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Aggiornato al 22/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Emperor Jehangir’s Artists (mid-1600 ca) - Muslim sages seated in discussion

 

Dentro l’Islam - Sciiti e sunniti, le differenze (2)

(seguito)

di Vincenzo Rampolla

 

Lo scisma che polarizza le tensioni politiche in Medio Oriente è spesso analizzato in modo riduttivo, limitando l’analisi all’opposizione tra Arabia Saudita sunnita e Iran sciita. Negli ultimi decenni, nell’evoluzione storica delle due correnti dell’Islam, le cause dei conflitti per il governo della comunità hanno subito una mutazione rispetto a quelle dei confronti storici del VII-VIII sec.

E la storia della loro mappa geopolitica può facilitare la ricerca delle origini remote negli scontri tribali, nelle fusioni tra etnie diverse, negli effetti sulle popolazioni di frequenti guerre e migrazioni, nelle ambizioni infine e nelle lotte intestine tra le famiglie al potere. Sunniti e sciiti costituiscono oggi rispettivamente l’80% e il 12% del mondo islamico. Gli sciiti si concentrano nelle aree centrali dell’Iran, dove lo sciismo è religione di Stato dal XVI sec. Anche in Iraq prevalgono, mentre in Libano sono relativa maggioranza. Consistenti minoranze sciite sono insediate in Afghanistan, Pakistan, nel Golfo e in Arabia Saudita. I sunniti predominano nell’intero magreb Nord Africano e nell’Africa subsahariana, in Egitto, Turchia, Asia Centrale e Estremo Oriente. Quale differenza di fondo li separa? Improprio partire dalle differenze, se tutti praticano i cinque precetti fondamentali dell’Islam: l’unicità di Allah (Shahadah); la preghiera (Salat) cinque volte al giorno, il venerdì, nelle festività speciali per Ali e Fatima e per alcuni Imam; il digiuno (Sawm) nel mese di Ramadan; il pellegrinaggio (Hajj) alla Mecca almeno una volta nella vita, finanze permettendo e l’elemosina (Zakat), imposta volontaria religiosa per i bisognosi, con una quota dell’oro, dell’argento, del bestiame e dei prodotti agricoli posseduti.

Uguali dunque davanti ai precetti, nel profondo con una diversa concezione dell’autorità religiosa.

Per gli sciiti quest’autorità, alla morte di Maometto, si è trasmessa al cugino e genero ‘Alî e alla sua famiglia. Teologicamente ha indotto gli sciiti a scomporre la rivelazione coranica in una parte da prendere alla lettera, nutrimento per il fedele, pratica di vita quotidiana e in un’altra parte interna, nucleo spirituale, insegnato e trasmesso da ‘Alî e dai suoi discendenti, gli Imam. Comprendere a fondo il Corano porta a studiare i protagonisti, perché dice il Profeta: C’è qualcuno tra voi che combatte per l’interiorità della rivelazione, come io combatto per la sua esteriorità. E questo qualcuno è ‘Alî.

Per i sunniti l’autorità (sunna) è immanente, all’interno del Corano, nell’esempio del Profeta e dei suoi primi compagni interpretati dalla comunità e dai suoi vicari. La mano di Allah è con la comunità e Maometto resta il testimone originario della rivelazione e il credente accede al Corano interiorizzando il suo comportamento, imitandolo, di padre in figlio, di generazione in generazione.

È una questione religiosa? No, non nel senso occidentale di religione. Nella comunità islamica delle origini, sottili e profonde, autorità religiosa e di governo si mischiano, si urtano e provocano un divario dal sapore politico. Per gli sciiti Maometto designa alla guida della comunità ‘Alî, suo califfo (khalifa, successore), mentre per i sunniti Maometto non dà alcuna direttiva specifica e i suoi Compagni possono liberamente eleggere un capo nel clan delle famiglie potenti e meritevoli: prassi variata e mutata in assenza della dottrina stessa. In altre parole: l’abitudine fa la legge. E le cose stanno cambiando. Ai prerequisiti richiesti dall’ortodossia sunnita per la scelta del Califfo, gli sciiti antepongono la successione per via ereditaria, con il sangue dell’erede. ‘Alî ha sposato la figlia del Profeta e i loro figli avranno il suo sangue. ‘Alî rigetta il principio dell’elezione: l’autorità viene da Allah, è illegittimo che lui non designi il suo successore, quasi a rinnegare l’ummah dei fedeli.

