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Aggiornato al 29/03/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Vintage poster Lambretta Innocenti "Due ruote di felicità'" - 1960

 

Il nostro novecento – Capitolo 8

di Tito Giraudo

(seguito)

 

8. Il ritorno del figliol prodigo

Ritornavo a Torino. Ero partito anni prima per Ivrea e, pur non recidendo mai i legami con la città, Ivrea aveva rappresentato il centro dei miei interessi, lavorativi, familiari e politici. Ivrea certo mi stava stretta, così come mi stava stretto un lavoro che ormai, dopo l’ingresso in commissione interna, non facevo quasi più.

Anche il matrimonio era su binari piuttosto travagliati. Troppo giovani entrambi, Maria, poi, si portava dietro brutte esperienze familiari che le impedivano rapporti affettivi sereni. Dal canto mio, dopo un periodo di maturità dovuta all’innamoramento, il mio carattere godereccio aveva preso il sopravvento e la politica aveva monopolizzato quasi completamente i miei interessi. Le campagne elettorali mi avevano tenuto lontano da casa, anche le sere e le feste comandate. Solo le vacanze rappresentavano un riavvicinamento salutare. Facemmo un bellissimo viaggio all’isola d’Elba, sempre con la Lambretta e la canadese.

Il mio ritorno all’ovile lo feci con la due ruote, avevano appena terminato l’autostrada Torino-Ivrea. Prima, da Torino partivo il lunedì e tornavo il venerdì sera; ora facevo l’inverso, rientrando a Ivrea per il fine settimana. Mi sistemai provvisoriamente da papà e mamma che non abitavano più in via Giacomo Medici. Papà, dopo anni di litigi giudiziari con il padrone di casa, era stato sfrattato e avrebbe avuto non poche difficoltà se l’avvocato Peyron non l’avesse aiutato ancora una volta, facendogli assegnare un piccolo alloggio nelle case popolari di via Giacomo Dina a Mirafiori, proprio di fianco alla Fiat.

Era il 1964. Torino ancora una volta era al centro di profonde trasformazioni. Il boom dell’auto, con l’uscita della Fiat 600, un’utilitaria alla portata di “quasi tutti”, aveva lanciato la fabbrica torinese in una spirale espansiva che sembrava inarrestabile.

L’Italia, negli anni Cinquanta, uscita semidistrutta dalla guerra e non solo materialmente, aveva dato il meglio di sé. Tutti si erano rimboccati le maniche. Messi da parte i sogni comunisti, la popolazione era desiderosa di benessere reale, non di ideologie e di falso potere. Al governo si erano saldamente installati i democristiani. Pur essendo in antitesi con le sinistre, avevano al loro interno tutte le componenti della società civile, compresa la sinistra cattolica che teorizzava una sorta di comunismo cristiano. La DC giocò il suo ruolo più importante consolidando la democrazia e consentendo al paese quel liberalismo economico che lo avrebbe trasformato.

Torino, tanto per cambiare, ruotava quasi completamente attorno alla Fiat. Il senatore era morto durante gli anni della guerra; l’unico figlio, Edoardo, morto anche lui nel periodo del fascio in un incidente aereo, aveva lasciato una moglie americana bella e ribelle e un nugolo di pargoli non ancora in grado di dirigere la fabbrica. Il maggiore, Gianni, pur avendo l’età giusta, mirava soprattutto a vivere il più intensamente possibile, forse sapendo che un uomo vegliava sui suoi interessi.

Vittorio Valletta era il direttore amministrativo della Fiat ai tempi del senatore, un ragiunat piccolo e nervoso dai tratti marcati. Godeva della stima incondizionata del senatore che negli ultimi anni, stanco e malato, aveva praticamente affidato a lui la direzione dell’azienda. Se Valletta, invece di una figlia morta giovane, avesse avuto un figlio maschio, forse non sarebbe stato così disinteressato nel difendere gli interessi della famiglia Agnelli. Ma si sa che del senno del poi sono piene le fosse. Alla morte di Agnelli, Valletta è un “uomo solo al comando”.

Grazie alle sue mediazioni, la guerra risparmiò gli stabilimenti dalle inevitabili distruzioni da parte alleata. Valletta infatti tenne buoni tutti, Americani, Tedeschi, Fascisti e Resistenti. Per lui contava una cosa sola: la Fiat. A guerra finita non ci furono ringraziamenti. In fabbrica si era formato un forte nucleo comunista, erede dell’Ordine Nuovo. I socialisti, incapaci di un vero contatto con i lavoratori, ancora una volta avevano perso l’occasione di imporsi in una fabbrica che era il ventre industriale pulsante del paese. Il vuoto socialista fu riempito dai comunisti, gli stessi che con il loro estremismo contribuirono involontariamente a spostare l’asse politico verso il fascismo. Il vecchio nucleo che aveva ruotato intorno all’Ordine Nuovo, in quel travagliatissimo dopo guerra, divenne centrale.

