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Aggiornato al 09/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Rudolf von Alt (Vienna, 1812 - 1905) - Como Cathedral (1864)

 

Como: da setaioli ad affittacamere

di Graziano Saibene

 

Como e il suo lago sono diventati un posto di gran moda.

Quando in Brasile vengono a sapere che io sono proprio di lì, e che ancora ci abito nei mesi in cui torno in Italia, mi sento da tutti molto invidiato. Non che la cosa mi infastidisca, anzi: ho sempre pensato di essere stato fin troppo fortunato a nascere in un posto così privilegiato, e di avere avuto poi anche la sorte di trasferirmi e passare più di un terzo della mia vita in un altro luogo altrettanto invidiabile, come Rio de Janeiro. Che, non per nulla, tutti considerano e chiamano ancora volentieri “cidade maravilhosa”.

(Ho scritto “ancora”, perché negli ultimi tempi la situazione sta mutando in peggio, e anche a velocità crescente: i motivi li ho già accennati in alcune delle mie precedenti cronache, e purtroppo non vedo all'orizzonte segnali che facciano sperare in qualche ancorché timido miglioramento.)

Devo però sottolineare anche che, quando torno nella mia ora tanto decantata Como, io non la ritrovo affatto più bella e accattivante, come dovrebbe risultarmi, visto il successo attuale e il grande incremento dei turisti di tutto il mondo. I quali fanno l'allegria di tanti, comaschi e non, sempre più impegnati in attività legate alla ricezione - ma soprattutto allo sfruttamento - di questo crescente flusso di visitatori.

Anzi, al contrario, ogni volta la ritrovo un po' peggiorata, e con qualche problema in più.

Che si aggiunge ai molti, accumulatisi negli anni, senza trovare soluzioni.

Colpa certamente dei Comaschi (fra i quali mi includo), che non hanno mai avuto coscienza del gioiello che, senza alcun merito, si ritrovano attorno.

Eppure qualche secolo fa, proprio qui nei dintorni, si era sviluppata una stirpe di grandi artigiani, capaci di costruire ed abbellire case, chiese e palazzi, la cui fama ha fatto sì che venissero chiamati ad operare in posti anche assai remoti: parlo dei Magistri Comacini, di cui rimangono ora solo i magnifici manufatti, sparpagliati nelle valli e sulle sponde dello splendido lago e nella stessa città.

Basta un esempio per tutti: il meraviglioso duomo.

E, come se non bastasse quella fortuna, negli anni ´20´, 30 e ´40 del secolo scorso nella stessa città si sono ritrovati ad operare simultaneamente diversi ingegneri (la facoltà di Architettura, al Politecnico di Milano, è nata solo nel ´34), che hanno dato vita al razionalismo, e progettato alcuni capolavori che hanno, questi sì, contribuito ad abbellirla ulteriormente: qui basterebbe citare il Palazzo del Fascio, di Giuseppe Terragni.

A proposito dei Comaschi: forse se lo meritano di non essere chiamati invece “Comacini”, (che suona un bel po' meno aspro), o magari “Comensi”; voglio dire che la denominazione è intonata alla nomea che i miei concittadini col tempo si sono cuciti un po' addosso, di gente chiusa e poco ospitale, perennemente concentrata nei propri affari e attività di lavoro, senza molta voglia di “distrarsi”.

Non trovate piuttosto significativo il fatto che quaggiù in città da molti anni non c'è più alcun cinema, e per vedere un film sul grande schermo bisogna prendere l'auto e uscire dalla convalle?

Comunque non è la nostalgia dei ben tempi andati che ho intenzione di richiamare in queste note. Se mai è invece la chiara assenza di altre caratteristiche che mi sta intristendo. E sono quasi tutte indicative di mancanza di visione di uno spazio-tempo che vada un po' più in là del proprio naso, o della giornata di domani.

Mentre sto scrivendo mi viene in mente la breve storia di come sono cambiate, nel giro di tre generazioni, le caratteristiche produttive della popolazione comasca. E, forse, alcuni tratti del suo stesso carattere.

