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Aggiornato al 26/10/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

James Duffield Harding (Deptford, UK, 1798 - Barnes, Londra, 1863) - Ivrea

 

Intorno ad Adriano Olivetti

di Gianni Di Quattro

 

Adriano Olivetti è senza dubbio uno dei protagonisti più importanti del secolo passato e la dimostrazione è che ancora oggi, a distanza di 60 anni dalla sua morte, se ne parla, se ne dibatte la figura e il ruolo, si cerca di capire l’ambiente nel quale si muoveva, si analizza l’eredità che ha lasciato e che, per alcuni aspetti, molti sono quelli che la ritengono ancora attuale.

Sulla sua figura sono intervenuti e hanno disquisito le migliori e più impegnate intelligenze del paese da anni e spesso anche figure di secondo piano e che lo hanno fatto solo per potere dire che lo stavano facendo, che conoscevano il suo pensiero e condividevano. In effetti se ne stavano solo servendo per fini loro, magari talvolta di bassa cucina come si usa dire in alcuni salotti.

Ci sono, tuttavia, alcuni valori del personaggio che forse non sono stati messi in luce come si deve o che comunque vale la pena sempre rimarcare ed anche alcuni effetti indiretti della sua azione che sono meritevoli di attuale attenzione. E sono questi valori, meno trattati, che vale la pena di tentare di commentare, di sottolineare.

Adriano, prima di tutto, aveva capito che per fare impresa l’intelligenza è importante e anzi il successo dipende in grandissima parte dal livello intellettuale e, persino, culturale della stessa. Soprattutto una impresa impegnata nelle tecnologie e nella organizzazione.

Per la verità già ai tempi di Adriano esistevano imprese che perseguivano il successo, operando sul mercato attraverso regole protettive e di favoritismo, tipo potere usufruire di infrastrutture a carico dello Stato per sviluppare il business, e che ottenevano esercitando sul mondo della politica condizionamenti di grande portata attraverso operazioni di do ut des di vario tipo in un catalogo di grande fantasia. Naturalmente imprese che praticavano investimenti privilegiati fiscalmente, supporti per ottenere credito, accesso a canali informativi che potevano favorire azioni e strategie di marketing. Imprese che arrivavano persino a condizionare sindacati (che non faranno mai outing) e ambienti collaterali e che venivano condotte da pochi responsabili e da masse che dovevano essere sempre grate perché lavoravano, essendo l’alternativa molto più misera in tutti sensi. Questo non solo nel nostro paese ma ovunque.

In un contesto molto diffuso all’epoca, Adriano aveva intanto pensato che la dignità del lavoratore è dignità dell’impresa e che curare il benessere dei lavoratori significa curare il benessere dell’impresa. Un ragionamento apparentemente banale, ma una base indispensabile per costruire una filosofia sociale e industriale diversa.

Quando nacquero gli stabilimenti di produzione della Olivetti a Ivrea con tutte quelle grandi pareti di vetro e con una posizione rivolta verso la luce, verso il panorama delle montagne, rompevano di certo il solito paesaggio tipico degli stabilimenti industriali rappresentati da grigie costruzioni con ciminiere lunghe e fumose, poche finestre e tante luci artificiali. Si disse che Adriano cercava la massima efficienza copiando le tecniche utilizzate per aumentare la produzione di latte delle vacche mettendole in batteria e trasmettendo una dolce musica nelle loro affollate stalle. A distanza di tempo tutti capiscono il valore di un simile gesto che non è solo urbanistico, di architettura industriale moderna, di bellezza, ma di grande dignità umana che cerca di dare dignità a tutti.

Pensare che l’intelligenza e la cultura sono cose utili alla impresa come pensava Adriano, vuol dire che si crede al merito e all’impegno di ciascuno, vuol dire avere un grande rispetto per lo studio, la serietà, la disponibilità, la partecipazione. Per fare questo bisogna creare le condizioni ambientali adatte, bisogna offrire una prospettiva umana di interesse a tutti i collaboratori a prescindere da altri aspetti contrattuali o meno. E da questa considerazione nascono le iniziative di attenzione alle famiglie dei dipendenti, ai figli dei dipendenti, alle biblioteche a disposizione, alle altre iniziative che gli altri non riuscivano a capire.