Sono anni interessanti da rivedere. Tra le tante falsità che si sono dette sulla resistenza e sul post-fascismo, il periodo delle cosiddette “repressioni in fabbrica” è sempre stato trattato con superficialità. La stessa con la quale venne analizzato il periodo dell’occupazione della fabbrica e i riflessi che avrebbe avuto.

Quando arrivai alla Fiom di Torino gli iscritti al sindacato non erano più di trecentocinquanta su centomila dipendenti. Cosa aveva provocato un tale sconquasso? Parlando con i reduci di quella mattanza vallettiana, ne usciva un inusitato quadro di ferocia antisindacale e antioperaia. Valletta, approfittando delle sconfitte della sinistra, si era letteralmente tolto dai piedi la Fiom con una repressione durissima. Inizialmente aveva confinato tutti gli attivisti in un reparto speciale, lo SR, sigla che sarà poi trasformata dai comunisti, con spirito certamente involontario, in Stella Rossa. Quello era il temporaneo parcheggio che anticipava i licenziamenti.

Quando entrai nel sindacato il mito delle repressioni e dell’eroica resistenza era ancora molto radicato. Tuttavia anche all’interno della Fiom di Torino si coglieva un velo autocritico che mi indusse ad approfondire la questione. Sul piano storico lo farò anni dopo, ma su quello pratico relativo all’ascoltare anche “gli altri”, lo feci subito. Ne uscì un quadro di violenze rosse interne alla fabbrica, unito all’ennesimo tentativo di coinvolgere il sindacato e i lavoratori nella lotta prettamente politica, non tanto in difesa dei loro interessi, ma di quelli del partito comunista e indirettamente dell’URSS. Vittorio Valletta intanto si districava per il bene della Fiat e qualcuno dirà, probabilmente non a torto, anche per quello dei dipendenti. Diventerà amministratore delegato dell’azienda. Agnelli è stanco, malato e precocemente invecchiato, un po’ quello che succederà al suo omologo eporediese, Camillo Olivetti. Così come Camillo lascerà il comando al figlio Adriano, Giovanni non avendo più il figlio, delegò Valletta in attesa che il primo nipote, Giovanni come lui, raggiungesse la maturità necessaria.

Valletta gli aveva ampiamente dimostrato la sua fedeltà e l’attaccamento all’azienda, oltre ad aver espresso qualità amministrative e manageriali di prim’ordine. Dal 1943 in avanti le decisioni le prenderà lui, nel bene e nel male. La tattica di tenere buoni tutti, anche se sul filo del rasoio, aveva funzionato. Il vero rischio la Fiat non lo corse con i bombardamenti alleati, che non centrarono mai quella “fabbrichetta”, ma con i tedeschi e i fascisti. Questi ultimi avevano rispolverato, durante la Repubblica di Salò, tutto il bagaglio anticapitalista del primo fascismo e, dato che non erano proprio degli stupidi, avevano capito che Valletta teneva i piedi in due scarpe.

Si accorsero che faceva soprattutto il minimo indispensabile per garantire la produzione bellica, tenendo buoni quelli che contavano, cioè i tedeschi. Sarà un caso, ma il comandante tedesco della piazza di Torino diventerà nel dopoguerra concessionario Fiat in Germania. Non credo che Valletta, dopo il 25 aprile, si aspettasse congratulazioni e mazzi di fiori. Ma nemmeno la corona che i resistenti vincitori prepararono per lui e il senatore. Il vecchio Agnelli scansò l’arresto perché ospitato da amici fidati in una mai precisata casa di campagna. Valletta fu prelevato nel suo ufficio alla Fiat che non aveva voluto abbandonare. In quei giorni concitati rischiò grosso.

Se con Mussolini erano stati trucidati anche quelli che non lo meritavano (sempre che lui lo meritasse), la Petacci e l’ex comunista Bombacci, la stessa cosa poteva capitare a Valletta, non tanto per ordine politico, quanto per attivismo resistenzial-delinquenziale. Gli andò comunque bene. Il CLN, che aveva lautamente foraggiato dal ‘43 al ’45, ebbe un sussulto di coerenza e gli salvò la pelle. Non gli salvò però il posto. I comunisti della fabbrica, sostenuti dal gruppo dirigente del partito torinese, ne chiesero l’allontanamento.

Prese il suo posto quel Battista Santhià conosciuto nella storia di Pietro. Un operaio specializzato, brava persona, ma certamente non un manager. Anche il gruppo dirigente comunista, capeggiato da Togliatti, che con Gramsci fu il padre putativo di quel sindacalismo comunista, capì la follia che si stava commettendo. Il posto di decine di migliaia di lavoratori era in pericolo. Andarono, come si dice, a Canossa e Valletta tornò in Fiat.