A Como e dintorni si era concentrata, a partire dal secolo XIX, la maggior fetta mondiale della produzione dei tessuti in seta pura. Quella che partiva dalla coltura dei gelsi e del baco da seta, passava dalle numerose filande localizzate in prossimità del grande e profondo lago, e via via tutte le altre fasi, dalla tintura del filo, per la tessitura con telai jacquard, alla tessitura, stampa e finissaggio dei tessuti stampati.

Con tutte le altre attività complementari necessarie alla produzione, dalla creazione dei disegni sempre nuovi da proporre ai futuri acquirenti, per poi preparare i lucidi per l'esecuzione dei quadri o cilindri da stampa, o i disegni esecutivi destinati ai programmatori dei telai jacquard.

Tecnologie che i Comaschi erano riusciti a sottrarre col tempo ai Lionesi, e poi perfezionare, diventando vere e proprie eccellenze unanimemente riconosciute.

Dalla scuola del Setificio di Como – che ha da poco compiuto 150 anni – sono usciti i quadri dirigenti, i tecnici e le maestranze di quasi tutte le imprese del settore, che hanno contribuito al loro successo.

Per quello che mi ricordo, ai tempi delle mie scuole elementari (fine anni '40!) non c'era famiglia fra quelle dei miei compagni, che non avesse uno o più componenti impegnati nel settore. E ciò è continuato per lo meno fino al completamento del mio ciclo di studi, e anche oltre.

Il successo dei produttori di tessuti di seta comaschi ha raggiunto il culmine alla fine degli anni '80: era già da tempo esploso il fenomeno della diffusione e della popolarizzazione della moda, con il “prêt-à-porter” distribuito in numerosissime boutique esclusive o multimarca.

Giorgio Armani e Gianni Versace hanno fatto da capi cordata, ma poi sono arrivati via via tutti gli altri, compresi i Francesi, con la loro eterna “puzza sotto il naso” e i Giapponesi.

I produttori comaschi, che già da molti lustri erano diventati i maggiori fornitori mondiali delle preziose sete destinate all'alta moda, si sono prontamente adattati alle nuove esigenze di un mercato sempre crescente e bisognoso di continue novità.

Pressocché tutte le imprese del settore erano – come quasi sempre in Italia – a gestione familiare, ed alcune si erano molto ingrandite fino a raggiungere diverse migliaia di addetti. La grande maggioranza delle altre, piccole o medie, aveva comunque saputo creare e usare strutture o strumenti, per raggiungere risultati sempre crescenti, sia nei livelli di produzione che in quelli di penetrazione dei diversi mercati di destino dei loro prodotti.

Fra le grandi manifestazioni del settore, ne ricordo una, “Idea Como” che per qualche anno si è svolta nella bellissima struttura appena creata a Villa Erba, in cui i creativi, cioè essenzialmente i disegnatori, che lavoravano sia in proprio che all'interno dei vari gruppi, esponevano i propri disegni, a volte già i campioni di tessuto.

Ha avuto vita breve, e sono intuibili anche le ragioni del prematuro insuccesso, in gran parte legato alla giustificata gelosia dei creatori delle cosiddette “prossime tendenze ”, in un settore, come questo della moda, in cui è così determinante e purtroppo difficilissimo difendere l'esclusività.

Di fronte al crescente fabbisogno del prodotto di base (filo di seta) la soluzione pressocché obbligata è stata quella di trovare fonti di approvvigionamento alternative: la Cina si è rivelata da subito la soluzione più affidabile, sia per i grandi quantitativi che per i prezzi spuntabili.

I tessitori comaschi hanno ritenuto utile e necessario cominciare a trasferire in Cina i miglioramenti tecnologici che consentissero uno standard qualitativo di livello accettabile. Prima con le filande, per poter importare un buon filo. E successivamente – perché no? visto che erano proprio le autorità cinesi a spingere in questo senso – anche con tessiture bene attrezzate a produrre tessuti di qualità e a buon mercato.