Ed in questo modo si crea il legame tra la fabbrica, l’azienda e il territorio, la comunità locale dove l’impresa stessa è ubicata. Per questo l’impresa può e deve essere uno strumento di promozione sociale e non solo uno strumento di profitto per gli azionisti, che vanno remunerati certamente ma in un contesto sociale da non dimenticare.

Un’altra considerazione di cui si è parlato poco è relativa alla volontà di Adriano di mescolare le culture, di pensare che l’azienda non può essere fatta solo di tecnici o di personale specialistico. Ad un certo punto suggerì alla Direzione del personale di lanciare una selezione di giovani laureati cercando di costituire delle terne di persone, ognuna proveniente da una disciplina diversa, per esempio ingegneria, filosofia e giurisprudenza. Questo perché pensava che in una azienda servono diverse conoscenze e dalla integrazione di queste che poi nasce la cultura della impresa.

Questo concetto è stato ripreso da diverse aziende negli Stati Uniti e in Italia, ma fatica a diffondersi su vasta scala, perché questo valore costa, non è una cosa gratuita e tanti non capiscono il concetto che dare una cultura alla impresa significa maggiore successo nell’immediato e migliore futuro.

L’altro grande valore che merita tante sottolineature è il coraggio, il coraggio dell’imprenditore. Coraggio vuol dire tante cose, investimenti per la produzione, nelle strutture commerciali nello stesso tempo perché altrimenti le prime non servono. Per questo Adriano costruiva stabilimenti in tutto il mondo e intanto diceva a Ugo Galassi (il creatore della rete commerciale Olivetti in Italia e poi sulla sua falsariga nel resto del mondo, uno dei più importanti collaboratori di Adriano) di sviluppare la rete commerciale. Questo modo di vedere l’impresa non è comune, anzi succede nella maggior parte delle volte che quando un imprenditore compra una macchina nuova, investe nella produzione cerca di risparmiare da qualche altra parte cacciando persone, abbassando le luci o inventando altre diavolerie, non capendo che l’investimento fatto può servire per crescere e non per risparmiare o solamente per guadagnare di più.

E non si può parlare di Adriano e dei suoi valori senza dimenticare la bellezza, la ricerca del bello negli ambienti di lavoro e nell’arredamento, nei prodotti, nel modo di presentarli e di presentare in generale l’impresa. Questo significa infondere nei collaboratori una educazione naturale a distinguere il bello e a capire la differenza con altre imprese e con altri prodotti sul mercato, significa far loro capire quanto può essere importante come presentarsi, come approcciare il cliente, come vivere il clima dell’azienda. E quindi il bello visto non solo come modo di essere, come filosofia aziendale, ma come un modo per fare marketing e per, allo stesso tempo, contribuire alla creazione di una cultura generale del mercato.

Lui aveva capito che bisognava investire nella elettronica, nei calcolatori e non solo perché Enrico Fermi glielo aveva suggerito, aveva capito che mentre investiva nella ricerca a Barbaricina prima e a Borgolombardo poi, bisognava creare una rete sul mercato, acquisire esperienza, cultura e per questo fece la Olivetti Bull. Allo stesso tempo acquisì la Underwood negli Stati Uniti, una vecchia azienda decotta certo ma non aveva altre alternative e in quel mercato non poteva non esserci la Olivetti nel futuro e per esserci aveva capito che bisognava far capire al mercato che si era radicati, si faceva parte della comunità e non si era solo un rappresentante commerciale come chi vende spazzole o salami. Dopo la sua morte sono piombate le critiche all’azzardo di Adriano di avere voluto concentrare tanti grandi investimenti in poco spazio e tempo, ma nessuno dice che lui avrebbe saputo gestire la situazione e avrebbe avuto il credito per farlo. Certo ha avuto coraggio e per questo Adriano non era un imprenditore uguale agli altri, per questo era riuscito a creare una grande impresa originale, innovativa, umana e bella.

 

Inserito il:01/10/2020 22:05:25
Ultimo aggiornamento:01/10/2020 22:10:16
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