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Aggiornato al 13/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Val Nelson (Vancouver, BC, Canada – Visual Artist) – Rush Hour

 

Articolo di una serie di racconti dell'autore sull'orrore, la paura, il mistero e l'impossibile, ispirati a fatti di cronaca o vissuti personalmente o immaginati nel futuro.

 

L’appuntamento

di Vincenzo Rampolla

 

Mi ero perso tra le strade e i viali della sua città.

Ero in ritardo. La conoscevo appena.

Mi aspettava: lo sapevo. Impaziente com’era se ne sarebbe andata se avessi ritardato.

Quel giorno dovevamo decidere. Attendere oltre il limite l’avrebbe stancata più del solito e non avrebbe trovato il clima favorevole, quel clima che cercavamo entrambi.

Tre volte avevo girato a vuoto. Ero sempre al punto di partenza nella grande piazza che dai lunghi viali dei quartieri di periferia arrivava in centro. All’inizio di ogni viale erano spuntati enormi cartelli stradali di divieto d’accesso. Lampeggiavano. Pulsavano intermittenti e davano l’idea di essere stati installati da poco, forse il giorno prima. Luccicavano al sole di novembre. Inspiegabilmente costringevano le auto a immettersi e ammassarsi all’interno dell’immensa piazza circolare senza poterne uscire.

Chi mi aveva parlato di quelle insegne?

Nessuno, neppure lei.

Da ogni via di accesso nuove auto continuavano a immettersi e si accumulavano, prima veloci e poi sempre più lente rombavano fino a riempire e bloccare l’intero spazio. Disposte in cerchi concentrici come tante tenie colorate con i loro uncini mordevano e graffiavano l’asfalto della piazza.

Ero stato l’unico a scendere dall’auto e a cercare una via d’uscita e a darmi da fare per trovare i vigili e chiedere, sapere, capire, trovare la ragione di quel caos. Sono in ritardo. Siamo tutti in ritardo. Fateci uscire da questo girotondo. Dannati cartelli lampeggianti, sempre accesi. Chi li ha installati. Chi ha lavorato tutta la notte.

Ero l’unico ad agitarsi. Forse il solo a non sapere nulla di quelle novità. Poteva essere un esperimento, un’esercitazione, una simulazione: un solo giorno di traffico caotico, deciso senza informare prima la gente oppure in città lo sapevano tutti e io continuavo a esserne tenuto fuori e le auto si sarebbero buttate nella piazza per gioco, il nuovo passatempo che gli Amministratori della metropoli avevano preparato a sorpresa: ficcatevi nel gorgo della piazza, divertitevi, pigiatevi, incastratevi, strombazzate e vedete come va a finire. Un gioco nuovo. Un gioco per essere felici. Esultate.

Tutti i motori all’improvviso si erano spenti. Un ordine venuto dal Nulla. Udito da nessuno, eseguito da tutti che aspettavano in silenzio, immobili, imprigionati davanti e dietro tra i brandelli della tenia. Dall’aiuola al centro della piazza era emersa una squadra di vigili, automi dai volti madidi e paonazzi, imbottiti nelle loro divise blu scuro. Guizzavano dal loro vermicaio, si agitavano, si inarcavano scomposti.

Corsi verso di loro. Le gambe dolevano e si scontravano contro i fari e urtavano i paraurti delle auto. Impossibile raggiungerli. Feci allora a modo mio. A fatica ero salito sul cofano della mia auto, mi ero insozzato l’abito e infuriato e scalmanato con lunghi balzi presi a muovermi velocemente sui tetti di quelle auto ammassate in cerchio.

Chi osa ostacolare la mia corsa.

Senza preavviso, le auto si erano rimesse in moto, ancora una volta spinte da un ordine caduto dal Nulla e udito da nessuno e mi portavano dalla parte opposta sempre più lontano dalle squadre blu dei vigili. Trascinato senza scampo ero pronto a saltare a terra e nuovamente, senza alcun segnale, un nuovo ordine potente e misterioso aveva bloccato il traffico. Con le mani a imbuto attorno alla bocca urlavo verso i vigili, mi scalmanavo. Cercavo a ogni costo la loro attenzione. Mi ignoravano.

Ero stato l’unico ad avere abbandonato la propria auto, forse il solo a non avere capito le regole da seguire. Chi me le aveva dette. Eppure erano molte le auto che arrivavano da altre città e stavo per convincermi che non potevo continuare a essere ignorato. Dovevo anch’io entrare a fare parte del gioco. Anch’io volevo essere coinvolto. Vedevo la mia auto, da lontano, intrappolata nella morsa delle altre. Si trascinava e rimbalzava accartocciata e strisciava in un’incessante singhiozzare di ferraglie, all’oscuro delle regole del gioco.

Solo i guidatori restavano immobili, fantocci seduti con le braccia incollate al volante ammucchiati nella loro prima lezione di guida. Da tutti i finestrini saliva intanto una stessa melodia dolce e inebriante, in un concerto che all’unisono aveva ipnotizzato la piazza. Anch’io ero stato travolto. Rapito, incantato, ammaliato da quelle note mi sono lasciato trasportare dal gioco a sorpresa. Mi sono abbandonato a quel divertimento che stregava. Ho seguito gli altri e mi sono seduto sul tetto di un furgone, le gambe incrociate ciondolanti sul parabrezza. Coprivo la vista al guidatore stordito confuso incollato al suo volante. Ero anch’io alla mia prima lezione di guida e come un manichino, immobile, ho atteso che sempre più fitta la nebbia e il buio coprissero il mio incolmabile ritardo.

 

Inserito il:07/08/2019 18:37:25
Ultimo aggiornamento:07/08/2019 19:09:40
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