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Aggiornato al 23/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Shamsia Hassani (Teheran, 1988 -    ) - Donna afghana

 

Dentro l’Islam – La donna afghana (6)

(seguito)

di Vincenzo Rampolla

 

A due giorni dalla presa talebana di Kabul, il 17 agosto una donna è apparsa sugli schermi tv. A viso scoperto. È il volto della conduttrice di una trasmissione su ToloNews, principale canale afgano. Spunta alle sue spalle il Direttore dell'emittente, fa sfoggio del suo smartphone alla nota giornalista Beheshta Arghand e dà il via al teatrino della normalità, intervistando dal vivo un membro del team medico talebano. Si parla di Covid, di vaccinazioni e di ospedali infantili.

In serata riappare a sorpresa Fawzia Koofi, attivista afghana per i diritti delle donne, deputata al Parlamento e membro del gruppo di negoziatori per i colloqui con i talebani. Un anno di assenza, ferita da colpi di arma da fuoco da un commando nei pressi di Kabul. Attentato in pieno giorno.

Le donne non possono essere Ministri, le dice infervorato il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim: Una donna non può fare il ministro, ripete esaltato. Sarebbe come se le mettessi un enorme peso sul collo. Non è necessario che le donne siano nel Governo, loro devono fare figli. Parla del nuovo esecutivo del Paese, esclusivamente al maschile: Le quattro donne che protestano nelle strade non rappresentano le donne dell'Afghanistan. Le donne dell'Afghanistan sono quelle che danno figli al popolo dell'Afghanistan e che li educano secondo i valori islamici.

Un passo indietro a dicembre 2020, vigilia dell’occupazione. Per editto, il riconoscimento della donna afghana viene stabilito solo attraverso le sue relazioni: figlia di... sorella di... moglie di... Nessun nome sui certificati di nascita dei figli né sul suo. Nessun nome sulle lapidi né sugli inviti di nozze, neppure negli avvisi amministrativi. La BBC riporta il caso di una donna positiva al Covid e picchiata dal marito perché il medico aveva scritto il suo nome sulla ricetta. Per molti, donne incluse, è imbarazzante rivelarlo, indurrebbe a spudoratezza o a un attacco all'onore della famiglia.

A un mese dal ritiro delle truppe occidentali da Kabul, l’umiliazione delle donne afghane è al primo posto nelle priorità del Governo. In soli 30 giorni, i talebani hanno riversato su di loro una valanga di divieti. Il diritto all’istruzione è una favola, nessuno più ci crede: l’istruzione è negata per scarsità di docenti di sesso maschile e di donne insegnanti, le bambine possono  andare a scuola solo fino alle elementari e alle scuole medie, le superiori sono inaccessibili; vietato svolgere la maggior parte dei lavori, vietato praticare sport per non esporre il fisico. Il corpo della donna deve sparire, celato sotto spessi strati di tessuto, fino a spegnere ogni voglia di libertà.

Accesso ridotto in università, per docenti e studentesse e lezioni con sipario tra maschi e femmine e il verbo finale è quello del nuovo Rettore dell’ateneo di Kabul, Mohammad Ashraf Ghairat: Le donne dovranno stare a casa. Lavoreremo sodo per creare presto un ambiente islamico sicuro. Come Rettore dell’università di Kabul, vi do la mia parola: finché non sarà garantito a tutti un ambiente islamico genuino, alle donne non sarà permesso venire all’università né andare al lavoro. Nessuno spazio per loro nel Governo, negli uffici, nei luoghi di incontro e di cultura. Il loro posto è tra le mura domestiche, dove anche i rapporti familiari risentono del malessere instillato dai nuovi padroni. E la libertà di movimento? Dentro le città, le donne sono restie ad attraversare i centri urbani, si sentono indifese, minacciate, sono controllate a vista da militanti talebani giovani e inesperti, poco avvezzi a confronti con le donne e i capoccia a destra e a manca hanno volantinato avvisi alle truppe per comportarsi secondo le leggi.  

Anche nelle famiglie i rapporti sono cambiati: cugini, zii, fratelli si sentono legittimati a rivangare le posizioni più conservatrici e rigide al contempo. Nonostante le promesse ricevute, molti talebani hanno continuato a molestare le donne per strada, a negare l’accesso ad alcune istituzioni e a infastidirle sul lavoro. Incredibilmente, l'11 settembre 2021, 300 donne interamente velate hanno marciato per le strade di Kabul a sostegno del regime, sventolando la bandiera talebana. Le donne devono studiare divise dagli uomini, scandivano. Devono prima pensare alla ma­­ternità, non a ricoprire importanti cariche pubbliche. Fiere di indossare il niqab, gridavano che le donne che escono senza hijab feriscono la morale afgana, e accusavano gli americani di sfruttare la bellezza femminile per puri motivi occidentali.

