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Aggiornato al 17/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

LeRoy Neiman (1921-2012) - Blue Whale from the Moby Dick Suite - 1977

 

Ex libris - Moby Dick

 

In questa occasione ritorno ad un classico della letteratura ottocentesca. Forse il terreno su cui è più facile esista un immaginario collettivo ampiamente condiviso.

Qualche mese fa mio padre, dopo aver iniziato la lettura di Moby Dick, mi disse che il libro non lo stava entusiasmando, che stava facendo fatica a proseguire e che l’avrebbe interrotto. Aggiunse che quello sarebbe stato forse l’unico libro da lui lasciato a metà.

Il lettore avido e un po’ maniaco che c’è in me cominciò allora quasi a congratularsi con se stesso: finora tutti i libri che ha iniziato li ha portati a termine.

Forse per puntiglio, forse per la voglia di lasciare aperta fino all’ultimo la possibilità di farmi stupire e quindi conquistare da un libro, anche quelli che (per fortuna pochi) alla fine ho giudicato terribili, insulsi, inutili, li ho comunque stoicamente (masochisticamente?) letti fino in fondo.

Il pensiero successivo però è stato: forse questa stupida scommessa con me stesso non riuscirò a vincerla. Almeno un libro, molto probabilmente, non sarò in grado di leggerlo tutto: sarà quello la cui lettura verrà interrotta dalla morte.

E allora io, che a volte faccio lo sbruffone ritenendo di non avere particolare paura della morte (almeno, non della mia), ho ora invece trovato un nuovo motivo per temerla: all’idea di lasciare qualcuno nel pianto (come è forse ovvio, idea più preoccupante da quando ho moglie e figli) si aggiunge quindi il dispiacere per un libro di cui non conoscerò mai l’evoluzione o la conclusione.

Non scoprirò chi è l’assassino. Chi ha ucciso Santiago Nasar. Non saprò se Renzo e Lucia, o Romeo e Giulietta, o Nataša e Andrej, o Mara e Bube, riusciranno a sposarsi. Se Milton farà in tempo a chiedere a Giorgio la verità su Fulvia. Se Frodo e Sam ce la faranno a raggiungere Monte Fato e a gettarvi l’anello. Se Joseph e Maurice, o Yurek e Kazik, sfuggiranno ai nazisti. Se i Tartari attaccheranno la Fortezza Bastiani. Se Godot alla fine arriverà. Se Moby Dick esiste veramente e se Achab riuscirà a raggiungerla…

Futile motivazione – contesterà qualcuno.

Macabre riflessioni, fuori luogo in questo contesto – obietteranno altri.

Allora ritorno al romanzo di Herman Melville. Che non è certo una lettura semplice. Anch’io – lo confesso – ho dovuto resistere alla tentazione di abbandonarlo, durante qualche passaggio in cui mi ha fatto sperimentare il mal di mare, o forse peggio, nelle pagine di bonaccia, quando sembra che nulla si muova.

Dato per assodato che ciascuno ha il diritto insindacabile di leggere ciò che vuole, e la libertà di abbandonare la lettura di un libro dopo tre o trenta o trecento pagine, di riprenderla dopo un mese, vent’anni o mai più, secondo me questo è uno di quei romanzi che vale la pena leggere fino in fondo, superando la fatica di alcuni attraversamenti. Come per tutti i viaggi, qualcosa rimane impigliato nelle tasche o tra le dita. Magari solo qualche minuscola conchiglia.

 

NAUFRAGHI (Poesia di Ismaele)

 

Forse la balena bianca

era davvero soltanto

il delirio di Achab

l’incubo di Queequeg.

Ma sul Pequod

ci siamo stati tutti

- chi a scrutare l’oceano

chi nascosto nella stiva

come clandestino -

e ora andiamo alla deriva

ciascuno aggrappato

al suo frammento di relitto

in attesa della riva

o una nave di passaggio

per ritrovare la voce

Inserito il:23/06/2016 15:29:32
Ultimo aggiornamento:23/06/2016 15:33:57
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