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Aggiornato al 20/04/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Mahzor for holidays and special sabbaths, 13th century manuscript

 

La lingua Yiddish, una storia di 1.000 anni (1/2)

di Vincenzo Rampolla

 

Fiorita in Germania, yiddish è la lingua parlata dagli ebrei di tutta Europa. Nella sua storia di oltre 1.000 anni, la lingua yiddish è stata chiamata in molti modi, familiarmente mameloshen (lingua madre), moniker zhargon (gergo popolare) e il giudeo-tedesco (parlata quotidiana).

Letteralmente, yiddish significa ebreo, linguisticamente si riferisce alla lingua parlata dagli ashkenaziti, gli ebrei dell'Europa centrale e orientale e dai loro discendenti. Il vocabolario di base e la grammatica derivano dal tedesco occidentale medievale con integrazione di altre lingue: l’aramaico, lingua dell'apprendimento, l’ebraico, lingua della Bibbia e della preghiera e varie lingue slave e romanze. Gli studiosi lo definiscono trilinguismo interno ashkenazita. Piace a loro… con variazioni fonetiche e tre lingue con medesimo alfabeto.

È quasi impossibile stabilire dove o quando la lingua sia entrata in uso, ma è certo che si formò nell’XI secolo, quando gli ebrei francesi e italiani presero a migrare verso la valle del Reno tedesca, fondendo i patrimoni linguistici nativi con il germanico dei nuovi vicini. Mentre gli ebrei continuano a migrare verso est per effetto delle crociate e della peste, si diffonde nell'Europa centrale e orientale e inizia a assimilare elementi dalle lingue slave.

È nelle origini della prima crociata cristiana per liberare la Terra Santa che una tribù di guerrieri Selgiuchidi di dinastia turca musulmana si espande, ingloba nel suo dominio l’Iran, la Jazirah (Stato del Sudan), la Siria e parte dell’Anatolia, per poi aprirsi in nuovi rami indipendenti. Nel 1071, sconfigge l'esercito bizantino e occupa tutta l'Asia Minore, inclusa la Palestina. Storie di atrocità contro i pellegrini cristiani filtrano in Europa e l'imperatore bizantino Alessio Comneno fa appello al Papa per un aiuto contro i Selgiuchidi e Urbano II nel 1095 vuole una crociata contro i musulmani con l’obiettivo dichiarato di riconquistare la Terra Santa e garantire la sicurezza ai pellegrini cristiani diretti ai luoghi sacri. Molti dei crociati la considerarono una perfetta occasione per servire Dio e fare al contempo fortuna con saccheggi e riscatti. Nel 1096, disorientati dagli eventi della crociata, gli ebrei ashkenaziti interrompono temporaneamente la loro attività intellettuale e sociale e contribuiscono a raccogliere per la marcia un grande esercito di 25-30.000 uomini. Dal sud della Francia arrivano a Costantinopoli, ove sorgono rapidamente attriti con i bizantini, impreparati ad affrontare un simile esercito di crociati. Nel 1097, i crociati lasciano Costantinopoli diretti a Gerusalemme. Cade nel 1099 e l'obiettivo della crociata viene raggiunto. Per celebrare la liberazione i crociati massacrano spietatamente tutti gli abitanti musulmani della città. La comunità ebraica in Palestina è costretta a sottomettersi ai nuovi governanti o a subire l'esecuzione. L'appello di Urbano II per la crociata è andato aldilà dell’interesse per gli eserciti partiti per Gerusalemme. Si formano due nuovi gruppi che si scontrano con gli ebrei: predicatori itineranti e bande di contadini tedeschi. Per la maggior parte, i primi, interessati a sfruttare finanziariamente gli ebrei, chiedono denaro per le provviste mentre i gruppi di contadini si rivelano molto più pericolosi, si raggruppano attorno a un leader carismatico e scatenano feroci incursioni contro gli ebrei. Nelle prime fasi della Crociata, questi gruppi distruggono le comunità di Spira, Worms e Mainz. Si salvano i resoconti dei massacri per sterminare gli ebrei, dei loro attacchi a quelli raccolti nella sinagoga e della presa d'assalto degli edifici reali. Questi interventi antiebraici portano alla luce un’attitudine assolutamente sorprendente nell'ebraismo medievale: la disponibilità degli ebrei a morire per la propria fede. Questo atto, noto come kiddush ha-shem (santificazione del nome divino), era piuttosto diffuso, secondo le tre cronache ebraiche rimaste dalla prima crociata. Si legge di genitori che uccidono i loro figli ispirandosi al sacrificio di Isacco da parte di Abramo e di ebrei che esaminano i coltelli per assicurarsi che l'uccisione dei loro fratelli sia avvenuta secondo le norme del kashrut (macellazione rituale). In alcuni casi, i martiri ebrei insultano i loro aggressori cristiani prima di essere uccisi quasi a ostentare la loro fede in Dio. Molti ebrei della Renania perirono in questi scontri, mentre gli ebrei francesi si salvarono.