Durante i primi sei mesi dell’anno, si parla del 2016, sono stati 4.154 i casi di violenze su donne trasmessi all’AIHRC (Afghanistan  Independent Human Rights Commission) nelle sedi dell’Ente dislocate nel Paese, con 1.179 donne vittime di diverse forme di violenza. Il numero delle violazioni supera quello delle denuncianti, avendo le vittime subito contemporaneamente vari tipi di violenza. Dati molto precisi emergono da un rapporto [… miracolosamente recuperato nei labirinti islamici] redatto a fine primo semestre 2016 sulla base delle denunce raccolte in 27 Province afghane e registrate dai Centri AIHRC regionali e provinciali. Che la violenza contro le donne sia una piaga nazionale, è un dato di fatto e il rapporto dà 5 categorie di casi di violenza: fisica, sessuale, verbale e psicologica, economica e di altre forme.

Sul totale di 4.154 casi, 1.249 (30,1 %) sono dovuti alla violenza fisica; 976 (23,5 %) sono di violenza psicologica e verbale; 862 (20,8 %) legati alla violenza economica; 262 (6,3 %) di varie forme di violenza sessuale. I restanti 805 casi (19,4 %) sono violenze di diversa natura.

Abbondano crudeli e selvagge 1.249 forme di violenza fisica, con i dettagli della categoria: calci e schiaffi, pestaggio con bastoni e tubi, accoltellate, capelli strappati, armi da fuoco, ustione con acqua bollente, avvelenamento, lapidazione, taglio o amputazione di parti intime del corpo. 

Nella violenza sessuale, oltre a un altissimo numero di aggressioni, denunciate ma lasciate senza seguito, per timore di ritorsione e ragioni di prestigio e onore di famiglia, le 262 denunce includono: 85 casi di sodomia, 81 di stupro, 37 di obbligo di rapporti sessuali fuori dal matrimonio, 16 di obbligo di prostituirsi, 14 di deviazioni sessuali e insulti, 13 di imposizione a vedere film porno, 3 di aborto forzato e 13 di varie forme minori.

Di tutti i casi di violenza verbale e psicologica, 377 sono di parole umilianti e degradanti, insulti per non sapere dare figli, in particolare maschi, 270 di falsa attribuzione di colpe o misfatti, 156 di minacce di morte, 69 di minaccia di nuovo matrimonio o di divorzio, 23 di minaccia di espulsione da casa, 20 di maledizioni per il futuro del coniuge, 12 di minaccia di stupro da parte di parenti e 49 infine di altri casi minori.

Drammatica la denuncia scelata da esempio: Mi sono sposata all'età di 20 anni e dopo la nascita del mio secondo figlio mio marito si è ucciso. Da allora mi prendo cura dei miei figli. Ma la famiglia di mio marito mi picchia e mi insulta sempre. Hanno provato più volte ad uccidermi perché vogliono accaparrarsi l'eredità di mio marito. Devo lasciare la casa e trovare un altro luogo dove vivere. Non voglio più stare con quei figli avuti da lui. Aiutatemi, non ne posso più.

Tra le forme di violenza economica, vi sono 506 casi di sospensione degli alimenti, 252 di cattiva gestione del bilancio familiare, seguiti da 24 per la vendita di oggetti personali e di  beni preziosi, gioielli in particolare, con 23 casi per la privazione del diritto al patrimonio, 14 per l'appropriazione indebita dello stipendio, 7 per l’interruzione del lavoro e delle attività della donna. I rimanenti 36 casi sono di altre minori.

Nella categoria delle violenze di varia natura, su un totale di 805 casi, 251 sono segnalati per l’allontanamento da casa, 120 per la sottrazione della dote, 103 per matrimoni forzati, 61 causati da matrimoni precoci, 53 per la privazione del diritto di scelta del coniuge, 36 per divorzi forzati, 35 per il divieto di uscire di casa, 31 legati a scambio di coppie, 30 per la negazione del diritto all'istruzione, 5 per insulti e accuse all’altro di essere un criminale. 80 sono altri casi minori.

Oltre a causare danni fisici e mentali, ogni violenza contro le donne provoca danni irreparabili alla loro situazione personale e economica nella società. Si registrano: 1.704 disordini mentali, 567 istanze di separazione, 300 istanze di fuga da casa, 202 istanze di divorzio, 161 disabilità fisiche,    2 casi di sieropositività, 2 di prostituzione, 2 di tossicodipendenza e 1 di frattura di arti. Il totale di 2.941casi mostra una netta ripercussione sullo stato individuale e coniugale del 70% delle vittime.

I risultati del rapporto mostrano che gli autori della maggior parte delle violenze appartengono alla ristretta cerchia di parenti e conoscenti. Nella lunga lista di colpevoli tra i muri di casa, è provato che 2.876 incidenti sono stati commessi dai mariti, 306 dai padri, 128 dai cognati, 94 dai fidanzati, 71 dai fratelli, 60 dalle cognate, 53 dai figli, 29 dagli zii paterni, 27 dalle madri, 19 dalle sorelle, 8 dalla polizia, 8 dalle matrigne, 7 dagli zii materni e 195 da altri.

