le volte che ci vediamo anche a distanza di anni è come se ci fossimo lasciati la sera prima, rimane tra noi una atmosfera di intesa e di complicità, una magia che non si può cancellare più.

Questi amici sono indimenticabili, ma poi altri si sono aggiunti nel percorso della vita. E sarà bello anche parlare di loro (dopo una pausa come dicono in televisione).

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Inserito il:14/12/2017 19:12:44
Ultimo aggiornamento:14/12/2017 19:17:42
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