La prima crociata ha contribuito a rivelare le difficoltà degli ashkenaziti, ma agli occhi delle autorità reali il loro status non è cambiato. Le autorità non avevano istigato la violenza contro gli ebrei e in molti casi, avevano tentato di proteggerli. Mentre gli eventi del 1096 hanno decimato gli ebrei della Renania, la prima crociata non è vista come un caso che ha portato inevitabilmente al declino degli ashkenaziti. In Renania, all'inizio del XII secolo diverse comunità falcidiate si ricomposero rapidamente e l'attività economica ebraica si riprese; il prestito in particolare aumentò a causa delle ingenti spese per le crociate successive. Nonostante le interruzioni causate dalle crociate, non c'è stato alcun declino nella creatività intellettuale tra gli ashkenaziti; lo studio del diritto è continuato, sebbene l'attenzione si sia spostata dalla Germania al nord della Francia. Pur essendo continuate nei successivi 300 anni, le crociate non hanno esercitato ulteriori minacce per gli ebrei. Dopo gli eventi in Renania, la Chiesa si rese conto dell'importanza di controllare le milizie popolari e di proteggerli. Durante la seconda crociata, le predicazioni e gli interventi di Bernardo di Chiaravalle hanno bandito le azioni antiebraiche provando che l’impulso antiebraico manteneva un’indiscussa vitalità; per Bernardo, gli ebrei erano i testimoni viventi della fine di Gesù e la loro dispersione nel mondo dimostava la loro colpa e esaltava la redenzione cristiana.

Gli ebrei d'Europa furono motivati ​​dai viaggi dei cristiani in Terra Santa e con l'aumento dei trasporti marittimi tra la Palestina e l'Europa, affrontarono un crescente numero di pellegrinaggi. Nel 1211, ad esempio, ci fu l’aliyah (immigrazione in Terra di Israele) di Three Hundred Rabbis; questa emigrazione di centinaia di rabbini dall'Europa occidentale (sotrattutto Francia e Inghilterra) segna l'inizio di un periodo attivo di aliyah che prosegue nel XIII secolo. I disastrosi eventi del Medioevo - espulsioni, crociate e peste nera, tra i più incisivi - hanno ispirato un flusso costante di immigrazione ebraica in Terra Santa con l’insediamento anche nell'entroterra. Nel 1260, quando i Mamelucchi occuparono la Palestina, distrussero le città costiere ed eliminarono le ultime vestigia del dominio dei crociati, la mappa degli insediamenti ebraici nel paese cambiò radicalmente. Con la scomparsa della comunità di Acri, fino ad allora riconosciuta come la più importante, emersero le comunità interne di Safed e in particolare Gerusalemme. Quelle di Gaza e Hebron che ospitavano comunità più piccole e diversi villaggi ebraici, rimasero confinate nell'Alta Galilea. Gli abitanti dei villaggi vivevano di agricoltura, artigianato, commercio locale e rurale mentre gli abitanti delle città erano artigiani tessitori, sellai, gioiellieri e piccoli commercianti, per lo più mercanti di vino, attività interdetta ai musulmani. Numerosi immigrati europei si sono specializzati in ricoveri, ostelli e taverne, fornendo ai pellegrini cristiani prodotti locali, abiti, informazioni e cambio di denaro dei loro paesi di origine. La tradizione del pellegrinaggio ebraico ai luoghi santi della Galilea e di Gerusalemme, iniziata nel periodo ayyubide [1187-1189], ha continuato a portare molti visitatori da tutta la diaspora orientale, in particolare nei mesi primaverili tra Pasqua e Shavuot (Pentecoste). È in questo periodo che il ricco scambio

sociale e culturale tra popoli di etnie omogenee e differenti ceppi linguistici vede i primi germi di un linguaggio yiddish, comune tra ebrei sefarditi e ackenaziti a contatto con ebrei germanici e francesi e adatto per i componimenti letterari epici e cavallereschi di matrice europea. Nello stato Mamelucco si installa il Nagid, il leader della comunità ebraica con sede al Cairo, preposto al vertice di una gerarchia che governava le comunità delle tre province di Siria, Palestina ed Egitto, mentre un vice leader rappresentava il Nagid nelle altre province, inizialmente Damasco e dal 1376 Gerusalemme. In pratica le comunità palestinesi durante il periodo mamelucco erano autonome e il titolo di vice Nagid era solo onorario. Le autorità mamelucche, fanatiche e intolleranti, molestarono la popolazione ebraica. Numerosi i focolai contro gli ebrei, invisi e protetti, perseguitati da editti e leggi discriminatorie.

