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Aggiornato al 23/03/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giampaolo Ghisetti (1944 - Venezia) – Amiche - Olio

 

Abracadabra

di Maria Rosaria Pugliese

 

In un afoso pomeriggio di luglio, il cielo di un azzurro biancolino, due signore, giovani e attraenti, si stavano recando all’ospedale di una cittadina del nord-est d’Italia, distesa come un lenzuolo spiegazzato, sulle pendici estreme dei Monti Berici.

Sembravano sorelle. Stesso portamento armonioso, stesse guance alte e labbra piene, stesso profilo, identici i Ray-Ban con le lenti verde america, tutt’e due abbronzate, solo il pagliaio di capelli biondi ad una incorniciava il viso con romantiche onde, all’altra declinava scarmigliato verso la fronte  con effetto “così mi sono alzata dal letto”.

“Perché inerpicarci qui sopra, Magda?  Sarebbe bastato fermarci in farmacia per farmi controllare la pressione: sarà caduta in picchiata a causa di questa calura” disse Elvira che per qualche secondo aveva visto, di là della frangia  ribelle, il mondo  girare come una giostra.

“Sei ancora pallida. Non bisogna mai sottovalutare un malore. E’ meglio passare per l’ospedale. Una struttura di prim’ordine, vedrai. Vengono persone da ogni parte del mondo  a curarsi …”.

“Ma, sto bene adesso …”.

“Siamo arrivate”.

L’amicizia tra Elvira e Magda, che si conoscevano sin da quando al mare indossavano il costumino-pannolino, non era venuta meno né con la fine degli studi, né col matrimonio, e neppure col cambiamento di città di Magda, che da quindici anni si era trasferita, con il marito, a mille chilometri dall’amica del cuore,  in un posto dove l’efficienza dei servizi e il buon vino consolava delle zanzare che d’estate non davano tregua e del freddo che, nei mesi invernali, raggelava  perfino il fiato.

Nelle telefonate che frequentemente si scambiavano, ad avere il sopravvento lungo il filo erano i problemi, le ansie, le soddisfazioni quotidiane, uguali a ogni latitudine, ma quando l’una faceva visita all’altra, la distanza e il tempo trascorso si azzeravano, e tornavano i ricordi dell’adolescenza, di quando la vita era orizzontale. Con le lenti deformi della nostalgia rivedevano luoghi, avvenimenti, e il passato si ripresentava attraverso immagini vivide come farfalle ti ricordi quando mettemmo il sale anziché lo zucchero nella torta di compleanno di zia Giulia? ... il lido delle Ginestre c’è ancora?... la rotonda dove  si ballava sulla mattonella … quella volta, era Ferragosto? in spiaggia … la pioggia venne giù improvvisa,  a catinelle …  tutta la comitiva con gli asciugamani in testa … sembravamo fachiri   …  ma il brutto fu quando tornammo  a casa bagnate  fradice … per tre giorni il mare  lo vedemmo solo in cartolina …

L‘ospedale si ergeva su un colle. Un tempio moderno, maestoso, che dominava la pacifica cittadina così come il Partenone sovrasta la capitale ellenica.

Il Pronto Soccorso era al piano terra dell’edificio principale. La vetrata si schiuse come per magia, davanti alle donne, che subito scorsero un plotone di medici e d’infermieri, odorosi di laboratorio, schierato come una milizia.

I camici bianchi - ciascuno con la targhetta recante il nome e la qualifica - le circondarono, simili alla corte di camerieri, maitre, sommeliers dei ristoranti di lusso che si affollano attorno agli avventori appena questi  incautamente mettono piede nel locale.

“La mia amica si è sentita male - annunciò Magda, tutta preoccupata - è quasi svenuta …”

“Solo un capogiro, qualche istante di vertigine …” ridimensionò Elvira, indirizzandole un’occhiata di fuoco, e già, silenziosamente scivolava verso di lei una barella sulla quale fu invitata a stendersi. All’altra signora fu chiesto di accomodarsi in sala d’attesa.

“Tienimi la borsa” disse la recalcitrante alla premurosa accompagnatrice, e si consegnò. Fu condotta nell’ambulatorio, dove erano ordinatamente parcheggiate decine di lettighe pronte ad accogliere i pazienti di passaggio.

Dapprima sdraiata supina, poi seduta un po’ piegata in avanti, Elvira fu visitata con estrema meticolosità. Le fu chiesto di trarre profondi respiri, e di tossire, mentre le auscultavano cuore e polmoni.

Dita leggere e sicure le tastarono il collo, in più punti.

Poi toccò all’addome, palpato a fondo, in lungo e in largo.

Senza preavviso, uno dei dottori le sollevò la gamba destra puntandola in alto, verso un punto indefinito. Fece lo stesso con la sinistra, poi le ordinò di ripetere il movimento, alternando gli arti.

