Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Alessandro Turchi l’Orbetto (Verona, 1578 – Roma, 1649) – Bellona con Romolo e Remo

 

L’ordine mondiale (1)

di Mauro Lanzi

 

L’Ordine Imperiale

Prologo

L’ordine mondiale: perché parlare oggi di ordine mondiale.

Lo spunto a queste riflessioni è dato dai tragici eventi del conflitto in corso in Ucraina; è ben difficile astrarsi da fatti che turbano profondamente il nostro animo, ma non ci sembra opportuno o forse neanche possibile aggiungere qualcosa a quanto trattato e commentato quotidianamente da giornali e televisione. Non è quindi del presente che si vuole parlare, ma del futuro, cioè di che cosa accadrà o potrà accadere dopo la fine di questo dramma, quale sarà l’ordine mondiale che seguirà.

Sia pure escludendo (speriamo!) scenari apocalittici, un punto appare fin d’ora certo, chiaro a tutti: qualunque sia l’esito  della guerra (e i tempi non saranno brevi), niente sarà più come prima; non ci saranno vincitori, l’Ucraina ne uscirà distrutta, la Russia sarà comunque perdente, il mondo occidentale scosso, sicuramente impoverito dall’aumento dei costi energetici ed anche dalla rottura con la Russia; forse chi trarrà maggiore vantaggio da queste vicende sarà purtroppo solo la Cina, la cui crescente potenza getta già da tempo un’ombra minacciosa sugli equilibri mondiali.

Torna allora alla ribalta una domanda, formulata fin dagli anni passati, in forma forse provocatoria, ma certo espressione di timori diffusi: moriremo cinesi?

Nessuno possiede doti profetiche, risposte scontate non ce ne sono; lo scopo di queste riflessioni, quindi, è soltanto trarre spunto dall’osservazione del passato e dalla valutazione dei recenti trascorsi per delineare lo scenario che ci si può presentare dopo la conclusione del conflitto.

 La storia, sia ben chiaro, non si ripete mai uguale a se stessa, ma ripresenta ciclicamente, con le dovute varianti, un numero limitato di macro-scenari, simili in alcuni aspetti, diversi in altri; quindi lo studio dei macro-scenari succedutisi nella storia, l’analisi dei modi con cui si sono evoluti, alterati, ricomposti gli equilibri del mondo civile nel passato può forse gettare un barlume di luce sul futuro che ci aspetta.

Moriremo cinesi? Vediamo.

Ordine mondiale perché questo titolo: perché da sempre tutti i popoli di questa terra, tutte le genti, eccezion fatta per alcune tribù od etnie dedite solo a guerre e rapine, hanno sempre aspirato ad un ordine che garantisse pace, sicurezza, giustizia, benessere; l’ordine mondiale è il motivo conduttore di tutta la storia. Le attese dei popoli, come sopra esposte, sono state soddisfatte, per periodi più o meno brevi, in alcune regioni o stati, ma è fuori di dubbio che l’istituzione politica che, meglio, per un tempo più lungo, e su un territorio più vasto, ha realizzato l’ordine mondiale nei tempi passati (ci sia consentito, per il momento, di astrarre dal nostro discorso gli imperi cinese ed indiano, limitandoci al mondo occidentale) è stato l’impero romano.

1. - L’Ordine Imperiale - Roma

Roma, infatti, dopo aver prevalso su di una molteplicità di stati e regni, in continuo conflitto tra di loro, riuscì a fare accettare, da genti ed etnie diverse, un’unica legge, un’unica autorità, un unico sistema difensivo, cioè la pax romana; riuscì ad assimilare in una stessa cultura ed in un‘unica entità politica, popoli distanti, spesso nemici tra di loro: fondò un Impero che ha retto le sorti dell’Europa e dell’Occidente per più di cinque secoli. Questo è il primo passaggio. in occidente, da una molteplicità caotica ad un ordine imperiale. questo quindi è il primo macro-scenario che dobbiamo considerare.

A volte, per comprendere quali siano stati il significato e l’importanza di una organizzazione politica, valgono, più di ogni altro argomento, gli atteggiamenti che seguono il suo crollo: spesso quelli che ci sono dati proprio delle forze che ne causarono la disgregazione.