Questa prima sconfitta aprì un lungo braccio di ferro all’interno della fabbrica, tra la CGIL e l’azienda. L’oggetto del contendere non fu più tanto la dirigenza, quanto la strumentalizzazione che i comunisti fecero delle lotte sindacali e che di sindacale avevano ben poco. Si scioperava per un nonnulla. In fabbrica c’era un clima di non collaborazione che sfociava nel terrore verso i capi, i dirigenti e verso tutti quei dipendenti che non la pensavano come loro.

Battista Santhià diventò presidente, non della Fiat, ma di un inutile consiglio di gestione di gramsciana memoria. Così, poco alla volta, favorito dall’estromissione dal governo dei socialcomunisti, Valletta riprese il comando della fabbrica. A questo punto nessuna pietà. Estirperà il tumore meglio di quello che non riuscirà a fare il mio amico oncologo Professor Caldarola con quello della figlia.

Le cose politicamente erano cambiate. Anche in casa comunista si prendeva atto che la battaglia era persa. Inizierà quella tattica del doppio binario che durerà fino alla caduta del muro e penso anche oltre. Di tutto questo restarono i miti. La resistenza, la classe operaia e le repressioni Fiat. Tutto questo era il patrimonio genetico dei miei colleghi comunisti alla Fiom di Torino.

Il segretario provinciale della Fiom di Torino era Emilio Pugno, un marcantonio alto e robusto, ex operaio licenziato dalla Fiat. Molti furono licenziati con lui, non tutti trovarono naturalmente sistemazione nel partito o nel sindacato. Alcuni, grazie all’amministrazione comunista del Comune di Torino, ottennero la licenza di ambulanti nei mercati rionali. Furono naturalmente i più fortunati, almeno economicamente. Se ancora oggi sentite in qualche banco un improvvisato comizio politico di sinistra, tenuto da gente arricchitasi con l’evasione fiscale, quelli sono i figli di quei compagnucci che pagano così l’involontario debito di riconoscenza.

Qualche “gola profonda” in Fiat mi disse che aveva conosciuto Emilio quando in fabbrica parlava solo della Juve e delle donne. Quando lo conobbi io, era sicuramente maturato. Aveva un suo spessore e anche un certo buon senso sindacale. Era però spaventosamente settario. Per lui i socialisti valevano meno di nulla, nascondendo malamente nei loro confronti un profondo disprezzo. Una volta infatti, intervenendo imprudentemente davanti a lui sulle divisioni in campo comunista, mi guardò con disprezzo dicendo: «Tra il tuo e il mio partito c’è la differenza che passa tra il risotto e la merda!»

Aveva due vice segretari, Agostino Pace e Bepi Muraro. Pace era anche lui un trinariciuto in politica (la parola deriva dallo scrittore Guareschi che, sul giornale satirico Candido, rappresentava il comunista di base che prendeva ordini da Stalin e dal Partito, con tre narici. Quando arrivavano ordini contraddittori la frase era: Contrordine compagni!), ma sul piano umano non aveva le durezze di Pugno. In federazione aveva avuto degli incarichi importanti poi, caduto in disgrazia, era stato esiliato al sindacato. Non mi fu mai nemico.

Giuseppe Muraro, detto Bepi, era il segretario socialista della Fiom, un professore di lettere con alterne vicende. In passato aveva lavorato al centro studi della Camera del Lavoro poi, sollecitato dalla moglie, si era dedicato all’insegnamento. Aveva una moglie carina e simpatica, insegnante pure lei e una figlia, ormai ragazza, che nell’infanzia aveva avuto la poliomielite, malattia che all’epoca non era ancora stata debellata. Rimasta invalida, Bepi aveva lasciato il sindacato per poter godere dell’assistenza sanitaria. Purtroppo, nonostante alcuni progressi, la figlia non recuperò completamente l’arto offeso. Quando si aprì la possibilità di tornare al sindacato, ritornò al vecchio amore e si installò alla Fiom.

La sua appartenenza alla sinistra del partito, e soprattutto il suo carattere poco incline alle battaglie, ne fecero un segretario, se non amato, stimato anche dai comunisti. In realtà era un uomo colto e intelligente, soprattutto era molto simpatico. Amava la musica e i libri; peccato non facesse nulla per differenziarsi dalla politica sindacale che allora i comunisti portavano avanti.

