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Aggiornato al 08/05/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Tracy Linn Pristas (Denver, Colorado) - Hope Feathers

 

La favola del colibrì

di Alessandra Tucci

 

Era una calda giornata estiva, caldissima più che calda. Bollente.

 Di quelle in cui non si ha neanche l’energia di pensare che forse un qualche pensiero sarebbe pure il caso di pensarlo. Così, tanto per diversificare l’apatia. Vivificare la flemma insomma.

Gli animali giacevano tutti all’ombra di qualcosa, anche il filo d’erba se l’erano giocato a dadi. Insieme al manto. La savana ha spazi ampi ma frescure circoscritte.

Niente ammucchiate però, per carità, in quella specie di giungla dal nonsenso predatorio di tolleranza non è che ce ne fosse in quantità.  Zampa a zampa sì, ma senza sfiorarsi che i predatori non ammettevano alcuna confidenza da parte dei predati.

Non che in quella specie di pentola a vapore avessero una qualche velleità di cacciarli, non avevano energie neanche per spostarsi. Figurarsi. Giusto le rane le avevano trovate le energie per darsela a zampette,si erano un po’ stufate di farsi bollire a fuoco lento dal primo che si presentava ad adularle portando loro in dono panem et circenses. Quelle nel trabocchetto della pentola venduta per ristoro c’erano già cascate, per quanto le riguardava poteva più che bastare.

Che facesse caldo non è che sorprendesse in realtà, il caldo lì era la tassa fissa da pagare che non conosce oscillazione. Ma questo era un caldo strano, diverso, saliva con il discendere del sole. Incomprensibile.

E nei paraggi non c’era neanche la volpe a mettere a disposizione di quel consesso di vigorosi benpensanti il suo acume ad offrire una qualche soluzione. Magari, volesse il cielo, la formula magica della salvezza. A dare una svegliata con un qualche lampo di intuito, una qualche spiegazione a quell’aria che ammazzava velleità voglie e istinti primordiali. Anche la volpe se n’era già bella che andata, questo è quanto.

C’era il fumo, questo sì, quanto se ne voleva. Nero, denso, fastidiosamente acre. Profondamente irritante. E non è che i predatori in quel circolo di forestali anonimi ma boriosi non fossero facili all’irritazione, una foglia calpestata male e quelli scattavano su come belve. O facevano scattare le compagne che era meglio, meno faticoso. O un qualche ringhio, ad ammansire bastava anche solo quello.

In questo caso a onor di cronaca levavano latrati e mugolii più che ringhi. Che ricadevano sistematicamente loro addosso.  Insieme a laute manciate di cenere.  Ad imbiancare. Criniere, peli, piume, erba, foglie. Quelle rimaste.

A volte la manna, tal altra la cenere. Ad ogni buon conto, è sempre il cielo a far piovere allerta e soluzione. Dritte in testa, mai sia che si diano tutti una svegliata.

Ma quelli rimanevano comunque tutti acquattati.

Re e corte intera non davano cenno di una qualche regale iniziativa che desse un senso al loro comandare. Tutti gli altri zitti e muti quindi, una disobbediente sgranchita di zampe magari verso un filo d’acqua a rinfrescarsi non sapevano proprio come motivarla. Non sapevano scrivere, figurarsi se sapevano firmare la propria giustificazione. A respirare.

Niente rane, nessuna volpe, la leonessa s’era stancata di quel reuccio imbelle che si lasciava imbiancare la criniera senza alitare e se n’era andata e farsi lucidare la peluria. Magari, rimessa a nuovo, rimorchiava un maschio un po’ più aitante nella selva più vicina, quella oscura.

Non si capisce cosa chi come, non si capisce da dove sia arrivato il guizzo di prestanza, eppure il re leone e il suo team di predatori di fiducia sono scattati in un lampo tutti sulle zampe. Così, all’improvviso e in contemporanea, dritti e bruciacchiati.

Cos’era tutto quel caldo che li stava abbrustolendo?

Anzi che finalmente una domanda se la sono fatta.

Si sono guardati attorno e si sono pure illuminati: un incendio pauroso gli stava deforestando la frescura, un’altra mezza dozzina di minuti di bivacco nella siesta pomeridiana e finivano deflorati pure loro. Con tutti i gingilli e gioielli di famiglia.

Il re dal cuor di leone fu il primo. Dritto verso il grande fiume, a zampe levate. Doveva pur aprire la strada e guidare sudditi e reggimento intero. Al fugone.

Al seguito regale la fauna tutta intera. Elefanti, zebre, rinoceronti, gazzelle, tigri, antilopi. Insomma, tutti.

Tutti e il Colibrì nella sua nota prestanza di due grammi.  Scarsi.

Solo che tutti si catapultavano in direzione acqua, il colibrì volava verso le fiamme.

Un suicidio quello suo che non andava per niente a genio a quel genio del re leone e alla sua scorta: se quell’uccelletto lanciava la moda dell’harakiri collettivo a loro non rimaneva più carne fresca da (far) predare.

Un ringhio quel “dove vai!” quando il colibrì passò sulla criniera regale.

Una grassa risata in risposta alla risposta dell’uccellino.  E viene assai difficile questa volta non associarsi all’ilarità regale, quel moscerino era esilarante nel suo grottesco mettere in scena l’impossibile. Per chi non mette in gioco il cuore.