Innanzitutto i cristiani, prima perseguitati, poi accettati, mai sostegno vero per l’impero: quando ormai l’impero era al crepuscolo, un fatto epocale, la conquista ed il saccheggio della città eterna da parte dei Goti di Alarico ispira ad Agostino d’Ippona una delle sue opere più famose, “De civitate Dei”; Agostino nel suo scritto difende ovviamente i cristiani dall’accusa di essere la causa della decadenza, contrappone gli ideali cristiani a quelli pagani, la sfera spirituale a quella materiale, ma pur criticando la civiltà romana, nel momento in cui le persone, i cittadini vedevano nella caduta di Roma la fine del mondo, proietta nel mondo celeste, nell’impero di Dio le speranze di tutti, il sogno di quella pace e quella sicurezza che Roma aveva assicurato per secoli e che ora la gente si vedeva crollare intorno; la Città di Dio è la Roma dei cieli;  l’aspirazione dei comuni mortali sarà, come vedremo, riportarla in terra.

Il secondo indizio ce lo danno i barbari, le cui invasioni avevano provocato il collasso dell’impero; ma i barbari che violavano i confini di Roma, perché pressati dai feroci attacchi degli unni, non intendevano affatto distruggere l’impero, volevano entrarci per godere dei suoi benefici, della sua protezione, della sicurezza che aveva sempre offerto. Così i regni latino barbarici che si insediarono nei territori romani, dopo la caduta dell’impero nel 476 d.c, mantennero in vita molto di quanto avevano trovato, leggi, usanze, economia, persino la moneta, anche nei “secoli bui” che seguirono.

La grandezza di Roma sopravvisse alla sua scomparsa del suo impero, lasciando al mondo che riemergerà dalle tenebre un retaggio di civiltà che si propagherà nel tempo.  A parte il patrimonio culturale, che ne è l’aspetto più evidente, il retaggio di Roma è che la sua potenza si fondava, non tanto o non soltanto sulla forza delle armi, che era comunque essenziale, ma anche e soprattutto su principi etico-politici, sui quali prima l’Europa e poi tutto il mondo occidentale poggeranno le loro fondamenta.

Vediamo allora quali sono questi principi.

Il primo riguarda lo “ius legis”, quello che oggi gli anglosassoni chiamano “rule of law”, cioè lo stato di diritto, retto da una legge imparziale ed uguale per tutti, asse portante della società: “civitas est ubi ius dicitur”. La frase latina esprime il concetto meglio di tante parole.

Il secondo principio, che si è perpetuato nel tempo, attiene al significato e alle giustificazioni della guerra. La legittimità dell’avvio di operazioni militari e delle eventuali conquiste che ne conseguono, sono, dai tempi di Roma, legati al principio di “guerra giusta”, altro retaggio della civiltà romana. I primi a parlare di guerra giusta, infatti, furono proprio i romani, altri popoli non si erano mai posti il problema; per i romani il buon esito di una guerra dipendeva, certamente dai generali e dall'esercito, ma anche e soprattutto dal bellum iustum (guerra legittima), cioè da una condizione di necessità che giustificasse il ricorso alle armi. L’argomento è tornato prepotentemente alla ribalta in questo periodo in relazione agli eventi dell’Ucraina; ci si è chiesto, da molte parti, non sempre in modo imparziale ed equanime: è giusta la disperata resistenza degli ucraini? È giusto fornire loro le armi per battersi? Bisogna cercare la pace ad ogni costo?

Per i romani l’agire bellico doveva seguire le regole dello ius belli conosciute e custodite da un collegio sacerdotale (che a noi purtroppo manca), i Sacerdoti Feziali, ai quali spettava accertare che Roma avesse ricevuto un'offesa sufficiente a giustificare una guerra, “conditio sine qua non” la guerra non avrebbe avuto il favore degli Dei. Su questo principio si costruirono ovviamente infiniti travisamenti ed esercizi di ipocrisia, senza i quali Roma non avrebbe creato un impero, ma storture, ipocrisie e strattagemmi sono fatti contingenti, i principi ideali viceversa sopravvivono e divengono eterni.