Il partito mi aveva chiesto di lasciare l’Olivetti per fare il funzionario sindacale. In quei tempi contava più l’appartenenza al partito di tutte le organizzazioni di massa, compreso il sindacato. Questo valeva per noi e anche per i comunisti. Le due componenti si dividevano i posti secondo una regola che voleva sempre affiancato a un comunista un vice o, nel migliore dei casi, un “aggiunto” socialista. Dopo la scissione del Psiup, i comunisti ci concessero più posti di quelli che meritavamo per il nostro peso tra gli iscritti. Certo a Torino non concessero alcun potere, né a noi, né ai compagni del Psiup.

Personalmente mi importava poco del potere sindacale, ero lì per il partito e avrei fatto politica nel sindacato e anche fuori. Per quanto riguarda la Federazione socialista di Torino, questa si trovava in un bel palazzo di corso Palestro. Un viale alberato dove tutte le mattine c’è un mercato rionale, che parte da via Cernaia, attraversa via Garibaldi, prosegue in corso Valdocco, dove si trovavano una volta la Gazzetta del Popolo e l’Unità, e finisce al Rondò della forca, una piazza dove fino al Settecento si impiccavano i condannati.

Il gruppo dirigente sopravvissuto alla scissione era certamente sparuto. Gli autonomisti a Torino erano una netta minoranza. Ma con l’aiuto dei compagni della sinistra, che non erano usciti, un nuovo gruppo ormai dirigeva il Psi di Torino. I due cavalli di razza tra gli autonomisti erano Beppe Lamberto e Sergio Borgogno. Tutti e due di origini cuneesi, erano in qualche modo sponsorizzati da un personaggio di grande levatura, un ex comandante partigiano, Detto Delmastro. Massone, amministratore delegato delle cartiere Burgo, faceva politica con molta discrezione, facendosi rappresentare dai suoi ex luogotenenti partigiani. La moglie di Detto era la sorella di Giorgio Bocca, allora alla Gazzetta del Popolo e simpatizzante senza tessera del Psi.

Lamberto, uomo intelligente e anche simpatico, lavorava anche lui alla Burgo in qualità di capo del personale, ma a differenza di Borgogno, che era un ex operaio tipografo, lui era laureato. Forse per quei tempi era politicamente troppo spregiudicato. Veniva sistematicamente insultato da Borgogno, che lo accusava di giocare alla politica e di essere un po’ maneggione: ma i due erano grandi amici, e si vedeva. Pure Borgogno lavorava per la Burgo, ma come venditore di sacchetti di carta, legato alla società non come dipendente, ma come rappresentante. Aveva un ufficio-negozio in borgo San Paolo, quartiere operaio di Torino.

Lo sviluppo industriale della città aveva seguito tre direttrici: a sud, nei quartieri Nizza, Lingotto, fino alla Mirafiori; a nord, verso la barriera di Milano e, a ovest, verso borgo San Paolo. I due amici abitavano da sempre in quel quartiere e da sempre litigavano nella sezione Erik Giachino del partito socialista.

Sergio aveva una figura caratteristica e vestiva sempre con grande eleganza, sfoggiando dei bellissimi papillon. Era un pezzo d’uomo con barba sale e pepe, due occhi spiritati e una voce stentorea che mi ricordava quella di papà. Era collerico come lui, aveva però molta sensibilità politica, accompagnata da una grande onestà di fondo. Dopo la scissione era sicuramente il numero uno del partito a Torino. Mi prese subito in simpatia, al punto che diceva a tutti che ero un compagno “serio”: ma forse mi conosceva poco… Fu lui a favorire la mia elezione a segretario provinciale della federazione giovanile di Torino. Iniziava così la mia carriera.

L’anno prima si erano svolte le elezioni politiche dove Prat non era stato eletto. A Torino fu invece nominato per la camera dei deputati Carletto Mussa Ivaldi, un fior di galantuomo, professore universitario di chimica andato a un pelo dal Nobel quando, per la Montedison, inventò una fibra plastica molto utilizzata in quegli anni. Mussa, docente all’università di Torino, era tutto meno che un politico. Magro, emaciato, timidissimo, sempre tremebondo, quando parlava balbettava, creando seri imbarazzi in un ambiente dove dominava la trombonaggine.

Altri personaggi erano Salvatore Paonni, un meridionale ex operaio, ex sindacalista che, per motivi economici, faceva il vetraio. Aiutato forse da qualche santo in Paradiso riuscì a comprare la bottega artigiana. Era abile e intelligente, ma in quel periodo lo frequentai poco perché era troppo impegnato a sopravvivere economicamente.

Tra le donne c’era Frida Malan, una professoressa valdese molto stimata nelle sue valli. Aveva fatto la staffetta partigiana: catturata, fu torturata e violentata dai fascisti in via Asti, dove c’era una famigerata villa nella quale si praticavano le torture ai prigionieri politici. La Frida sembrava una svagata che vivesse con la testa tra le nuvole, anche se la politica la sapeva fare. Una mia amica della FGS, sua allieva nel Ginnasio di borgo San Paolo dove insegnava, ci raccontò che per una mattinata intera parlò di un personaggio della letteratura che si chiamava Pompini. Figurarsi l’ilarità generale! Credo che la poveretta non sapesse minimamente l’altro significato del termine e quindi non capiva perché, dopo aver ripetuto infinite volte quel nome, gli allievi fossero tanto irrequieti.