Credo che proprio da qui sia cominciato l'inevitabile declino dell'industria serica comasca.

A cui è più tardi seguito anche l'impoverimento drastico di tutto l'indotto, dai sub-fornitori ai confezionisti.

Solo una minima parte degli addetti ha intuito che, per resistere alla travolgente globalizzazione in atto, si poteva, anzi, si doveva ricorrere massicciamente alla ricerca, o alla tecnicizzazione dei tessuti, cioè alla creazione di prodotti con caratteristiche specifiche per usi sempre più sofisticati creando nuove fibre e tecnologie per ogni applicazione.

Gli altri hanno preferito abbandonare il settore e, come già accennato, cominciare a “sfruttare” le opportunità che stavano ogni giorno di più apparendo, visto il crescente flusso turistico, cui ho più sopra accennato.

A dire il vero, un po' di turismo c'è sempre stato da queste parti: da secoli molti Inglesi, Tedeschi e Americani avevano dimostrato di amare l'abitudine di passare qualche settimana sulle rive del nostro lago. E poi arrivavano, magari solo per qualche ora o per pochi giorni, tutti quelli che erano attirati dalla seta, soprattutto foulards o cravatte; ma si limitavano a saccheggiare i numerosi outlet che si erano col tempo aperti nei pressi di molte fabbriche di tessuti, per poi continuare il loro viaggio nelle maggiori, più blasonate e gettonate, località turistiche del nostro Paese.

Poi, all'improvviso, è successo “George Clooney”!

Il noto attore e regista americano si è innamorato del lago di Como: ha comperato una bella villa e qualche immobile adiacente sulla riva di Laglio, dove ha deciso di passare le sue vacanze, magari invitando altri suoi più o meno famosi colleghi, e ne ha scelto alcune locations, sia per i film che per le feste con gli amici. Ed è così diventato, involontariamente ma senza infastidirsi troppo, lui stesso una attrazione irresistibile.

Altri, magari più ricchi ma non sempre famosi, come molti russi o arabi, oppure conosciuti campioni di sport popolari, per non essere da meno, hanno deciso di imitarlo. Le case sulla riva del lago sono andate a ruba, il loro prezzi sono saliti alle stelle, e anche le grandi ville coi parchi, oramai giudicate ingestibili per via dei costi, sono state cedute ai nuovi super ricchi di tutto il mondo.

La mia preferita, alla quale si accede solo via lago, denominata “Cassinella”, fra Campo e la più conosciuta “Balbianello”, è stata ceduta dal suo ultimo proprietario italiano – un ingegnere, da sempre impegnato proprio nella ristrutturazione delle ville d'epoca - dopo un lunghissimo corteggiamento, a Richard Branson, fondatore e patron della Virgin.

Sono arrivate anche le grandi catene degli alberghi di lusso, (Hilton, Sheraton, Mandarin) confermando così una tendenza a fare del lago di Como un punto turistico in cui valeva la pena di investire.

E hanno finalmente trovato nuovi proprietari alcuni immobili piuttosto complicati da far rivivere, come la Pliniana di Torno, o la villa Troubetskoy di Blevio.

E fin qui tutto bene.

Ma per quanto io mi sforzi, non riesco ancora a capacitarmi di come abbiamo fatto noi Comaschi a non accorgerci in tempo utile dei gioielli che avevamo, liberandocene un po' troppo affrettatamente, e soprattutto non cercando di sfruttare la grande occasione per inserire la nostra bella città nel giro dei viaggiatori di livello un poco più evoluto ed esigente. Non – come invece sta succedendo - nel circuito del turismo di massa, quello del “mordi e fuggi”, quello che fa il giro del lago ammassato in enormi pulmann refrigerati, per poi essere scaricati in uno dei tanti ristoranti che offrono cibi di qualità assai più bassa del prezzo richiesto, e restare a dormire poi solo qualche giorno in camere trovate sul AirB&B, al solo scopo di passare qualche serata di movida in piazze ricoperte di sedie e tavolini, a bere birra e rosicchiare pizze riscaldate, o riempirsi di spaghetti alle vongole e ai frutti di mare appena usciti dai freezer e riscaldati nei forni a microonde.

