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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Johann Heinrich Lips (Kloten Zurigo, 1758-1817) - An Allegory of Friendship - 1789

 

Il baule dei ricordi. Quando l’amicizia non finisce mai

di Gianni Di Quattro

 

L’amicizia è il sentimento più bello e può essere bellissimo quando è sincero e profondo. Un sentimento che non è condizionato, come è l’amore, da passioni o emozioni. Del resto l’amore è una forma di amicizia più fragile, perché gli elementi che lo sostengono sono molteplici, più complicati e, appunto, più emotivi. È interessante notare come da una amicizia può nascere un amore, ma molto più raramente viceversa.

E poi, a differenza dell’amore, l’amicizia è caratterizzata dalla durata e, infatti, se non si verificano fatti traumatici naturali e, soprattutto, nessuno dei componenti il rapporto di amicizia viene assalito da desideri che lo portano a scavalcare ogni cosa, può non avere mai fine al contrario dell’amore che per sopravvivere e durare a lungo deve continuamente trasformarsi perché non potrebbe vivere senza una continua innovazione. E per questo l’amore richiede un impegno culturale più forte, mentre l’amicizia è più naturale, come dimostrano i sentimenti che, per esempio, gli animali riescono a dimostrare.

L’amicizia non ha genere e non è condizionata dal sesso, anche se la storia racconta più casi di amici dello stesso sesso, ma il mondo cammina è questo oggi diciamo che è meno vero. Infine, i rapporti di amicizia possono nascere più facilmente se tra i soggetti c’è una condizione di parità, comunque sono possibili anche in presenza di altri rapporti come, per esempio, quando uno è il capo di un altro ed in questo caso l’impegno non solo sentimentale, ma soprattutto intellettuale è sicuramente maggiore (c’è una barriera da superare).

Detto tutto questo e tornando all’inizio del nostro ragionamento, l’amicizia è bella perché arricchisce, consente la ricerca naturale di complicità e solidarietà, dà sicurezza e fiducia, fa vedere il mondo attraverso occhi non prigionieri della paura come capita a tanti, ma confortati dalla costatazione di essere nella vita e di camminare insieme.

Molti grandi pensatori e poeti ci hanno più volte detto che ciascuno di noi dovrebbe misurare il valore della propria vita dalla quantità di amici acquisiti nel percorso, piuttosto che dagli anni trascorsi o dai luoghi del mondo visitati o dalla quantità di denaro accumulata (forse soprattutto).

Io amo l’amicizia e amo gli amici e sono fiero di potere contare su alcuni di essi che lo sono quasi da sempre e che lo saranno sempre sino a quando uno di noi avrà la cognizione della vita. Un esempio? il mio amico Peppino Perrotta.

Ci siamo conosciuti alla fine degli anni 50 perché lavoravamo entrambi alla Olivetti e siamo stati inseriti in uno stesso corso di formazione, quel corso che ci ha proiettati nel mondo degli elaboratori elettronici, poi della informatica e oggi, si dice, della tecnologia perché non sono più possibili definizioni parziali di fronte al grande fenomeno della integrazione.

La simpatia è stata immediata, io siciliano, lui nato in Sicilia ma romano di adozione e di formazione, lui già sposato ed in attesa dei suoi primi figli (gemelli), lo stesso percorso di studi, lo stesso approccio alle cose, lo stesso amore per fare ironia e giocare sempre anche quando i momenti sono difficili e impegnativi. Da allora, come si usa dire, non ci siamo più persi di vista, abbiamo camminato insieme e anche in modo separato, ma sempre ci siamo cercati per ascoltare l’opinione dell’altro in ogni circostanza professionale e anche personale, per avere suggerimenti e per cercare insieme di risolvere un problema di fronte al quale uno dei due si trovava.

E quando uno di noi ha avuto un problema personale, o ha dovuto o voluto prendere una decisione importante, l’altro c’è sempre stato.

Gli episodi (anche buffi) che nella nostra amicizia sono capitati in così tanti anni sono ovviamente innumerevoli (alcuni difficili da raccontare).

Per esempio, i cavalieri di Vejo (città etrusca dove Peppino aveva silos riadattati, tanti oleandri e un teatro come se fosse stato greco) inventati da Peppino stesso e che riunivano annualmente le teste migliori (comunque le più simpatiche) della informatica italiana (tra spettacoli di artisti di strada e buone bevute). I cavalieri avevano persino fatto inalberare l’allora Ministro della Pubblica Amministrazione, l’abruzzese Gaspari quello che riceveva al mattino della domenica in vestaglia il suo elettorato nella sua villa al mare, che aveva visto (passando in una sua visita pastorale) in uno stand della Fiera di Roma dedicata appunto alla Pubblica Amministrazione, il personal computer “empty” e un bidone per la spazzatura con l’indicazione “tecnologia avanzata” (presentati appunto dai cavalieri).

L’elaboratore venduto da me e Peppino al delegato di un importante cliente romano in una lunga notte in un vecchio tabarin milanese (l’Olimpia di Piazza Castello, adesso c’è un supermercato), naturalmente al posto di una noiosa visita ai laboratori per verificare lo stato dell’arte del sistema e del suo funzionamento. E le tante feste (settimanali) nella casa che a Milano dividevo con il mio amico Nicola. E poi le tante cene con amici, i tanti incontri, le tante occasioni per discutere, progettare, inventare, fare cose.

E la voglia sempre di capire, di partecipare, di aiutare (lo ha fatto più lui nei miei confronti che viceversa, ma questo misura solo il fatto che Peppino ha avuto più meritato successo grazie alla sua intraprendenza e al suo coraggio, oltre alla sua capacità).

Quando penso all’amicizia che non finisce mai, penso al mio amico Peppino, penso che è vero, è bello, di come è la vita se sono i sentimenti a guidarla e non solo gli interessi o altri valori così tanto di moda.

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Inserito il:07/07/2017 10:07:36
Ultimo aggiornamento:07/07/2017 10:14:36
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