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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Da Donna Moderna. Ufficio Stampa - Storico Carnevale Di Ivrea

 

Ivrea, tra Olivetti e Carnevale (2/3)

(seguito)

di Cesare Verlucca

 

Il Disordine dei Mugnai

Nella logica binaria di una città come Ivrea, a una vezzosa Mugnaia corrisponde un vivace mugnaio. Costui, anche se non ha incarichi specifici nel ludico gioco delle parti (la tradizione si limita a rammentarne il nome: Toniotto), riveste tuttavia un ruolo non indifferente nella vita della vezzosa Violetta, non foss'altro che per la sua qualità di ufficiale pagatore. Nel Carnevale di Ivrea il suo compito si limita, il sabato grasso, a sfilare nel corteo al braccio del Sostituto Gran Cancelliere e a fare un paio di balli con la moglie, durante il galà successivo.

Inoltre, nel corteo di gala, che percorre le vie cittadine il pomeriggio di domenica e martedì, il mugnaio si installa nel carro che trasporta i quintali di caramelle, cioccolatini e mazzetti di mimose che servono per rifornire l'antistante cocchio della Mugnaia, occupata a gettare a piene mani i suoi doni al pubblico plaudente: anche lui viene omaggiato e sollecitato al lancio, ed è questo, forse, il suo unico momento di gloria.

Sistemate dunque le signore, era giocoforza dedicarsi ai rispettivi coniugi, ed è così che, a grande richiesta (mia), è sorta un’associazione parallela che, per fare da contraltare all’Ordine della Mugnaia, è stata battezzata il Disordine dei Mugnai. Ho cercato lo statuto che avevo steso a suo tempo (senza mutuarlo dall’ONU, questa volta…) ma, in omaggio al disordine di cui al titolo dell’associazione, dell’ottalogo originario ho trovato solo tre articoli.

Art. 5

Mugnai non si nasce, si diventa. La qualifica di mugnaio, quindi, essendo un valore aggiunto, è trasparente come l’IVA, e non produce incompatibilità con altre cariche e incombenze, carnascialesche o secolari, precedenti o successive: rimangono perciò mugnai, o lo diventano, generali e sostituti, assessori o segretari, sindaci o podestà, che semplicemente rispondano al dettato della terza disposizione di questo raffinatissimo ottalogo.

Art. 6

L’accettazione delle domande verbali degli aspiranti disordinati avviene (sempre verbiter) all’unanimità più uno degli associati presenti e in regola con se stessi.

Art. 8

Il Disordine dei Mugnai non possiede una sede; non istituisce tasse di iscrizione; non ha capi, né esigenze di periodiche incombenze; non affronta problemi escatologici universali, né si pone come obiettivo di salvaguardare checchessia. Si riunisce (alla voce) quando càpita; nomina eventuali responsabili (provvisori) per le manifestazioni che gli occorresse di organizzare; e, soprattutto, lascia che l’acqua scenda a valle, anziché spingerla a mani nude verso la vetta.

A così chiare e lapalissiane affermazioni non avevo trovato obiezioni da parte degli aspiranti associati e da allora tutto va ben, madama la March…, pardon, madama la Mugnaia. Ai posteri non mi rimane che chiedere scusa per essere sceso così in basso, ma si è giovani una sola volta nella vita e, purtroppo o per fortuna, tali si rimane finché non si invecchia.

Dalla morte di Monique non sono più andato alle riunioni, né ordinarie né straordinarie dell’Ordine e, per una sorta di par condicio ho disertato anche tutte le riunioni del Disordine. E ciò fino a quando due cari amici (Alessandro e Roberto) non ci hanno messo tutta l’anima per farmi scendere dal mio Aventino.

Dopo essere tornato finalmente a una cena disordinata, leggete la prima parte della lettera che ho scritto per giustificare il passato e il presente ai Toniotti di ieri, di oggi, di domani, di sempre.

Carissimi Toniotti,

fraterni amici di un comune ricordo lontano, buon giorno!

O buona sera, se doveste leggermi dopo le ore diciotto di questo primo mese dell’anno di grazia duemilaquattordici.

Voi forse non vi rendete conto del favore che mi hanno fatto Ciccio e Sandro nel costringermi, con affettuosa e reiterata insistenza, a tornare nel nido che avevo concorso a costruire una vita fa, e successivamente disertato per un’ormai lunghissima stagione. Tutti conoscono le ragioni per le quali sono salito sull’Aventino, lasciando tuttavia il mio cuore vicino a voi e alle “mie” vezzose Mugnaie; ma ora che ne sono sceso pro-quota, mi rendo conto che la vostra compagnia mi mancava e sono pertanto lietissimo di tornare a sedere tra di voi per riprendere le antiche disordinate consuetudini.

A testimoniare la mia soddisfazione per l’agape consumata insieme nell’antro di Giordano, m’ero proposto di scrivere a ciascuno di voi due righe affettuose, confessandovi che nella circostanza m’era sembrato di tornare indietro di tre lustri, avendo tuttavia mantenuto integro, in questo lasso di tempo, lo spirito d’antan. E poi?...

Poi sono improvvisamente rinsavito.

Mi sono detto sottovoce, cercando di non farmi sentire dal mondo circostante: «Cesare, ma sei diventato matto? Ferma la mula, finché sei in tempo. Scrivere a tutti i commensali, dopo una serata passata in loro piacevole compagnia, è sicuramente cosa da persona educata, ma lontana anni luce dallo spirito che anima da sempre i mitici Toniotti dello storico Carnevale di Ivrea. I quali tutti, bisogna onestamente ammetterlo, sono al massimo esperti in disordini minuziosamente disorganizzati, ancorché meritevoli di passare alla storia cittadina, quella piccola, con la esse minuscola».

La lettera continuava lunga e disordinata come doveva essere e si chiudeva con il celebre “Arvedse a giòbia a’n bòt!”.

È questa la formula di saluto più diffusa a Ivrea e dintorni, massime nel periodo carnascialesco. Viene pronunciata la sera del martedì grasso quando, dopo l’abbruciamento dell’ultimo Scarlo in Borghetto, parte la Marcia Funebre, sicuramente uno dei momenti più toccanti del Carnevale. Il Generale scende da cavallo e, conducendolo per le redini, s’avvia a piedi verso piassa dla Granaja. Gli Ufficiali lo seguono trascinando sul selciato le loro sciabole che generano un suono stridente e triste, mentre Pifferi e Tamburi eseguono una malinconica pifferata per accompagnare il funerale del Carnevale. I piccoli Abbà e i cittadini seguono in rigoroso silenzio, indossando per gli ultimi istanti il berretto frigio.

Arrivati in piazza, Pifferi e Tamburi intonano per l’ultima volta la Generala e il saluto, Ci rivediamo giovedì all’una, conferma l’appuntamento a ritrovarsi tutti insieme per il Carnevale dell’anno successivo.

(Continua)

 

Inserito il:08/08/2021 20:15:10
Ultimo aggiornamento:08/08/2021 20:40:25
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