Prima di affrettarci a ristrutturare le nostre belle proprietà, per trasformarle in piccoli appartamenti da affittare “a breve”, per gruppi o famiglie che viaggiano con zaino o trolley, forse sarebbe stato preferibile cercare di far finalmente sistemare, da chi di dovere, la nostra città, e lo splendido ma trascuratissimo bacino di lago che abbiamo davanti.

I problemi irrisolti di Como, oramai sono tali da diverse generazioni.

Cominciamo dal lago: assai maltrattato nei tempi delle filande e tintorie, che l'hanno impunemente usato come discarica dei loro colorati e spesso puzzolenti liquidi industriali, non è diventato un lago morto, solo grazie al fatto di essere profondissimo. È anche vero che alcuni industriali più saggi sono poi corsi al riparo riunendosi in consorzio e realizzando quel grande impianto di depurazione oggi gestito dalla “Como-Depur”, ma ciò è accaduto quando già si intravvedeva il destino di quelle imprese, cioè la loro irreversibile delocalizzazione.

Quanto poi a come rimediare al fatto che gli abitanti del bacino hanno sempre usato il lago come destino ultimo dei loro impianti fognari, senza alcun trattamento previo, solo recentemente gli amministratori della città e della provincia hanno pensato di inserire questa esigenza in un grande progetto, che è nato improvvisamente qualche anno fa, subito dopo una terribile alluvione avvenuta in Valtellina, con drammatiche conseguenze anche per la città.

In verità tale progetto mirava soprattutto ad acquisire un ingente finanziamento dall'Unione Europea, e per questo doveva avere, come primo obbiettivo, quello di proteggere la città dalle frequenti esondazioni del suo lago. È stato scelto un sistema di paratie mobili, simili a quelle previste per Venezia dal poco fortunato e ancora in alto mare sistema “MOSE”.

Ma, visto che si toccavano anche le sponde più vicine al centro abitato, si è pensato – giustamente - di inserire anche un collettore di tutti gli scarichi a lago, per farli prima trattare da un depuratore.

Poteva essere l'occasione buona per finalmente sistemare tutto il lungo percorso della passeggiata a lago, attesa fin dai tempi dell'ultimo intervento migliorativo, attuato dal buon sindaco Gelpi, quando era stato completato il tratto che consente di camminare sulla riva dal piazzale dell'Hangar degli idrovolanti fino ai giardini di Villa Olmo (circa mezzo secolo fa).

Poteva. Ma non è andata così.

Ci si è messa di mezzo la corruzione, male atavico che perseguita le nostre opere pubbliche, e che, una volta scoperta, ha finito per far bloccare tutto chissà fino a quando.

E così da anni la passeggiata a lago, che avrebbe potuto essere uno dei punti forti della rivalutazione turistica della città, è invece diventata un percorso a ostacoli, fra pezzi di cantiere abbandonati e marciapiedi malridotti e mai più sistemati.

E il lago continuerà a risultare inquinato e quindi inadatto alla pur richiestissima balneazione. Per quest'anno neppure l'antico Lido di Villa Geno ha potuto aprire, essendo privo di piscina, con grande disappunto di tutti quelli che vi si recano speranzosi di trascorrervi le giornate di sole, come si poteva fare una volta.

La città si trascina da tempo immemorabile anche altri punti critici, che rimbalzano invariabilmente senza alcun accenno di soluzione da una amministrazione alla successiva.

L'area cosiddetta “ex Ticosa”, assai prossima al centro storico di Como, un tempo occupata dalla omonima grande azienda tessile, abbandonata dai tempi dell'ultima guerra, e da allora lasciata come zona incolta o parzialmente usata come area di parcheggio, in attesa che si decida cosa farne: appartiene alla cittadinanza, ma l'amministrazione pubblica non è ancora riuscita a decidere come trasformarla in qualcosa di utile. Ci sono dei problemi, d'accordo, (suolo altamente inquinato da residui industriali tossici), ma sono passati anche 75 anni!

