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Aggiornato al 17/01/2022

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Dick Bobnick (from Burnsville, MN - United States) – Santo Papa Giovanni Paolo II

 

La Olivetti vista con gli occhi di un dipendente - 9

La visita del Papa

(seguito)

di Rolando Argentero con Cesare Verlucca

 

Durante i tanti anni vissuti in Olivetti ricevetti molte telefonate dai vertici della società, ma ce n’è una che ricordo in modo particolare, quando il telefono squillò e dall’altro capo del filo sentii la voce della dottoressa Escoffier, la quale mi disse in un soffio: «L’ingegnere vuole vederla, – poi aggiunse, dopo una breve pausa, che a me parve calcolata: –Subito!».

Cosa potevo aver mai combinato? Non che fossero insolite quelle telefonate, anzi, ma quel tono di voce non ammetteva repliche. Raggiunsi l’ufficio del dr. Minardi, lo informai e gli chiesi la chiave dell’ascensore che portava direttamente al piano della presidenza. Intanto continuavo a ripensare alle mie ultime azioni, ai colloqui avuti con i vari giornalisti, alle comunicazioni diffuse: mi sembrava tutto in regola.

Entrai, la dottoressa Escoffier disse: «Vada, vada…».

Bussai, e varcai la porta dell’“inferno”.

L’ingegnere era al suo solito posto, dietro la grande scrivania; di fronte a lui, in poltrona, il vescovo di Ivrea. Salutai entrambi e venni ricambiato con cortesia.

«Bene, – disse l’ingegner De Benedetti, – vedo che già vi conoscete, questo faciliterà le cose».

Poi rivolgendosi a me: «Argentero, abbiamo pensato a lei per un incarico particolare. Il 19 marzo prossimo, nella festività di San Giuseppe lavoratore, Sua Santità verrà in visita a Ivrea e, in special modo, agli stabilimenti Olivetti. Vorremmo che lei si occupasse di tutta la visita. Che ne dice?».

Ero abbastanza sorpreso. Conoscendo De Benedetti avevo pochi secondi per rispondere e, soprattutto, avevo a disposizione due sole risposte: o era sì, oppure era sì. Sorrisi, e cercai di coinvolgere anche il vescovo: «Ovviamente sì, se monsignore è d’accordo».

Bettazzi si dichiarò felice e mi spiegò che avrebbe incaricato il proprio vicario di seguire con me la vicenda.

«Si conoscono, sarà facile», aggiunse il prelato rivolgendosi a De Benedetti.

Intervenne ancora l’ingegnere, guardandomi.

«Naturalmente, per quanto riguarda la Olivetti, lei ha carta bianca, risponde soltanto a me; disponga come ritiene meglio, sia per il giro in fabbrica, sia per quanto riguarda la sicurezza e il punto in cui Sua Santità terrà il discorso ai lavoratori. Si avvalga di tutte le strutture aziendali, e da questo momento si consideri impegnato a tempo pieno su questo obiettivo. Informerò io i suoi superiori, non si preoccupi».

Una stretta di mano a tre suggellò il patto. Il giorno seguente ero in vescovado a incontrare il vescovo e il suo vicario, monsignor Arrigo Miglio (attualmente arcivescovo di Cagliari), e a tracciare sulla carta (o meglio: nella mente) ciò che pensavamo di organizzare. Poi mi avviai verso gli stabilimenti e con circospezione cominciai a mettere in allarme i responsabili della sicurezza, quelli dello stabilimento di Scarmagno (avevo pensato infatti che lì Sua Santità avrebbe potuto rendersi meglio conto dell’alienazione del lavoro a catena), poi i comandi di Pubblica Sicurezza e dei Carabinieri, la Digos, i Servizi segreti, i Servizi di sicurezza del Vaticano e quant’altri esistono in Italia.

Fu un mese infernale con continui sopralluoghi, addetti alle pulizie che venivano messi a dura prova perché tutto fosse in ordine; capi reparto e capetti che ricevevano lavate di capo senza sapere (almeno all’inizio) cosa doveva capitare; fotografi e giornalisti che chiedevano l’accredito per assistere all’avvenimento e che dovevano essere selezionati.

Poi il gran giorno, con Sua Santità in testa al corteo al mio fianco; i fratelli De Benedetti dietro con il vescovo Bettazzi e il suo vicario, i cardinali del seguito con i dirigenti di primo livello, e tanti poliziotti e carabinieri in borghese a vigilare.

I reparti erano tutti in ordine, gli operai facevano finta di lavorare, avevano soltanto occhi per Sua Santità che a sua volta fingeva di ascoltare le mie spiegazioni. Tornammo a Ivrea per una visita al “Convento”, dove è conservato il ciclo pittorico di Gian Martino Spanzotti, sorto verso la fine del 1400 e dedicato a San Bernardino da Siena, grande predicatore transitato nelle terre canavesane a diffondere il proprio messaggio di pace.

Il Pontefice, ammirato lo splendido ciclo pittorico e poste alcune domande, si avviò quindi verso la spianata che normalmente fungeva da parcheggio sopra la ICO. Lì era previsto che avrebbe parlato “a braccio” con quella sua cadenza polacco-italiana che tanto piaceva ai fedeli. Applausi a non finire, anche da parte dei tanto temuti contestatori.

Poi i saluti. Una stretta di mano calorosa quando tentai di baciargli la mano, un assistente che gli venne in soccorso e aprì una piccola cartella nera dalla quale estrasse una scatoletta. C’era una medaglia con l’effigie della Madonna, che il Papa mi offrì.

«La porti a casa alla sua famiglia, la proteggerà».

Ringraziai e attesi che salutasse anche gli altri prima di tornare alla mia scrivania. Il mio compito era finito. Nel pomeriggio mi giunse una lettera dell’ingegner De Benedetti.

“Caro Argentero, desidero complimentarmi e ringraziarLa per l’ottimo lavoro da Lei svolto per la visita del Santo Padre. Proprio per la complessità e la delicatezza degli eventi da coordinare in questa occasione, ritengo che il Suo contributo sia stato determinante per il successo della giornata e quindi per l’immagine della nostra azienda”.

Qualche giorno dopo a scrivermi fu il vescovo di Ivrea.

“Egregio Dottore (errore! non sono laureato), mi permetta rinnovarLe anche per iscritto il ringraziamento più vivo per il Suo contributo alla Visita del Santo Padre alla Diocesi di Ivrea e alla Olivetti. Tutto è andato molto bene, con sincera soddisfazione di tutti, a cominciare dal Santo Padre e dai Suoi collaboratori. La visita all’Olivetti, in particolare, è stata superlativa, per l’accuratezza della preparazione, la qualità dei contenuti e per il calore umano. E Lei ne è stato uno degli artefici più preziosi e più sicuri. Anche per noi è stato di insostituibile conforto avere in Lei un punto di riferimento autorevole, sicuro, amico. Grazie di cuore. Con deferenza e cordialità”.

Quotidiani, settimanali, televisioni trasmisero vari servizi su quella visita. Gli amici mi prendevano in giro: «Chi era quell’uomo vestito di bianco che visitava gli stabilimenti Olivetti accanto a te?». Diverse persone mi fermavano per chiedermi particolari che non potevo rivelare (o che non conoscevo). Poi, come in tutte le vicende umane, anche la visita di Sua Santità venne dimenticata.

(Continua)

 

Inserito il:30/12/2021 12:26:17
Ultimo aggiornamento:06/01/2022 19:26:12
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