Si nota un aumento di circa 25% rispetto ai valori complessivi di violenza contro le donne registrati nei primi sei mesi dell'anno precedente, crescita dovuta a una maggiore fiducia della gente nell’AIHRC o causata da altri fattori come l'aumento stesso della violenza contro le donne, senza escludere la sfiducia dell'opinione pubblica nei confronti dell'autorità giudiziaria. In ogni caso, la mole di violenza contro le donne è tale da indurre a riflessione, soprattutto quando oltre 30% dei casi è di pura violenza fisica, cioè percosse, schiaffi, calci e lancio di pietre pari al 30% dello stupro e il problema assume allora toni di elevata inquietudine: quei tipi di violenze sono la più crudele forma di disumanità che si possa infliggere. Dunque: pura violenza fisica e stupro in vetta alla brutalità. Il fatto più sconcertante emerso dal rapporto è che il più alto tasso di tutti i casi di violenza, il 94,3%, sia stato compiuto dai familiari, nessuno escluso, e impressionante è il dato che il marito sia stata la persona più violenta contro la moglie. Da questo si può dedurre  che la donna in famiglia ha perso la sua sicurezza, quella che aveva cercato nel matrimonio, affogata nella violenza.

L’analisi della condizione della donna afghana, per quanto abbozzata, va chiusa d’obbligo con un cenno sull’aborto. Si è detto che la legge afghana è condizionata dall'Islam e il preambolo della costituzione - in vigore dall'autunno 2001 all'agosto 2021 - fa riferimento ad Allah. La legge islamica ha origine dal Corano ed è usata per tracciare le azioni quotidiane del musulmano.  Il Corano detta politiche rigorose che obbligano le donne a consultare medici donne. Gli ideali della medicina islamica si basano sulla santità della vita umana che afferma che Dio crea gli esseri umani senza malattie e altri disturbi. La forte influenza del pensiero religioso sulla legislazione porta a leggi severe sull'aborto. La sezione 3 del 1° capitolo del C.P. afghano specifica che nessuna legge afghana deve contraddire l'Islam. L'articolo 402 sancisce che chiunque uccida volontariamente un feto sarà condannato a un massimo di 7 anni di carcere. L'articolo 403 prevede che chiunque abortisca sarà imprigionato o multato fino a circa 12.000 afgani (1.000 afgani ⁓ €1). Un medico che esegua l'aborto è punito con il massimo rigore di legge. L'Islam ritiene che la vita umana inizi al momento del concepimento e che il feto abbia dei diritti e che la madre abbia la responsabilità di proteggerlo. Questo porta alla convinzione radicata che l'aborto dovrebbe essere evitato quando possibile. L'omicidio di una donna incinta è giudicato come due reati; se il padre muore mentre la madre è incinta, il patrimonio non sarà condiviso fino alla nascita del bambino, poiché è il feto a ereditarlo dal padre. In caso di stupro, la legge non ammette l'aborto poiché un crimine non può essere risolto da un altro crimine, e abortire è comunque giudicato tale. Il capitolo 4 enuncia le conseguenze degli aborti e stabilisce che sono illegali quelli non legati alla salvezza della vita della madre o del bambino; le donne afghane possono però abortire se scientificamente è provato che il bambino nascerà con gravi deformità o disabilità. I Comitati di etica religiosa devono pronunciarsi su etica e legalità dell'atto, prima che possa essere praticato. Dopo l'approvazione, la donna deve ottenere il consenso di un ginecologo, tre medici di medicina generale e un consulente. Si noti che l'Afghanistan ha uno dei tassi di fertilità più alti al mondo e nonostante la diffusione dei metodi contraccettivi, il sostegno del Governo nel periodo 2001-2021 e il rispetto per l'etica religiosa, pochissime donne usano contraccettivi, solo il 18,9% nel 2018. Negli anni '90, il tasso medio di nascite per donna era di 8 figli, sceso a 5,5 nel 2011. Gli alti tassi di natalità danno luogo ad alti tassi di mortalità fetale e nel 2021 il Paese ha toccato il più alto tasso di mortalità infantile al mondo, con 107 morti/1.000 nascite. Nel 2011 è stato dichiarato dall'organizzazione Save the Children come il posto più difficile al mondo in cui essere madre.

(consultazione:   giulia belardelli – huffpost; amir qureshi; selay gheffa – guardian; imbavagliati - eva serio; il foglietto – sara sesti;  pierfrancesco curzi - il fatto quotidiano; marta serafini- selai gheffar – ansa; corano; codice penale afgano 2001; costituzione aghana;)

(Continua)

 

Inserito il:09/10/2021 15:49:28
Ultimo aggiornamento:14/10/2021 20:12:34
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