L'altra area dismessa, quella del vecchio ospedale S. Anna, che è stato recentemente trasferito in periferia, guarda caso dopo aver appena completato un enorme silos ad uso parcheggio nei pressi, ora del tutto inutilizzato, così come la maggior parte degli antichi padiglioni già adibiti ai vari reparti.

Anche in questo caso il futuro di questa area, grande come un intero quartiere, continua senza concrete idee di recupero.

Il già glorioso stadio Giuseppe Sinigaglia, riformato con grande saggezza e genialità da uno degli ingegneri razionalisti di cui sopra, e successivamente abbruttito da adattamenti dettati dalla necessità di adeguarne il numero dei posti disponibili al pubblico delle grandi squadre, meriterebbe un ripensamento quanto alla destinazione d'uso delle sue strutture sportive, che tenesse conto della sua localizzazione privilegiata, e della ingiusta destinazione esclusivamente ad uso di una modesta squadretta che milita da decenni nelle serie inferiori del campionato italiano di calcio, e di manipoli delle famigerate tifoserie organizzate che infernizzano ogni 15 giorni la vivibilità di un quartiere intero.

Non voglio soffermarmi troppo sui gravissimi problemi di viabilità di cui soffre Como, soprattutto – ma non solo – per quel che riguarda le sponde del lago. E per una città che vuole primeggiare come destinazione turistica, mi pare che non sia un ostacolo da poco.

Sono però sempre stato convinto che la bellezza del lago, si possa veramente apprezzare solo se vista dal lago stesso: sulle sue rive si susseguono i parchi delle innumerevoli ville, alternandosi coi piccoli paesi costieri, che raramente sono dotati di un lungo-lago degno di questo nome.

E quindi mi sembra assurdo voler adattare ad un traffico di veicoli pesanti e ingombranti, come i pulmann turistici, che invariabilmente si bloccano a vicenda nelle numerose strettoie, le strade esistenti, forzatamente di larghezza ridotta a causa della configurazione geologica del lago e delle ripide montagne che lo circondano.

Penso che gli enormi investimenti necessari per gallerie e viadotti, con le questioni di inquinamento ambientale ed estetico che dovranno essere risolte, non siano una scelta intelligente.

Il modo con cui è attualmente gestita la navigazione lacustre meriterebbe un generale ripensamento. Proprio per offrire ai turisti una opzione più gradevole per spostarsi fra i vari paesi del lago, - lasciando ai residenti l'opzione dell'auto per le loro mobilità urgenti, - mi sembrerebbe logico cercare di potenziare in modo massiccio la disponibilità di battelli, aliscafi e motoscafi.

Attualmente salta agli occhi di tutti la più completa disorganizzazione del settore, con code lunghissime sotto il sole per chi vuole imbarcarsi su un battello, oltre alla difficoltà di destreggiarsi con gli orari poco estesi lungo la giornata, e la ridotta disponibilità delle corse.

Sono un Comasco che ama la “sua” città, e mi rendo conto che non è facile fare scelte drastiche per tentare di risolvere una volta per tutte certe situazioni, che, da anni, sono diventate una sorta di cancrena, che la corrode piano piano, e potrebbe finire per determinarne un inglorioso destino.

Ci sono interessi contrastanti, ed è difficilissimo arrivare a compromessi che ne tengano equamente conto.

Ma quando si tratta del bene comune, cioè del miglioramento delle condizioni di vita presenti e future dei residenti, cercando anche di salvare quelle del meraviglioso habitat che li circonda, non ci si dovrebbe mai arrendere davanti alle ovvie difficoltà.

Oppure devo rassegnarmi a pensare che, non potendo o sapendo più essere imprenditori o creativi, diventeremo solo un esercito di affittacamere?

 

Inserito il:13/08/2019 14:56:23
Ultimo aggiornamento:13/08/2019 15:04:46
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