La donna che, da quando era nata, non era mai stata visitata così, ogni tanto obiettava debolmente: “Si è trattato solo di un giramento di testa. Ora mi sento bene, benissimo.”

Le sue rimostranze non riuscivano, però, a spegnere l’entusiasmo dei camici bianchi che continuavano ad accalcarsi, a premere, a spingere, a tirare, cercando chi sa che cosa. Non sentì neppure l’ago della siringa, che le prelevò un campione di sangue.

Quando tutto il campo fu rastrellato e arato, vi fu una specie di ripasso generale, ancor più scrupoloso del primo esame, caso mai fosse stata trascurata qualche cellula. E intanto le chiedevano se era nata a termine della gravidanza, cosa avesse mangiato nell’ultimo pasto, indagavano sulla regolarità del suo alvo, cercavano di scoprire eventuali allergie al polline tra i progenitori, insomma non si davano per vinti.

Alla fine dello scandaglio fisico e del terzo grado cognitivo, quello che sembrava il capo dell’équipe, sentenziò con voce piatta: “Bene, bene. E’ stato evidentemente un episodio d’ipotensione…oppure…un disturbo neurovegetativo, del vago per intenderci”.

Elvira si allarmò, da sempre  convinta che dietro la parola vago si nascondesse tutta l’ignoranza della classe medica.

“Nulla di grave, comunque - continuò il dottore - entro pochi minuti avremo i risultati delle analisi …”.

S’interruppe di botto.

Scortato da uno stuolo di giovani assistenti, stava entrando nella sala un medico alto e magro, eretto come un’aquila, capelli candidi, occhiali senza montatura. Perfino le Piramidi si sarebbero inchinate davanti a lui, tale era il rispetto che suscitava. Doveva essere il Primario.

Tutti i presenti - eccetto Elvira - scattarono sull’attenti.

L’uomo, che sembrava avere un altissimo concetto di sé, fece una mezza piroetta, mimò un inutile baciamano, e chiese alla paziente, con tono raffinato: “Come si sente, signora? Sono stato informato del suo arrivo.”

“Informato del mio arrivo?” In un lampo, le fu tutto chiaro: ecco il perché dell’ammucchiata bianca attorno al suo corpo. Era stata confusa con un’altra persona! Un’esperienza del genere l’aveva vissuta l’anno prima nella sua città. E ne sorrideva ancora.  Era accaduto nel reparto abbigliamento di un grande magazzino, dove di norma vige il fai da te: il cliente sceglie, prova il capo nei camerini - in genere spazi  assai ristretti dove a fatica ci si può rigirare - e se vuole misurare  un’altra taglia è costretto a rivestirsi per andare a procurarsela,  dato che il personale è sempre affaccendato dalla parte opposta del piano.  Quella volta uno sciame di commesse sorridenti l’aveva accudita negli acquisti più ossequiosamente delle venditrici a provvigione che circondano Pretty Woman durante il suo shopping spudorato. Al momento di pagare, poi, c’era stato un problema con la carta di credito, e il coro cinguettante l’aveva rassicurata di non preoccuparsi …

“Rassomiglio forse a una donna famosa, importante?” aveva chiesto al marito, un po’ lusingata, da quell’inspiegabile deferenza.

“Hai l’aria di una persona ricca, ecco tutto” era stato il commento di lui, impagabile nello  smontare   illusioni e trarre conseguenze.

 “Mi sembra una stupidaggine” aveva tagliato corto lei.

Decise di stare al  gioco con lo spedalingo, senza chiarire l’equivoco, perché di equivoco doveva trattarsi.

“La ringrazio, Professore, ma non era il caso, che lei s’incomodasse. Mi sento veramente bene.”

Il Medico tossì leggermente per schiarirsi la voce, si aggiustò gli occhiali e, affermò, oracolante: “Le sue analisi sono perfette. Tuttavia, prima di rimandarla a casa più sana e più felice (!) occorre qualche altra indagine. Sa, è il protocollo.”

Il protocollo!  Elvira sapeva che, di fronte a questa parola, non c’è argomento che tenga.

Disse solo: “Francamente, non ne vedo la necessità.”.

Il Primario non la ascoltò neppure. Girò nuovamente su se stesso e concluse, con aria benedicente: “L’affido ai miei  collaboratori. E … mi saluti la sua incantevole città. Che cielo! che sole! che mare!”

S’ allontanò fino a sparire  in una nuvola di sufficienza.

“Allora?” chiese affettuosamente Magda fuori dell’ambulatorio.

“Non ho niente.  Mi stanno rimaneggiando come una ricotta. Secondo me, esagerano. Loro dicono che è la procedura.”