Mentre tutti giacevano inerti e liquefatti, il colibrì si era tuffato nel fiume più vicino. Ed ora stava volando sulle fiamme. A lasciar cadere la goccia d’acqua raccolta durante l’apatia generalizzata.

Ottimo, bravo, da applauso.

Come pensava di riuscire a spegnere le fiamme quella pulce volante? Intendeva farlo da solo?

Solo però non lo rimase a lungo.

Incurante di ironia scetticismo e sarcasmi vari, il piccolo colibrì scosse le sue alucce e si rimise al lavoro.

Giù nell’acqua, su nel cielo, dritto verso l’incendio, giù la goccia d’acqua sulle fiamme.

Da ovazione insomma. Non foss’altro per quel suo incedere cocciuto tra le fiamme e il fumo. Controcorrente come tutti i supereroi che si rispettano. Quelli dei fumetti, sia chiaro, giusto lì ormai se ne trovano ancora.

Solo che i fumetti nella Savana se li erano passati un po’ tutti i piccoli. Sottobranco.

E uno ad uno, forti dell’esempio, si sono affiancati all’uccellino. Tronfi e fieri. Incoscienti insomma, di quell’incoscienza che ti scortica il pelo per l’irritazione. Perché lo sai, oh se lo sai, che prima o poi li devi imitare se non vuoi fare la figura del meschino.

Ma torniamo ai piccoli che i grandi sono sempre gli ultimi ad arrivare. Alla soluzione.

Un elefantino si staccò dalle massicce sottane della madre e si precipitò – con i tempi della sua prestanza – a dare il proprio contributo con la proboscide. Proboscidina. La immerse dentro il fiume e aspirò, aspirò, aspirò. Per risputare subito dopo tutto sul cespuglio più vicino, spegnendo almeno lì quel fuoco inceneritore.

Senza nulla voler togliere al beccuccio del colibrì, dal cielo e grazie a lui arrivò anche il beccone del giovane pellicano. E poi il pelo dell’imberbe leoncino che lui inzuppò per benino e si scrollò di dosso. Accanto al fuoco. E il manto del tigrotto, lo zebrotto quasi ci si giocò le strisce, quelle nere, nell’avvicinarsi quanto più possibile alle fiamme, la gazzelletta fece quello che poté ma comunque non si tirò indietro. E il rinocerontino, la piccola antilope, la scimmietta con le zampe a cucchiaino, il leopardino. L’aquilotto ci arrivò dritto dai monti a dare una mano, in picchiata e senza indugiare un solo istante. Lì c’era una festa, era tutto in movimento.

Una festa, sì, tutti i cuccioli erano al lavoro. Quello che accresce, l’operare in sinergia e con leggerezza seguendo l’intuito e non la ragionevolezza.

C’è solo da immaginarselo l’orgoglio che lampeggiava negli occhi delle mamme. Altro che quelle mezze calzette di maschi con i quali si erano accoppiate. Tolsero ai piccoli bavagli e bavaglini che li intralciavano e gli si affiancarono nel pompare e sparare acqua e riscatto. Con tanto di scacco. Quello matto.

Il re leone adesso più che sarcastico era indispettito. E quella tigre c’era venuta pure dal bengala a biascicargli nell’orecchio destro tutta la vergogna della scena. Apocalittica, un quadro da fine del mondo, qui si rischiava uno stravolgimento epocale.

Che femmine e poppanti salvassero la situazione era inaccettabile.

Inconcepibile che la parte debole del sociale si arrogasse il diritto ad osare, il coraggio di reagire. Agendo col cuore. In sinergia oltretutto, intollerabile.

Troppi grilli in circolazione, un attimo di distrazione e quelli entravano ad imbottire quelle teste e testine scellerate di tutte le sciocchezze faticosamente bandite dal reame. Già se li rivedeva in fila a manifestare per l’equità sociale, la pace, la tolleranza, la cooperazione, la libertà, l’autodeterminazione. Ma manco per niente, lì vigeva la legge del potere, quello del (autoproclamatosi) più forte. E tale doveva rimanere la situazione.

Niente, c’era da scendere in campo. Subito. E riprendere scena e controllo. E muti tutti quegli sfaticati smidollati che aveva al seguito, al lavoro e in fretta.

Al calare della sera, le stelle tutte accese, l’incendio era completamente spento.

Figurarsi se a catastrofe scampata il re leone non si affrettava a indire immediato un festone per accentrarsi meriti ed onori con la nota arte del lisciare il pelo altrui per lucidare il proprio.

Commovente il suo discorso alla folla, regale.

Il colibrì gli stava accanto, alquanto perplesso. Sul finale è quasi stramazzato.

Niente più violenza, nessuna predazione. Fratelli tutti in pacifica convivenza. Fratello leone e sorella gazzella, certo. Tutti vegetariani.

Anche il bradipo, che questo velocista di intuito non è, ha avuto un attimo di esitazione nell'acclamazione collettiva. Leone e tigre che si passano l’aceto per insaporire l’insalatina? Assolutamente credibile.

E il colibrì.

Dopo lo scacco matto dato al re e ai capetti vari di quello strambo consesso di cervelloni, ha rifiutato la stoffa del gran capo ed è volato via, da vero leader.

È tornato a planare. Su, dall'alto. Per mantenere viv(id)a la sua visione, quella (di) insieme.

E non smettere di andare oltre, nell'unione. Senza mai esitare.

 

 

Inserito il:17/04/2021 10:01:25
Ultimo aggiornamento:17/04/2021 10:29:35
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