Altri personaggi frequentavano quella federazione. C’era Vera Pagella, un’impiegata della Viberti, bella e simpatica. In quegli anni poi era ancora vivo l’avvocato Gino Colla, del Foro di Torino. Rappresentava lo stereotipo del leguleio trombone dell’epoca, e trombone lo era pure in politica. Gianni Alasia, che allora era nella segreteria della Camera del Lavoro per il Psiup, mi raccontò di un suo comizio per la campagna elettorale del ‘48. Per spiegare la differenza tra il mondo di destra e quello di sinistra, si avventurò nella descrizione delle caratteristiche delle donne italiane, divise per censo. Parlando delle virtù delle proletarie le presentò come buone mogli, buone madri, angeli del focolare e via discorrendo. Passò poi a descrivere la donna borghese, elegante, viziata, pigra e lasciva. Dalla galleria del teatro si levò allora una voce: «Bravo Gino! Viva la ciornia!»

Dei compagni della sinistra non usciti dal partito, ho già citato Bepi Muraro. Alla Camera del Lavoro, come segretario socialista, c’era Annibale Carli anche lui un ex operaio Fiat. Un uomo alto ed educato, anche se di non grande spessore politico. Tra i giovani era rimasto Marco Caneparo, un ragazzo laureato, sveglio e colto e con una buona parlantina.

Gli autonomisti, dopo la scissione, per conquistare il maggior numero di compagni di base e non farli passare al Psiup, pensarono di eleggere in segreteria un ex carrista. Chiesero prima a Muraro poi a Carli, che si defilarono. Rimaneva il giovane Caneparo, che diventerà così il segretario della federazione.

Io dovevo ricostruire la federazione giovanile. Per la verità non sono un grande organizzatore, e allora lo ero meno ancora, ero però considerato simpatico e avevo delle intuizioni. Con me c’erano i fratelli Uslenghi e Gritti, un giovane maestro elementare timido ed educato al quale io riservavo scherzi e lazzi a gogò. Povero Gritti! Un giorno, stanco delle mie stupidate, al massimo dell’esasperazione reagì dicendomi: «Sciocco!». Forse era l’insulto più volgare che il suo vocabolario di persona ammodo concepisse, ma mi bruciò più di quanto il termine giustificasse, perché mi rendevo conto che era ampiamente meritato.

Con Maria dovevo prendere una decisione, lasciarci o tirare avanti a Torino. La decisione la prese lei, mi disse di trovare alloggio che sarebbe venuta a Torino. Alla Fiom ero pagato in nero centomila lire al mese; il partito, quando poteva, ne integrava 20-30.000. Non erano certo tanti per poter far fronte a un affitto.

La soluzione che trovai fu di occupare una mansarda sopra la federazione. Non sarebbe stata nemmeno brutta, se non avessimo dovuto dividere il cesso con gli altri abitanti degli abbaini: un novantenne e uno spostato un po’ pazzoide e catarroso, ammalato cronico. In compenso entravano le colombe della pace in camera, e una volta ne catturai una per farla arrosto. Come la presi e le strinsi il collo la sentii morire. Quella vita che defluiva sul mio braccio e raggiungeva il cervello mi tolse l’appetito: una sensazione che non scorderò.

Quell’alloggio di fortuna era comunque comodo. Io ero proprio sopra al partito, che rappresentava gran parte dei miei interessi di allora, e in fondo anche a Maria non dispiaceva. Togliersi dal provincialismo di Ivrea e dai ricordi materni chiudeva un capitolo della sua vita.

Il mio primo incarico alla Fiom fu nella lega di borgo Vittoria, quella delle Ferriere Fiat e di numerose piccole aziende metalmeccaniche. Il borgo Vittoria si era sviluppato come propaggine della più antica barriera di Milano, verso Lucento e Venaria, inglobando antichi borghi contadini di cui restavano e restano tracce. Il capo lega si chiamava Bollito, anche lui un licenziato Fiat, un uomo alto e bruno con i baffi. Era Bollito di nome e anche un po’ di fatto, l’archetipo prototipo del funzionario comunista di quei tempi, dogmatico e pretesco. Quegli uomini ripetevano alle masse la lezione del partito con burocratico spirito di servizio; alcuni, come Bollito, erano delle brave persone, altri meno. Si capiva che se avessero avuto il potere, sarebbero stati docili strumenti repressivi: uno di questi era Piero Frasca, l’ombra di Pugno alla Fiom.

