Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Longwood House a Sant’ Elena - Ultima residenza di Napoleone

 

Il Verde Canavese

di Cesare Verlucca & Giorgio Cortese

 

Cari amici,

«Cari amici vicini e lontani, buonasera, buonasera ovunque voi siate!» incignerebbe il Nunzio Filogamo, nell’ufficio vicino del quale uno di noi due lavorava nella RAI di Genova; ma noi qui ci limitiamo a sperare vi ricordiate che avevamo iniziato a parlare dei colori come argomento appassionante, partendo dal più vivace, il rosso, che sicuramente richiama caldi sentimenti legati all’amore.

Essendo i colori un argomento più accettabile e gradevole delle notizie che popolano il nostro quotidiano tutt’altro che sereno, abbiamo provato a cercare un luogo legato a un colore, e ce lo siamo trovati alle porte di casa nostra; un comprensorio d’antica fama e di significativa valenza, nel quale entrambi viviamo e ci stiamo benissimo: il famoso Verde Canavese.

Perché lo chiamino così, basta avviarsi nel comprensorio e le verdi piante che lo coprono le troverete in infinite circostanze, ma questo non basta, perché partendo dalla cultura agro-silvo-pastorale in cui il Canavese ha vissuto per millenni, ci si renderebbe conto che l’egregio comprensorio è passato alla scoperta delle miniere e al loro sfruttamento, per arrivare via via alla ceramica, poi all’avvento dell’industria, prima tessile e poi meccanica, quindi all’elettronica e alla telefonia, attività che hanno caratterizzato un’epoca che sta evolvendo con progressione geometrica verso un avvenire tutto da inventare.

Ma il suo colore rimarrà e questo ci apprestiamo a illustrarvi, augurandoci che l’argomento vi interessi. Se così non fosse, aspettateci per un prossimo colore che ancora non abbiamo deciso quale sia.

Il colore Verde nello spettro della luce si colloca tra il colore Giallo e quello Blu. Il nome dell’attuale deriva da “viridis” che significa vivace. È un colore ambivalente, simbolo della vita, della fortuna, delle speranze, ma anche del veleno, della sfortuna e del diavolo, in passato.

In epoca preistorica le pitture rupestri neolitiche non hanno tracce di pigmenti verdi, mentre si hanno testimonianze di popoli neolitici del nord Europa che fecero un colorante verde per i vestiti, fatto con foglie di betulla, non molto stabile e di buona fattura, più marrone che verde. Questo colore pressoché instabile non fu preso molto in considerazione neanche dai greci. Nemmeno un sommo poeta come Omero accennò al verde, per i greci non era che una sfumatura pallida, debole e poco significativa, che finiva con lo smarrirsi in altre tinte.

Bisognerà aspettare l’epoca ellenistica affinché il verde trovi posto nella lingua di Platone, e su influenza del latino: viene definito “prasinós”, colore del “porro”, senza pronunciare le varie nuance.

Invece era tenuto in massima considerazione presso gli Egizi, che lo consideravano simbolo di fertilità, fecondità, gioventù, crescita e rigenerazione. Associato al dio Ptah, il “Grande Creatore”, colui che aveva portato l’ordine nel caos primordiale. Anche il Dio Osiride era chiamato “Il Grande Verde”, il dio che rinasce dopo la morte, e di buon auspicio erano gli oggetti e le pietre tinte di verde.

Di verde era rappresentato anche il dio pagano Tammuz che, trascorsi agli inferi i mesi oscuri, risaliva a primavera per ricongiungersi alla dea Ishtar. I latini, al contrario dei greci, non avevano problemi a definire con il termine “viridis”, da cui deriva “verde” in tutte le lingue romanze, forse perché popolo rurale più abituato a osservare l’ambiente circostante.

Come i Germani, i latini sapevano tingere e dipingere il verde, ma a lungo lo considerarono un colore “barbaro”, tant’è che così vestivano a teatro Germano, personaggio insolito e comico. Le difficoltà tecniche a fissare il colore, tuttavia, lo limitavano all’abbigliamento femminile, più fornito e variato, anche quando, nei primi secoli dell’era cristiana, divenne tinta alla moda, da indossare nella vita quotidiana e nelle occasioni più effimere dove un tocco di eccentricità non era fuori luogo.

Nella Roma del Basso Impero i neonati si avvolgevano nel verde per augurare loro buona sorte; nel Medioevo sceglievano questo colore le ragazze in cerca di marito; e poi, una volta accasate, lo indossavano nell’attesa del lieto evento.

Lo splendido Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434-1435), uno dei più famosi di tutta la storia della pittura, conservato alla National Gallery di Londra, mostra una donna incinta vestita di un sontuoso abito smeraldo, attributo del suo stato.

In ambito cristiano, nella pittura medievale, veniva spesso dipinta in verde la croce di Cristo, in quanto immagine di resurrezione e rigenerazione del genere umano Il Cristianesimo degli inizi non è stato invece molto interessato a questo colore. I Padri della Chiesa ne parlano solo come colore della vegetazione; in questo periodo storico era considerato anzi un colore malefico perché colore del diavolo, delle streghe, dei draghi dei serpenti, che venivano raffigurati appunto in verde.

La svolta ci fu quando Innocenzo III, un Papa importante nel Medioevo, mentre era ancora cardinale, scrisse un trattato sull’uso dei paramenti sacri e decise che il verde era da considerarsi un colore medio da usare quando non si usano il bianco, il nero e il rosso. Da allora il verde è il colore dei paramenti per le celebrazioni del tempo ordinario.