“E non sei contenta? E’ tutto gratis! Tu non sei abituata all’efficienza, alla professionalità  di queste parti, perciò ti sorprendi.”

“Già … dalle MIE parti, invece, - replicò sarcastica Elvira - andiamo ancora dallo Stregone …” E fissò l’amica d’infanzia, considerando che era da troppo tempo in esilio …

Un dottore sollecitò la signora a seguirlo, per recarsi, in ambulanza al Reparto di Cardiologia.

“Posso andarci benissimo con le mie gambe.”. Il tono di Elvira questa volta era palesemente infastidito.

“Non è possibile. Il regolamento prevede che il trasferimento dei pazienti da un padiglione all’altro, avvenga sempre e soltanto con le nostre ambulanze climatizzate”.

“ Non sono un’invalida!”

 “Se mi fa i capricci, sarò costretto a chiamare il Professore.”

“Andiamo!” mormorò la donna, con un sospiro di rassegnazione.

Anche il cardiologo aveva l’aspetto di uno specialista d’alto livello, ma a differenza del Primario, non ostentava modi affettati. Un tipo smilzo e simpatico che dopo l’elettrocardiogramma di base, la persuase a sottoporsi alla prova sotto sforzo. Le fece l’occhietto indicando una cyclette nuova di zecca: “La sta aspettando.”

“Trovandomi, certo …” convenne Elvira. Iniziò a pedalare con l’alacrità di un criceto e intanto sentiva montarle dentro una collera fredda, sempre più potente.

Come Dio volle, anche l’esame a tappeto della pompa vitale ebbe fine.  Il dottore visionava i tracciati in silenzio mentre l’infermiere la sbrigliava da quella specie di sedia elettrica.  L’ultimo elettrodo fu staccato e il camice bianco ancora restava taciturno.

“Lei ha un cuore palpitante” esclamò  finalmente il medico.

“Palpitante?”

“Sì, come dire, galoppante.”

“Galoppante? Vuol dire che batte troppo in fretta?”

“Che si sente, ecco.”.

“Non dovrebbe sentirsi?”

“Sì certo. Marcia alla grande voglio dire. Lei sta benone.”.“Forse uscirò dall’ospedale …” sperò Elvira.

“Ah ah ah!” Il viso del cardiologo  improvvisamente si rabbuiò.

“Leggo dalla sua cartella che mi fuma ogni giorno dieci sigarette. A questo punto, le ordino -  badi bene è un ordine, non un consiglio -  la radiografia del torace.”

“ Ma se non ho neppure la tosse!” Inutile protesta.

La fredda macchina dei raggi X scorreva su e giù lentamente dalle spalle ai fianchi nudi di Elvira. Tuttavia i dottori ritennero che soltanto la Tac avrebbe fornito immagini più dettagliate, e allora il corpo intero le fu scansionato a dovere.  Lei non ebbe la forza di opporsi, immobile sul lettino che avanzava a piccoli intervalli verso lo scanner, gli occhi chiusi, rossa come un cocomero.

Scivolò per qualche istante in un dormiveglia gravido di allucinazioni: una dozzina di Frankenstein chini su di lei prelevano, con aghi da calza, i suoi organi, li soppesavano e li quotavano, con pareri diversi, questo rene per me vale trentamila euro … diecimila per le cornee … il fegato è inservibile … la visione orrenda dei sacchetti di plastica trasparenti, che contenevano i pezzi di ricambio, in viaggio verso le banche clandestine d’organi …

Ebbe la sensazione di cadere dal lettino- sarcofago.

Le raccapriccianti allucinazioni l’avevano gelata dai capelli alle piante dei piedi. Non poteva essere. Però era terrorizzata: doveva parlare al più presto con Magda. E soprattutto agire.

Non aveva visto altri ammalati, neppure uno neanche durante i passaggi, nel cellulare, da un edificio all’altro.  Il nosocomio pullulava di camici bianchi, ma i pazienti dov’erano?

Nella sua città i degenti affollavano le corsie, gli ambulatori, i corridoi, gli ascensori degli ospedali. Sostavano sulle scale.

Si affacciavano alle finestre per salutare i parenti.

Si scambiavano visite. Raccontavano barzellette. 

Malati sì, ma VIVI!  Visibili.

Il radiologo scrutava, le lastre che svelavano, in tutte le dimensioni, il corpo sano di Elvira.

Parlò con tono paterno: “Problemi non ve ne sono…fortunatamente…per adesso. Bisogna, però, dare un taglio alle dieci sigarette quotidiane. Prevenire è meglio che curare, non le pare?”

Lei fraintese le ultime parole ritenendo che fossero una specie di congedo e stava per accomiatarsi, ma si sbagliava.