La moglie di Bollito lavorava come addetta del ciclostile alla Fiom. Una donna con gli occhiali, scialba, che ricalcava i modelli di donna comunista dell’epoca, come la Montagnana, la Noce o altre, non certo simili a Nilde Jotti! Il ciclostile era il cuore indiscusso della pubblicistica del sindacato. Erano macchine tedesche che partivano da una matrice cartacea, sulla quale si dattilografavano volantini e comunicati. Ne uscivano a milioni, tutti con lo stesso tono piatto e demagogico. Quella donnetta regnava in quel mondo di carta e di parole vuote.

Bollito nei miei confronti era cortese e distaccato, indifferente alla mia presenza. Allora i comunisti filtravano il nostro lavoro di comunicazione con gli operai, temendo che facessimo propaganda per il centro sinistra. Un giorno venne in lega un operaio della carrozzeria Coriasco, una piccola boita in borgo Francia che, dalle scocche della seicento multipla, ricavava furgoncini per gli artigiani. La Fiat, per ragioni produttive (voleva lanciare nuove linee di furgoncini), non consegnava più le scocche alla Coriasco, che si trovò così dall’oggi al domani senza lavoro, pur avendo un mercato.

Era richiesto un nostro intervento. Doveva essere un’impresa disperata, perché la patata calda, rifiutata da compagni più esperti, finì nelle mie mani: fu il mio battesimo sindacale. Parlai con il signor Coriasco, il titolare che, disperato, consentì l’uso rivoluzionario e del tutto strumentale dei suoi dipendenti. Li portai per alcuni giorni in pellegrinaggio rumoroso per Torino: erano pochi, ma con me alla testa, casinisti q.b. Andammo dal sindaco, dal prefetto, persino dal cardinale di Torino che allora era Monsignor Fossati. Sempre passando per piazza Statuto, schiamazzando contro i colleghi della Uil, allora considerati socialdemocratici traditori persino da noi!

Il cardinale Fossati doveva avere l’età di Matusalemme. Un vecchietto esile e tremebondo che si reggeva a malapena in piedi. Non so se capì quello che gli dissi, dopo avergli ruffianamente baciato l’anello in ginocchio. Tutto quel casino convinse però la Fiat a fare temporaneamente marcia indietro, e io vinsi la mia prima battaglia. Osannato dai dipendenti fui gratificato, pensate un po’, con una scatola di cioccolatini al cui acquisto contribuì pure il non disinteressato “padrone”. Anche alla Fiom mi guardarono, temporaneamente, con rispetto e Pugno si lasciò scappare con il Bepi: «L’avevo detto che non era male!» pensando probabilmente: «Lo educheremo». Povero illuso!

Il Bepi era talmente buono e poco incline alle battaglie che da giorni “dimenticava” di dire a Pugno che avrei fatto le vacanze a luglio con la Olivetti e non ad agosto con la Fiat. Tra le tante differenze tra le due aziende c’era anche quella delle ferie. L’Olivetti da anni chiudeva a luglio. La Fiat ad agosto faceva chiudere tutta Torino e di conseguenza anche il sindacato.

Io e Maria quell’anno avevamo deciso di scoprire, sempre in Lambretta, la Sardegna. C’era però lo scoglio delle vacanze che non coincidevano, solo io avrei potuto anticipare le mie. Lo dissi al Bepi sottolineando come il mio matrimonio, che per ragioni anche politiche aveva dei problemi, non avesse bisogno di una mia defezione. Muraro, capito benissimo il problema avendolo già avuto con sua moglie, mi disse che avrebbe parlato a Emilio. Pavido com’era, però, rimandò la cosa fino alla vigilia della mia partenza.

Quando non poté più farne a meno andò da Pugno. Questo sfoderò il solito moralismo comunista anteposto al “libertinaggio socialista”. «Se me lo poni in termini politici, non posso dirti di no!» liquidò la cosa creando in Bepi un profondo senso di colpa e, quasi in lacrime, mi disse che potevo partire. Persi così tra i compagni quel poco di popolarità conquistata con l’affaire Coriasco.

Quel viaggio fu indimenticabile. Come tutti sanno la Sardegna la si raggiunge in aereo o in traghetto. A quel tempo nessuno si sarebbe sognato di andare in Sardegna per via aerea, quindi tutti si imbarcavano a Genova o a Civitavecchia. Da Civitavecchia costava meno, quindi decidemmo di allungare la strada per terra e accorciarla per mare. Avevamo finalmente acquistato una tenda e, restituita la canadese a “baffo stanco”, partimmo da Ivrea alla volta dell’imbarco, seguendo la costa tirrenica.