Ci sono stati momenti in cui si è tentato di superare questa difformità?

Una prima occasione si è presentata alla morte del 3° califfo Uthman, assassinato nel 656, membro della facoltosa dinastia dei Quraysh, da cui discende Maometto. È suo genero, per averne sposato le figlie Ruqayya e Umm Kulthum. La comunità islamica sceglie ‘Alî come successore e 4° Califfo. Il divario pare sanato. E sbuca Muhawiya, cugino di Uthman, Governatore della Siria, accusa ‘Alî di essere coinvolto nell’assassinio di Uthman e gli nega obbedienza. Mentre è intento a pregare nella moschea di Kufa, un sicario sorprende ‘Alî e lo uccide.

Dopo la morte di ‘Alî, Muhawiya, membro legittimo della dinastia degli Omayyadi (661-750), sfrutta l’occasione e si autoproclama Califfo. E le cose continuano a cambiare. Alla sua morte, non più per elezione, il califfato passa al figlio Yazid. Hussein, figlio minore di ‘Alî e a capo della famiglia, dopo l’abbandono del fratello maggiore Hassan e la sua rinuncia a ogni pretesa sul califfato, dichiara illegittima quella successione e rifiuta di riconoscerla. La legittimità domina il divario. Le speranze degli sciiti si riaccendendo, Hussein conta sull’aiuto promesso dalle milizie di Kufa, ma queste, con un’infame defezione abbandonano il campo e dopo dieci giorni di scontri il 10 ottobre 680, viene travolto a Kerbala dal massiccio esercito di Yazid. La testa di Hussein decapitato viene portata a Damasco in omaggio al califfo e i 72 familiari e il seguito sciita vengono sterminati. Per gli sciiti Hussein è il martire per eccellenza, commemorato annualmente nell’Ashura, solenne giorno in cui si osserva il lutto e si medita sul martirio di Hussein e vestiti di nero, gli sciiti sfilano e alzano lamenti per la sua morte, fino a autoflagellarsi. Per i sunniti è giorno di espiazione e ricerca del perdono di Allah per i peccati commessi nell’anno, riflettono e osservano il digiuno. Gli sciiti non digiunano, per loro Ashura è giorno di dolore, non di celebrazione di una vittoria. Ataviche schermaglie. Nel 749 avviene lo sterminio di tutti i membri Omayyadi e l’instaurazione di un proprio califfato dinastico per opera degli Abassidi: discendono da Abbas, zio di Maometto e sanno legittimare la loro presa di potere. Trasferiscono la capitale da Damasco a Baghdad e governano fino al 1258, anno in cui i mongoli pongono fine alla loro dominazione, la più duratura del mondo medievale islamico con la maggior fioritura della civiltà arabo-musulmana. E la famiglia di ‘Alî rinuncia a ogni futura pretesa politica.

Nel ‘900 si sono avuti altri tentativi di avvicinamento tra sunniti e sciiti, tra cui spicca il Messaggio di Amman del 2004, debole conato basato sul fatto che le due comunità sono molto simili a livello di comportamenti pratici. A livello teologico le differenze sono profonde e il divario resta. Enorme.