L'immigrazione dall'Occidente è continuata, condizionata dall’eccessiva difficoltà dei contatti con le comunità di origine dopo il crollo del periodo crociato. Con anni di anticipo, prima di intraprendere il viaggio, gruppi di studiosi si preparavano per l'aliya in Terra Santa e all'arrivo in Palestina fondavano comunità basate su una divisione del lavoro, con membri che lavoravano per sostenere l'intero gruppo, mentre altri studiavano la Torah.

Nella seconda metà del XIV secolo, in Palestina Gerusalemme soppiantò Acri e nuovamenete divenne un fecondo centro di incontro per le tre culture ebraiche ashkenazita, sefardita e orientale. Dopo la peste e le violenze antiebraiche, un gruppo di studiosi della Renania, ispirato dalle aspettative messianiche, fondò a Gerusalemme una yeshivah ashkenazita che fu attiva per tutto il secolo. Gli ebrei spagnoli arrivati ​​nello stesso periodo furono presto raggiunti da intellettuali ebrei dai paesi musulmani e da Bisanzio. Dozzine di manoscritti prodotti a Gerusalemme verso la fine del XIV secolo, alcuni originali e copie di opere più antiche come l’Halakhah (corpo delle leggi religiose tratto dalla tradizione orale e dalla Torah), la Cabala spagnola, il misticismo ashkenazita e la filosofia, attestano la forte sinergia di vita culturale nella città mentre il messianismo alimenta l'immigrazione e il fervore di un interscambio spirituale e culturale.

Nel 1392, i forti movimenti antiebraici in Spagna, la caduta di Costantinopoli nel 1453 e le frequenti espulsioni dalle città germaniche diedero vita a una miscela di eventi premonitori, che suscitarono tensioni messianiche nella società ebraica. La liquidazione dell'Impero bizantino, ad esempio, portò molti ebrei che avevano vissuto subendo persecuzioni e intolleranze a credere che la fine del cristianesimo fosse imminente. Tale fermento spirituale ha portato a un continuo flusso di emigrazione dall'Europa alla Terra d'Israele. Coloro che avevano annunciato la loro intenzione di "elevarsi" in Terra Santa godevano di uno status privilegiato all'interno delle loro comunità, pervase dall'obbligo di sostenere quei membri devoti. Arrivati in Palestina, tuttavia, questi immigrati, in molti casi membri dell'élite religiosa delle loro comunità di origine, hanno incontrato ostilità da parte dei parnasim - i leader secolari autoctoni delle comunità locali - ansiosi di non perdere il loro potere e la loro autorità.

Fin dall'inizio del XIV secolo gli ottomani avevano iniziato ad emergere come una grande potenza politica e militare e Uthman, fondatore di una dinastia, proveniva da un piccolo principato turco, che nel tempo si trasformò in un vasto impero. Le spade dei suoi successori misero fine alla secolare influenza greca nel sud del bacino del Mediterraneo, sostituendola con la dominazione musulmana. Estendendosi in profondità nel continente europeo, l'espansione ottomana arrivò fino a Vienna trasformata in avamposto della cristianità. Nel 1492, verso la fine del periodo mamelucco e in particolare dopo l'espulsione dalla Spagna, l'immigrazione spagnola, incoraggiata con entusiasmo da Isaac ha-Kohen Sholal, ultimo Nagid, lasciò il segno sugli ebrei palestinesi e come tutte le altre comunità dell'Impero Ottomano, la Terra di Israele sarebbe stata una comunità prevalentemente sefardita fino al XIX secolo.

(consultazione:   mordecai walfish; eli barnavi - a historical atlas of the jewish people - emergence of the ottoman empire -schocken books; elchanan l. reiner- jews in palestine; gerald sorin; a time for healing: american jewry since world war 2 - johns hopkins university press; yiddish theatre today - sara chava teresa shafer; sapere.it - de agostini)

(Continua)

Inserito il:16/03/2021 14:57:50
Ultimo aggiornamento:17/03/2021 16:19:53
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