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Aggiornato al 13/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Cecilia Ravera Oneto  (1918-2002) -  Partigiani

 

Claudio Pavone e la Guerra Civile

di Tito Giraudo

 

E’ venuto a mancare in questi giorni lo storico Claudio Pavone.

Claudio Pavone appartiene a quella categoria di storici che, pur provenendo da sinistra (Pavone fece pure il partigiano), hanno rifiutato l’interpretazione della Storia secondo le convenienze ideologiche del momento. Renzo De Felice, con la sua storia del Fascismo, è il capo scuola inarrivabile.

Claudio Pavone sarà ricordato soprattutto per i suoi libri sul periodo che in Italia va dal 1943 al 1945, cioè quello della guerra civile tra fascismo e antifascismo.

Il termine “guerra civile”, ancora oggi (anche se molto meno), suscita scandalo tra le vestali dell’antifascismo e del partigianato. Quando il Pavone fece i suoi studi storici sul periodo fu il primo a sdoganare il termine “guerra civile”, contrapponendolo al termine “lotta di liberazione” che voleva, e vuole ancora oggi, far apparire la stragrande maggioranza del Popolo Italiano in una partecipazione di massa che in effetti non è mai avvenuta.

La tesi di Pavone fu che la Resistenza non dovesse essere letta solo come un movimento di liberazione contro l'occupazione nazifascista bensì come tre guerre in una: quella patriottica (contro i tedeschi), quella di classe (contro il padronato) e quella civile (contro il fascismo repubblicano). Dunque la guerra civile per Caudio Pavone rappresenta solo una delle tre componenti, sebbene prevalga sulle altre due fin dal titolo dell'opera, poiché offre una chiave di lettura di carattere generale e sottrae alla pubblicistica fascista e parafascista l'uso strumentale, e nelle intenzioni provocatorio, di una constatazione di fatto.

A mio parere questa tesi acquista valore quando ricorriamo alla monumentale storia del Fascismo di Renzo De Felice, la quale ben maggiore scandalo negli ambienti dell’antifascismo militante suscitò a suo tempo. Il direttore Mieli ricorda l’ostracismo studentesco dei sessantottini alle sue lezioni, ma se quello era un fenomeno soprattutto dettato dal fanatismo imperante all’epoca tra i giovani, ben più colpevole fu, ma lo è ancora adesso, l’ignoranza storica che la scuola italiana dedica ai fatti del novecento, con particolare riferimento al Fascismo, origini, ascesa e storia.

La “revisione” storica sul Fascismo di De Felice ha consentito agli storici onesti di superare il conformismo storico resistenziale. Quali sono secondo me le tesi storiche del De Felice che hanno consentito quest’analisi?

Innanzi tutto l’origine del Fascismo, considerata dall’antifascismo bieca reazione e invece dal De Felice: una rivoluzione dei ceti medi vecchi e nuovi, nata dalla sinistra interventista mussoliniana e dal nazionalismo che solo in un secondo tempo, dopo gli errori socialisti, ha coinvolto la Monarchia e il Capitalismo nostrani e quindi, a cascata, burocrazie ed esercito. Naturalmente semplifico perché non è del Fascismo che voglio parlare.

Cerchiamo di esaminare invece la tesi del Pavone sulle tre guerre.

Quella patriottica contro i tedeschi: avvenuta solo nelle zone occupate, fu dovuta in massima parte alla precipitosa fuga dei Savoia da Roma, ma soprattutto all’ex Fascista Generale Badoglio, in fuga anche lui, dimentico di un qualsivoglia ordine all’esercito prima (come sarebbe stato intelligente fare) e dopo l’armistizio con gli anglo americani.

Centinaia di migliaia di soldati impegnati su più fronti furono abbandonati al loro destino. Quelli che ebbero la fortuna di tornare in Italia, inizialmente optarono per le proprie case, poi, con l’occupazione Nazista che gli avrebbe fatto reindossare la divisa, salirono sui monti unendosi agli sparuti gruppi della Resistenza politica guidata dagli ex fuoriusciti, quasi tutti di sinistra.

Anche le formazioni indipendenti nacquero con l’apporto determinante di ufficiali, presenti per altro pure nelle formazioni Azioniste e Socialiste. Occorre anche dire che sovente le formazioni indipendenti furono osteggiate, anche con le armi, da quelle Comuniste.

Comunisti che furono protagonisti assoluti nella seconda: la guerra di classe che fu essenzialmente il tentativo da parte delle sinistre, ma soprattutto del PCI, di trasformare la Resistenza in una rivoluzione di stampo marxista con un collegamento stretto con l’Unione Sovietica. Ispirando, forse anche solo involontariamente, i protagonisti dei crimini che si protrassero nel dopo guerra. Inoltre il mito della “resistenza tradita” fu uno degli elementi ideologici negli anni 70 del brigatismo rosso.

Infine la terza guerra: quella con il Fascismo repubblicano. Fu essenzialmente una guerra civile, negarlo è antistorico, dal momento che il fascismo, che nel 1938 contava sul consenso della stragrande maggioranza degli italiani, anche volendo, non poteva squagliarsi come nebbia al sole. Venti anni di Regime avevano creato una nuova classe dirigente, inoltre, larghi strati giovanili erano stati educati al Fascismo. Per cui la lotta allo straniero tedesco sbandierata dagli uni, era interpretata, dagli altri, allo stesso modo per gli anglo americani, che tra l’altro erano i nemici legali.

Su queste tre guerre si inserisce una quarta guerra: quella della “zona grigia” e cioè della maggioranza italiana del ‘43, stanca della guerra ormai irrimediabilmente persa, ma anche diffidente del partigianato per le rappresaglie nazi-fasciste che questo provocava. Solo all’inizio del 1945 quasi tutti gli italiani della “zona grigia” diventarono antifascisti.

Quando oggi, a sproposito, si parla di valori della Resistenza per appoggiare questo o quel Partito oppure, come nel caso di questi giorni, per il Referendum Costituzionale, bisognerebbe, prima di stabilire legami impropri, almeno conoscere la storia degli anni che culminarono con la promulgazione della Carta Costituzionale, compresi i tanto mitizzati Padri Costituenti. Parte di costoro si dicevano democratici, ma pensavano alla democrazia del Socialismo Reale Sovietico, la cui “Costituzione” portava la firma di Giuseppe Stalin.

Omaggiare uno storico del calibro di Claudio Pavoni mi sembra il minimo che si possa fare.

Inserito il:02/12/2016 09:14:14
Ultimo aggiornamento:02/12/2016 09:36:58
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