Qui successe il primo inconveniente: bucammo una gomma senza che io avessi la minima idea di come si faceva a cambiarla. La Lambretta era stracolma di bagagli, ai quali si aggiungeva “Grazia”, la tenda a capannina ultima nata nell’allora nascente panorama tendifero: aveva persino una verandina ed era rinchiusa in un valigione lungo e stretto. Tutto quell’ambaradan, tuttavia, pesava un accidenti, impedendo a quell’imbranato che ero qualsiasi movimento agevole per sostituire la ruota.

Venne in nostro aiuto una pattuglia di motociclisti della Stradale che, capita la difficoltà, mi consigliò di togliere i bagagli per consentire loro di cambiare la gomma. Li salutammo con immensa gratitudine, eravamo nel grossetano, non distanti dalla meta. Fatti pochi chilometri la gomma si sgonfiò nuovamente.

Dannazione! Questa volta non avevamo neanche più la ruota di scorta! Scaricammo nuovamente i bagagli senza sapere cosa fare, quando vedemmo gli stessi motociclisti della stradale tornare dal lato opposto. Probabilmente, si fossero accorti per tempo che avevano a che fare con gli imbranati di poc’anzi, avrebbero fatto démi-tour e sarebbero tornati alla casella di partenza. Invece, anche se di malavoglia, si fermarono: questa volta uno dei due portò le ruote da un gommista che conosceva e le fece riparare. Ripartimmo commossi da tanto spirito di servizio, profondendoci in ringraziamenti: loro, forse scherzando e forse no, ci salutarono con un cordiale: «A non rivederci.»

Quella sera raggiungemmo il porto di Civitavecchia, dal quale il mattino successivo avremmo preso il traghetto. Avevamo appetito e andammo in una trattoria nel porto. Mangiammo per la prima volta in vita nostra un’aragosta, scolandoci una grande bottiglia di birra. Un poco alticci, cercammo al buio un posto dove montare la tenda: finalmente potevamo riposarci. Fummo svegliati in modo inopinato da uno sferragliare di treni con annessi fischi. Avevamo “piantato” la tenda in mezzo a uno svincolo ferroviario. I treni ci sfioravano a destra e a sinistra e, vedendoci, i conduttori davano fiato, probabilmente ridendo, ai loro fischi di avvertimento. Ci affrettammo a smontare e finalmente ci imbarcammo. Allora il viaggio era abbastanza lungo, per cui arrivammo a Olbia, nel Golfo Aranci, all’imbrunire.

Sul traghetto avevamo fatto amicizia con un sardo, un invalido su una carrozzella a motore, che si offrì di accompagnarci in un’amena spiaggetta che conosceva e dove avremmo potuto campeggiare. Lo seguimmo. Doveva avere dei problemi al motorino della carrozzella perché si fermò una prima volta. Pulì con una sputacchiata le candele e ripartimmo. Poi di nuovo fermi. L’invalido a ogni fermata era sempre più incazzato e ci guardava come due menagramo. Maria, la solita chiacchierona, l’aveva informato infatti delle nostre disavventure con le gomme. Quando arrivammo alla spiaggetta era notte fonda. L’invalido ci scaricò quasi senza salutarci. Da lontano risentimmo le candele ansimare, si era di nuovo fermato!

Quella notte, esausti, dormimmo. Io sognai di volare, ero su una nuvoletta comodamente sdraiato ma quando lasciai cadere il braccio toccai il bagnato. Mi svegliai, il materassino di gomma su cui dormivamo galleggiava. Nella notte era giunta la marea che aveva invaso “Grazia”. Smontammo la tenda con i piedi a mollo, ringraziando il cielo di non essere ritornati sul continente!

Passando per Palau e Santa Teresa di Gallura, in un paesaggio di affascinante e cruda bellezza, arrivammo a Castelsardo. Un paese abbarbicato su un roccione che guarda il mare verso la Corsica. “Grazia” fu montata sulla spiaggia, una grande lingua sabbiosa, deserta, che sembrava protrarsi all’infinito. Mangiammo cucinando per la prima volta con il fornello a gas. Poi la sera visitammo il paese: non so quali trasformazioni abbia avuto in quarant’anni Castelsardo, ma allora era magnifico ed estremamente caratteristico. Le donne anziane erano tutte in costume, e i giovani erano spalmati sulla piazza per lo struscio, rigorosamente separati. I ragazzi da un lato che “puntavano”, le ragazze dall’altro che “occhieggiavano”.