Così, anche il concetto di “guerra giusta” non scomparve con la caduta di Roma, ma, come tanti altri aspetti della civiltà latina, fu ripreso nel Medioevo dai teologi dell’epoca. Vista la cattedra da cui proveniva il dettato, si arrivò persino ad argomentare che le motivazioni ideali della guerra dovevano prevalere su quelle materiali. Questo concetto è giunto fino a noi; ancora oggi sono le motivazioni ideali che giustificano una guerra, che ne fanno una guerra giusta: queste motivazioni agli ucraini certo non mancano.

Il terzo insegnamento che ci viene dalla storia di Roma, il più importante fra tutti perché fu la base su cui si fondarono il suo impero e quelli che seguirono, riguarda la capacità di coinvolgere altri popoli in un progetto politico comune, di trasformare anche i nemici vinti in alleati, facendoli sentire non sottomessi, ma partecipi della grandezza del vincitore. In quest’arte i romani furono maestri, la sopravvivenza dell’Urbe nella guerra contro Annibale fu dovuta proprio alla fedeltà degli alleati italici. Questa prassi della diplomazia e della politica romane non verrà mai meno, anche le più dure e criticabili campagne imperialistiche, come la conquista delle Gallie, furono seguite dall’omologazione del popolo vinto alla civiltà latina.

Già con Giulio Cesare ed Augusto la cittadinanza romana era stata estesa a tutti gli italici; con l’imperatore Caracalla fu riconosciuta a tutti gli uomini liberi entro i confini dell’impero. Questa prassi di romanità universale coinvolse ben presto anche i gradi più elevati dell’amministrazione imperiale, compreso l’imperatore stesso; dalla fine del primo secolo, vediamo succedersi sul trono imperiale personaggi di origini diverse, non italici, ma spagnoli, dalmati, illirici; un caso paradigmatico fu rappresentato dalle celebrazioni per il millennio di Roma, 247 d.c.; sapete il nome dell’imperatore che presiedeva le celebrazioni? Filippo l’Arabo.

Il grande insegnamento che Roma ha lasciato alla storia è che un impero universale, per durare nel tempo, deve essere innanzitutto veicolo di civiltà, poi aperto ed inclusivo, alieno da discriminazioni e pregiudizi razziali o religiosi, infine basato sul consenso, non sull’oppressione.

Tutti gli imperi che seguirono in occidente, fino all’impero americano nel quale viviamo, hanno, in qualche misura, fatto propri questi principi.

           2. L’Ordine Imperiale nel medioevo

Fissati questi concetti, torniamo al punto centrale del nostro discorso, l’ordine mondiale, come si è evoluto nel tempo. Alla caduta dell’impero romano seguì un periodo di frammentazione, si crearono una serie di regni latino-barbarici, spesso in lotta tra di loro o con le successive ondate di invasori, cioè il caos multipolare; l’economia decadde, civiltà e cultura sembrarono scomparire, le città si svuotavano di abitanti, i traffici commerciali si inaridirono; sono i secoli bui. Così la grandezza di Roma, l’ordine, la sicurezza, la civiltà che aveva saputo garantire per tanti anni divennero il miraggio di tutti i popoli europei, l’ansia di tutti era per il ritorno all’ordine universale perduto. Con l’incoronazione, da parte del papa Leone III, nel giorno di Natale dell’800 d.c., di Carlomagno, Imperatore del Sacro Romano Impero, non si concretò solo un accordo politico tra due poteri complementari, si realizzò l’aspirazione dei popoli per un ordine universale, la Città di Dio, auspicata da Sant’Agostino, ricreata in terra grazie all’intesa tra potere politico e potere religioso. Non si comprende il Medioevo se non si comprende questo anelito per un impero universale, compendio di politica e religione. L’ordine imperiale del Medioevo è quindi il secondo macro-scenario di cui dobbiamo occuparci, erede diverso dall’impero romano, perché basato sul presupposto dell’unità religiosa: quando questa unità si romperà, anche questo ordine imperiale scomparirà.