 “A proposito di prevenzione, sa che quest’ ospedale è anche centro d’eccellenza per le diagnosi precoci dell’apparato genitale?”

“Ho fatto un mese fa, il pap test e la mammografia.”

“Non basta! Non basta! E la colposcopia? L’isteroscopia?”

Il medico non si fermava più.

“E’ un incubo. Potrei sferrargli un calcio per provare a svegliarmi. Ma se faccio una scenata, mi ritrovo dritto sul lettino dello psichiatra. Meglio accondiscendere ed escogitare qualcosa…”

“Gravidanze? Aborti? Che metodo contraccettivo usa, signora?”

Il ginecologo voleva sapere tutto, anche il più insignificante dettaglio delle vicende occorse al suo apparato genitale.

Rispondeva con finta calma: la mente rivolta a trovare una via di fuga.

Aveva notato che l’ambulanza percorreva sempre lo stesso vialone alberato, svoltando a destra o a sinistra, a secondo della destinazione.  Il mezzo rallentava in prossimità della terza fila di edifici, a causa di un avvallamento del suolo. Era lì che bisognava tentare …

Quando anche l’odissea teorica e pratica della regione ancestrale finì, lo specialista tentò la battuta: “La prima culla è a posto!”

Elvira non capì subito. “La prima culla? Ma si, certo. Complimenti per la metafora, dottore, è molto appropriata. Lei è un poeta.”

“Dice? Effettivamente, da giovane, mi piaceva comporre versi. Poi, sa, i casi della vita ed eccomi qua a fare il ginecologo.”

“Già, i casi della vita…” ripetè la donna, abbassando lo sguardo sulla scrivania.

Rialzò la testa e incrociò lo sguardo del poeta. L’immagine della prima culla, sospesa fra loro a mezz’aria…

Elvira era miope: la visita dell’oftalmologo si rese  indispensabile.

“Riesce a leggere l’elenco telefonico senza occhiali?” le chiese un ometto quattrocchi, magro come uno stecco, coi capelli che gli ricadevano sopra gli orecchi.

“Ho dodici paia di occhiali e due di lenti a contatto … porto sempre gli occhiali anche  quando non è necessario … perché senza non sento …” specificò  subito lei.

“ ???? ”

“ Quando sono al telefono, per esempio, se non ho gli occhiali, non riesco a sentire chi sta dall’altra parte …”.

Voleva essere sfottente, Elvira, ma fu un boomerang: il quattrocchi la spedì subito dal collega otorino.

Nel passaggio da un ambulatorio all’altro scorgeva Magda nell’ingresso, compostamente seduta, così come l’aveva lasciata, immune dalla deriva clinica.

Cercava di attirarne l’attenzione, ma era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevano giocato ai mimi e non riuscivano a intendersi.

Magda equivocò lo sbracciarsi di Elvira di là della vetrata, e le fece avere la borsa tramite un inserviente. In un altro ambiguo incrociarsi, sorridendo senza capire, le indicò la toelette.

Quando fu trasferita al Reparto di Dietologia, perché leggermente in sovrappeso, ebbe un’illuminazione. E gioco sporcò.

“Anche alla mia amica, la signora che mi ha accompagnato farebbe piacere una dieta personalizzata.” In un lampo  Magda fu prelevata dalla sala d’aspetto, e le due donne si ritrovarono  di nuovo insieme.

Una flottiglia di dietologi e nutrizionisti attraverso algoritmi e abracadabra, determinò la composizione corporea di entrambe.  Mentre il dietista elaborava al computer la dieta che, in una settimana, le avrebbe trasformate in silfidi, Elvira sussurrò a Magda: “ Dobbiamo fuggire … ti spiegherò poi ...” L’amica annuì.

L’ambulanza diretta alla Dermatologia imboccò lo stradone deserto.

“Tieniti pronta al mio segnale.”

Quando il veicolo rallentò, ci fu solo uno sguardo d’intesa tra le passeggere. Con un movimento sincrono spalancarono il portellone, che per fortuna non era chiuso a chiave, un balzo e furono giù.

Passarono attraverso il reticolato, aprendo un varco nella rete e iniziarono a correre a perdifiato.

Né i camici bianchi, né i cani le inseguirono.

A debita distanza di sicurezza, si fermarono per riposare un poco.

“ Tutto questo trambusto mi ha scatenato un terribile mal di testa” disse Magda.

“ Vuoi che ti accompagni all’ospedale?” si offrì Elvira.

Scoppiarono a ridere, e - con ritrovata complicità - presero a correre verso la città, distesa come un lenzuolo spiegazzato, sulle pendici estreme dei Monti Berici.

 

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Inserito il:14/09/2016 13:42:14
Ultimo aggiornamento:14/09/2016 13:46:08
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