Quando ci alzammo il mattino dopo, davanti alla tenda avevamo del pubblico. Un gruppo di ragazzi, in silenzio, aspettava che qualcuno uscisse per vedere chi ci fosse dentro quella cosa che non avevano mai visto. Quando Maria si presentò in calzoni cortissimi, la loro sorpresa si trasformò in libidine, fortunatamente non violenta. Facemmo amicizia, e ci fecero da guide per un paio di giorni, scorrazzandoci per quel territorio pieno di fascino. Ci portarono in una fattoria di certi loro cugini dove conoscemmo la “cuginetta”, una splendida fanciulla, magra e di eleganza innata, che non avrebbe sfigurato in un concorso per mannequin. La cosa fantastica però era la fattoria, ricca, piena di animali, soprattutto cavalli. Conserviamo ancora una fotografia di Maria a cavallo con indosso un costume sardo di straordinaria bellezza.

La sera della nostra partenza ci promisero una cena sulla spiaggia, a base di asinello allo spiedo. Se lo avessero trovato, penso, si sarebbe trattato di abigeato. Fortunatamente ripiegarono su salumi e vini. Mi ubriacai, e ricordo solo Maria mentre mi trascina per i piedi a vomitare in mare.

Per arrivare ad Alghero, seconda méta del nostro viaggio, passammo da Stintino. Una grande spiaggia bianca che portava a un mare di un colore indefinito, quasi tropicale. Era il paradiso privato dei Berlinguer e dei Cossiga, i nobili locali che allora non conoscevo. Alghero ci apparve risplendente al sole della Sardegna. La cupola di maiolica azzurra mandava bagliori incredibili; visitammo la città dopo aver piantato la tenda sulla spiaggia di Fertilia. Una strana borgata di ex contadini veneti, esiliati su quella costa dal Duce durante il fascio. La spiaggia era stranissima, nera; invece della sabbia, un mare di alghe che emettevano un odore non sgradevole ma intensissimo. La notte, in un silenzio totale, avemmo paura.

Il giorno dopo visitammo le vicine grotte di Nettuno. Si scendeva per una scalinata scolpita nella roccia di un colore tra il rosso e l’arancio. Le grotte, le prime che avessimo mai visitato, erano meravigliose. Da Alghero ci trasferimmo a Cagliari, un’intera giornata in Lambretta sotto un sole accecante, alla ricerca di un ristorante per poter mangiare. Non so quanti chilometri percorremmo e quanti paesini attraversammo senza trovare l’ombra di una “piola”.

Affamati e disperati stavamo per tirare fuori il fornello, quando vicino a un paese vedemmo un cartello scritto a mano che indicava un ristorante. Trovarlo fu un’impresa, era al piano terreno di un normale appartamento privato; mangiammo con la famiglia e un rappresentante di Cagliari.

Cagliari francamente non ci piacque, moderna e trasandata, molto diversa da quanto fino a quel momento avevamo visto. Piantammo la tenda sulla spiaggia, vicino al lungomare. Essendo domenica pomeriggio, fummo l’involontario oggetto della curiosità dei cagliaritani che, a famiglie compatte, venivano in pellegrinaggio a vedere quella coppia di “zingari”. Una signora ci chiese se lo fossimo.

Visitammo i nuraghi, la straordinaria Carbonia, e poi l’isola di San Pietro con Carloforte, dove tutti parlavano in dialetto genovese. Gli abitanti, infatti, erano e sono tuttora i discendenti di una colonia di pegliesi che a metà del 1500 si erano trasferiti nell’isolotto di Tabarka sulla costa tunisina a pescar corallo. Nel 1738, essendo diminuito il corallo, una parte dei Tabarchini accettò la proposta del Re Carlo Emanuele III di Savoia di colonizzare l'isola di San Pietro, allora deserta: e da allora la lingua dei padri continua a essere mantenuta, al punto che il 10 novembre 2004 Carloforte è stato riconosciuto come comune onorario dalla Provincia di Genova, in virtù dei legami storici, economici e culturali con il capoluogo ligure e, in particolare, con Pegli.

Lasciato l’eden di Carloforte e rientrati nell’isola madre, cercammo di raggiungere Orgosolo. Il nuorese è ancora selvaggio ora, pensate allora. Avevamo sentito parlare del banditismo e volevamo rendercene conto di persona. Il contesto era di una straordinaria e incontaminata bellezza, e la nostra Lambretta si inerpicava agilmente per una strada stretta e scoscesa: lungo il percorso incontrammo numerosi pastori, tutti con la lupara a tracolla.

Fummo fermati dai mitra dei carabinieri che ci chiesero se eravamo matti ad avventurarci in quel territorio. In quell’epoca era in atto una faida tra famiglie nemiche che aveva fatto qualche decina di vittime. Girammo lo scooter e tornammo indietro. Dopo un viaggio durato un mese che non avremmo mai scordato, si ritornava. Maria alla Olivetti, io alla Fiom e al partito socialista.

(continua)

 

Inserito il:04/02/2020 00:35:48
Ultimo aggiornamento:08/02/2020 10:47:32
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