La creatura di Carlomagno, la versione carolingia di impero ebbe vita breve, logorata da dissidi interni e dalle incursioni dei vichinghi, ma l’idea non tramontò, il testimone passò ad un nuovo protagonista, Ottone I di Sassonia che si fece incoronare a Roma imperatore nell’anno 962 d.c.; nasceva così il Sacro Romano Impero Germanico o Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, che sopravviverà, in forme diverse, fino al 1806.  Due sono gli aspetti che merita evidenziare in questo rinnovato modello politico: innanzitutto, per la prima volta nella storia la Germania assumeva una posizione centrale, dominante in Europa e questo è un fatto da tenere ben presente, perché è destinato a ripetersi. In secondo luogo veniva riconosciuta, una volta di più, l’aspirazione dei popoli ad un ordine universale, gestito da due poteri, due “soli” secondo Dante, l’impero ed il papato: malgrado i conflitti che seguiranno tra papato ed impero, malgrado le rivolte di nobili e feudatari o l’insurrezione dei comuni italiani è pur sempre a questi due centri che guardava la gente, ogni legge, ogni investitura non poteva prescindere da una legittimazione da Papato o Impero: su di loro poggiavano le basi del diritto.

Una compiuta realizzazione dell’ideale medievale di un ordine mondiale sembrò profilarsi sotto il regno di un fiammingo, poi naturalizzato spagnolo, Carlo V (1500 – 1558).  Carlo aveva ereditato dal padre la corona dei Paesi Bassi e dalla madre quella spagnola, era riuscito infine a  farsi eleggere nel 1519 al soglio del Sacro Romano Impero; il coincidere di queste cariche in una sola persona parve a tutti il realizzarsi di un sogno: un solo principe, austero e devoto, governava un’estensione immensa di territori che andavano dall’America latina, all’Italia, all’Austria, all’Ungheria, alla Cecoslovacchia, alla Spagna: se poi si aggiunge a questo quadro la Francia che, ripetutamente sconfitta nelle campagne d’Italia, era stata ridotta succube della potenza imperiale e l’ Inghilterra, in cui accanto al Re, Enrico VIII, sedeva una Regina spagnola, Caterina d’Aragona, si può ben comprendere come i contemporanei vedessero in Carlo “Il Buon Pastore”, il regnante capace di tenere in pugno la pace e l’ordine universali.

L’illusione durò poco; il 31 ottobre del 1517 un monaco agostiniano, Martin Lutero affiggeva al portone della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi; quel giorno tutto cambiava. Il punto centrale delle tesi di Lutero riguardava il valore e l’efficacia delle indulgenze, fatte oggetto in quel periodo di una spregiudicata campagna di marketing da parte dell’autorità ecclesiastica. Il testo latino di Lutero, tradotto in tedesco da non si sa chi, si diffuse, grazie alla stampa a caratteri mobili, con la velocità di un lampo in tutta la Germania; con esso viaggiavano le idee di Lutero circa predestinazione e grazia, sacerdozio universale, accesso diretto del credente alle Scritture, idee che minavano alla base l’ordine gerarchico della Chiesa. Il primo a comprendere la forza travolgente del movimento innescato dalle tesi di Lutero fu proprio l’imperatore, che, a più riprese invitò il Pontefice ad indire un Concilio, che potesse ricondurre la frattura religiosa ad un confronto teologico. Il Papa, al tempo Clemente VII, non ne volle mai sapere, per interessi personali, temeva che in un Concilio potessero riemergere le gravi irregolarità che avevano segnato la sua elezione.

Così, poiché un certo numero di signori feudali tedeschi avevano abbracciato il luteranesimo, per motivi strettamente politici, Carlo fu costretto a prendere le armi contro i protestanti, riuniti nella Lega di Smalcalda: a Muhlberg, nel 1547, il grande sovrano uscì ancora una volta vincitore, ma dovette rendersi conto che l’eresia non si poteva estirpare con le armi. Con la pace di Augusta del 1555 quindi, Carlo, non potendo salvare l’unità della fede, cercò di conservare almeno l’unità dell’impero, nel quale avrebbero dovuto coesistere le due religioni (cuius regio, eius religio); subito dopo abdicò, ritirandosi in un monastero. Forse fu l’ammissione di un fallimento.  

 

(Continua)

 

Inserito il:01/10/2022 18:03:19
Ultimo aggiornamento:12/10/2022 11:53:22
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