Chi è oggi l’Imam degli sciiti? La maggior parte degli sciiti riconosce una sfilza di 12 Imam. L’ultimo, a causa della crescente ostilità dei califfi Abbasidi, si sarebbe nascosto nell’874 oppure, versione sciita, sarebbe entrato nel cosiddetto occultamento. Inizialmente avrebbe continuato a comunicare con i fedeli attraverso intermediari, poi anche questo legame si sarebbe interrotto. Oggi la maggioranza degli sciiti crede che il 12° Imam viva appartato e tornerà alla fine del mondo per riportare ordine e giustizia sulla terra. Altri gruppi come gli ismailiti si riconoscono in diverse serie di Imam o, come gli zayditi dello Yemen, interpretano la figura in un senso più vicino al concetto sunnita di Califfo. Per la maggioranza degli sciiti le identità sarebbero apparenti, destinate a interrompersi? Sicuro. E questo fatto ha avuto un effetto destabilizzante su una comunità che si era costruita proprio attorno alla devozione per la persona fisica dell’Imam. Una corrente minore sostiene che, dopo l’occultamento, lo sciismo debba diventare totalmente spirituale: il fedele è chiamato a vivere nel proprio cuore il rapporto con l’Imam nascosto, nell’attesa della sua comparsa, in particolare mantenendosi lontano dalla politica. Per contro, la corrente maggioritaria per gradi ha delegato le prerogative degli Imam agli esperti di scienze religiose, creando piano pianino un clero, con una sua gerarchia. È un processo che è durato più di un millennio e di cui si può vedere l’esito ultimo nella figura di Khomeini. Per il padre della Repubblica islamica infatti tutta l’autorità dell’Imam, durante il suo occultamento, passa agli esperti di Legge religiosa. È la wilâyat al-faqîh (esercizio dell’autorità), fondamento dottrinale dell’Iran attuale, concezione politica basata sull’autorità di un giurista retto e competente, che si assume la guida del governo durante l’assenza di un Imam infallibile. È il Governo religioso. Questa dottrina è contestata dagli oppositori laici e anche da una parte dello stesso clero sciita come, ad esempio, l’Ayatollah iracheno Ali al-Sistani.

E i sunniti quando si fanno vivi? Le loro radici remote affondano in quella parte dominante della prima comunità che scelse Abû Bakr come 1° Califfo, successore di Maometto e che, dopo la morte di ‘Alî, accettò Muawiya come califfo, principalmente per porre fine alle discordie civili.

Il sunnismo vero e proprio secondo gli studiosi nasce più tardi, verso il IX sec., costruito sullo studio dei detti di Maometto (hadîth). Da questo nucleo si è esteso inglobando altre scuole giuridiche e teologiche, asceti di varie origini che privilegiano la logica e il metodo, i mistici sufi e numerose forme di religiosità popolare. Anche il riconoscimento di ‘Alî come 4° califfo legittimo e religioso entra in questa direzione detta ecumenica. A partire dal XVIII sec. questa tendenza s’inverte con i cosiddetti movimenti riformisti, con il dal wahhabismo saudita: ritorno al nucleo essenziale del sunnismo con i moderni gruppi salafiti che espellono il misticismo sufi e rispolverano gli hadîth. E le cose cambiano, si rimestandosi in un ciclo vizioso.

E oggi? Non più guerre di sciiti contro i secolari nemici sunniti, ma feroce dialettica all’interno dello stesso imamismo, diretta a depurare la comunità dagli inquinamenti che l’avrebbero resa un’illusoria classe sciita. Così è stato, e la storia ha tramandato la sollevazione popolare contro la dinastia Pahlavi e ha visto la nascita di un governo diverso, sotto la guida di Khomeyni Ruollah, l’Ayatollah presentatosi come Imam artefice della caduta dello Scià e alla guida dell’intera comunità di fedeli, ovvero con un progetto sporco, un misto religione e politica. È uno dei Sayyid (Signori) che vantano la discendenza diretta dal Profeta. Nel decennio 1979-1989, l’Iman si ispira ai più rigidi principi integralisti e al nazionalismo. E lo sciismo messianico, dov’è finito?