Nel Nord Europa troviamo il verde barbarico, le tuniche dei pirati che assalgono chiese e monasteri, e anche i Vichinghi prediligono il verde. Il verde simboleggia l’Islam in quanto rappresenta il Paradiso, che in lingua persiana significa giardino, per questo motivo il verde è il colore della bandiera dell’Organizzazione della Conferenza Islamica e come colore primario o secondario delle bandiere dei paesi mussulmani. L’ottenimento del colore per mescolanza di giallo e blu risale solo al XVII secolo, prima di allora mescolare i pigmenti era ritenuto atto diabolico. I tintori erano costretti a fare più passaggi dei tessuti nei vari colori per ottenere il colore voluto, senza mai miscelare le tinte ma sovrapponendole.

A partire dall’Ottocento il verde ha una collocazione accanto al rosso di cui è complementare. Nell’impressionismo si usa il verde per dipingere gli spazi aperti; ai pittori successivi tuttavia non piace. Mondrian scrive che il verde è “un colore inutile”, ed è sempre considerato un colore pericoloso, tossico e corrosivo. Fino agli anni 50 del XX secolo. è quasi assente negli oggetti come nelle decorazioni e nell’arredamento; si salva solo il color Kaki, unione di marrone, giallo, grigio e verde, ”il verdastro” come lo chiama Manlio Brusatin, che riesce ad avere qualche impiego.

Rivalutato il suo utilizzo in tempi recenti, è impiegato come colore per simboli e loghi per tutto ciò che rappresenta ecologia, ambientalismo, salute, come le crocinsegne delle farmacie, camici e pareti in ambito ospedaliero. Fu Goethe, per primo, nella sua “Teoria dei colori”, a considerare la tinta verde “rasserenante” e a raccomandarne l’impiego nei locali destinati al riposo e al convivio. Napoleone ne andava pazzo, anche se forse fu proprio il “verde di Schweinfurt”, o “Paris Green” la pittura messa a punto da una ditta tedesca nel 1814 con trucioli di rame dissolti nell’arsenico, e con cui erano dipinte molte stanze della sua residenza dell’esilio, Longwood House, a causarne la morte a Sant’Elena.

Furono due chimici tedeschi a Schweinfurt, nel 1814, a creare questo bellissimo pigmento verde smeraldo di cui si innamorarono immediatamente pittori, stilisti e tintori. Peccato che fosse realizzato con arsenico e verderame! Il nuovo miscuglio fu immediatamente commercializzato e adottato praticamente in tutti i rami dell’industria. Il Verde di Parigi brillò nelle carte da parato, nei vestiti delle donne alla moda, come vernice nei giocattoli per bambini e perfino nell’industria dolciaria dove le bellissime foglie di zucchero verde appoggiate sulle torte glassate iniziarono a mietere vittime.

La tossicità dell’arsenico era volutamente ignorata, tanto più che esistevano già dal 1812 altre sostanze arsenicali di comune utilizzo che sembravano innocue. Nel 1820 l’intera Europa era colorata di verde: saponi, dolciumi, paralumi, abiti, prodotti farmaceutici, insetticidi, alimenti per l’agricoltura, carta stampata, ceramica e carta da parato… sfoggiavano il luminoso colore assetato di ignare vittime. Pare che Paul Cezanne amasse e usasse molto questo colore, che fu denominato in un secondo momento “Verde pappagallo” per mettere a tacere le voci sulla sua tossicità; quando però si ebbero ulteriori prove del suo effetto letale fu bandito.

La prima fashionista a sdoganare nuovamente il verde fu l’imperatrice Eugenia, invaghita della nuova nuance densa e luminosa, inventata da tintori di Lione con chimici tedeschi: il verde all’aldeide. La consorte di Napoleone III lo indossava a balli, teatro e opera, spruzzandosi una polvere d’oro sui capelli per enfatizzare i riflessi di seta smeraldo.

Ancora oggi il colore verde viene usato nel linguaggio quotidiano, ad esempio “verde come l’aglio”, per indicare una persona pallida ed esangue perché ammalata, oppure per chi è livido di freddo, o verde di rabbia; o ama farsi verde come l’aglio per indicare il livore di una persona; o verde di bile. Oppure. quando si è senza soldi, si suole dire “restare al verde”. Si riferisce al periodo in cui non c’era la luce elettrica e l’illuminazione veniva dalle candele che avevano il fondo colorato di verde. Quando la candela arrivava al verde iniziava il buio se non si sostituiva con nuove scorte. Ecco il significato di questa frase che ora si riferisce alla disponibilità economica.

Per arrivare in chiusura, si può concludere che la gelosia nella lingua inglese viene chiamata spesso “Il mostro dagli occhi verdi”, come la definì Shakespeare nel suo “Otello”; mentre il camice dei chirurghi e infermieri è verde dalla metà del XX secolo, perché è più facile da pulire e contrasta di più con i colori interni del corpo umano, dando un aiuto in più a chi opera.

Ma il verde è altresì il colore della speranza; il via libera del semaforo; è amore, e non diverso da quello del rosso. Il rosso è passione, è una forte emozione. L’amore del verde è universale, serafico, ricco di pace, immobile e infinito come l’albero che con le sue fronde verdi è radicato in terra.

 

Inserito il:18/11/2022 19:00:42
Ultimo aggiornamento:18/11/2022 19:05:23
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