Le cose continuano a cambiare e hanno preso pieghe impreviste. Settembre 2021: nella Repubblica Islamica d’Iran lo sciismo è religione di stato e sciiti sono i Persiani e gli Azeri, oltre 90% del Paese. Secondo le stime, si tratta della metà o di un terzo degli sciiti nel mondo. In termini geopolitici, è nata l’ultima grande idea iraniana, covata sin dal 2018, il Crescente fertile: unire sotto un’unica guida i territori che vanno dalla Palestina all’Iraq compresi, con Libano, Transgiordania, Siria. Obiettivo: accrescere l’influenza dell’Iran nel mondo arabo, in memoria della Mezzaluna fertile, far rinascere la Mesopotamia del tempo dei Sumeri, irrigata tra Nilo,Tigri, Eufrate e Giordano con gli sciiti che vivrebbero sui giacimenti di petrolio e gas del Golfo Persico, circa 80% della popolazione. La politica si annacqua nel potere, con grumi di finanza e economia.

Il 2 agosto 2021 sale al potere Ebrahim Raisi, 8° Presidente, religioso ultraconservatore, originario di Mashhad, città santa sciita ove è sepolto ‘Alî. Nominato nel 2019 da Khamenei, la Suprema Guida, e carriera fatta alla sua ombra, dirige la magistratura per 3 anni. Dal passato, pendono su di lui gravi accuse di sterminio di massa, dicono le Organizzazioni dei Diritti Umani: nel 1988 manda a morte migliaia di prigionieri politici nella guerra con l’Iraq e ne chiude in carcere altrettanti.

Lo scontro in essere oggi, è il risultato di una diatriba di secoli. Da una parte il movimento che sfocia nella rivoluzione di Khomeini, con l’abbandono del tradizionale quietismo sciita per una militanza aggressiva, dall’altra una progressiva contrazione del dilagare del sunnismo, che rende questo tipo di Islam, versione salafita, molto meno tollerante oggi verso la diversità, inclusa quella interna. Si inserisce poi un terzo fattore: dagli anni ‘60 emerge l’Islam politico, sorta di attivismo in cui la religione è vista come sistema politico globalizzante, capace di fondare un modello di Stato moderno alternativo a quello occidentale. Si tocca con mano la mutazione storica dell’Islam.

L’idea ha trascinato pensatori sunniti e sciiti e nella sua versione estrema ha dato vita a gruppi radicali come le Jamâ‘at islamiche o Hezbollah, generando un travaso di idee e pratiche come il culto del martire (tradizionalmente sciita, ora però centrale anche nel radicalismo sunnita), la subiezione della donna o il nuovo disegno del concetto di jihâd, anche in ambito sciita. L’osmosi tra i gruppi radicali sunniti e sciiti è cresciuta sotto la brace con l’acuirsi della reciproca ostilità, come si è visto ieri nelle azioni di Alqaida in Iraq e oggi nello Stato Islamico. Nulla di sorprendente. Innestare la divergenza dottrinale nell’humus politico complica infinitamente gli interventi e le soluzioni: revival della miscela religione-politica paragonabile a quella degli albori dell’ummah, ma con l’iniezione della tecnologia ad ogni livello, modernissimo super-detonatore.

All’inizio delle rivolte arabe si parlava di un nuovo Medio Oriente, fatto di Facebook, Twitter e blockchain, con il passato religioso morto e sepolto. Illusione. Qualche mese in Siria ha fatto cambiare idea, senza però scivolare sul viscido terreno dell’anno 650, ripescando la rivalità tra ‘Alî e Uthman. Chi si fa avanti e predica di volere risolvere il conflitto tra sunniti e sciiti in chiave religiosa? Perché no? Il miscuglio religione-politica, punto forte dell’Islam politico, ha subito nel tempo la progressiva mutazione in miscela esplosiva. Liberarlo dell’innesco politico, in casa sunnita e sciita, potrebbe giovare, ma la miscela non potrà mai generare un’utopica religione universale, una politica divinizzata, che per definizione rende i conflitti cronici, non patteggiabili. L’esempio del Faraone dell’antico Egitto può illuminare, quello di Raisi fa tremare. Erano altri tempi.

(Continua)

 

Inserito il:26/09/2021 18:45:09
Ultimo aggiornamento:29/09/2021 23:16:28
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