Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Per saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni dei cookie clicca su
Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy.

[OK, ho capito]
Aggiornato al 21/06/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Amanda Clark (Shalford, Essex - United Kingdom) - Healing paintings

 

Guarisce chi vuole (1)

di Cesare Verlucca

 

A uariss mach chi ch’a vòl

La storia che mi appresto a narrare è la conseguenza di un incidente spaventoso nel quale, a svariate riprese, sarei potuto andare all’altro mondo con biglietto di sola andata; invece, dopo soli quattro mesi, mi sono ritrovato sgravato di dodici chili, con qualche acciacco in via di rientro, e tutti continuavano a stupirsi come avessi potuto non solo evitare di morire, ma addirittura migliorare fisicamente.

In tanti mi hanno consigliato di dare un seguito all’autobiografia edita al raggiungimento dei novant’anni, e non solo per raccontare il tragico evento, ma anche per mettere nero su bianco, e a mio rischio, quello che da qualche tempo raccontavo al mio prossimo, e magari anche a quanti si compiacevano di ascoltarmi: e cioè che guarisce chi vuole.

La frase era, ed è, la traduzione italiana di uno dei magnifici detti di mia madre, meravigliosa contadina di scarsa cultura, ma di un’intelligenza che le proveniva direttamente dalla terra. Ai suoi tempi, infatti, nella mezza montagna in cui lei viveva dall’infanzia (e sarebbe nel prosieguo vissuta con mio padre, le mie tre sorelle, il nonno paterno ed io), si poteva arrivare solo alla terza elementare. Pronunciare il detto nel largo dialetto pratiglionese, A uariss mach chi ch’a vòl, mi riporta ai luoghi e ai sogni di un’infanzia felice.

Da sempre io credo che la razza umana abbia possibilità che non mette in atto: nessuno considera seriamente che la volontà possa sconfiggere il male; che individuare il poco di positivo che c’è anche nell’azione più negativa, pensando a quello e non al viceversa, sia il modo migliore per vivere sereni.

Qualche tempo fa, uno dei miei carissimi nipoti, architetto in odore di fama, mi ha citato una frase che descrive, papale papale, le azioni che ho sempre praticato anche prima di conoscere lo splendido detto: “La tradizione non è il culto della cenere, ma l’invito a tenere viva la fiamma. Io, sull’ultima brace, da sempre continuo a soffiare, anche quando dal mio mantice, anziché un robusto getto d’aria per alimentare il fuoco, escono deboli sospiri.

Un’altra frase ho estrapolato dal volume L’uomo della Città Vecchia di Enrico Franceschini, titolo che potrebbe rappresentarmi invertendo due lemmi: L’uomo vecchio della città, ma la frase nel libro è stata messa in bocca a una bellissima spia israeliana: «In Occidente vi siete allontanati troppo dal dolore e dalla sofferenza. Cercate disperatamente una vita anestetizzata dal male, ma il male è dovunque, non si può sempre evitare… fa parte della vita. La maggior parte di voi ha perso l’abitudine, un tempo innato nell’uomo, di sopportare il dolore, di conviverci, di accettarlo come parte del proprio destino. Per questo vi agitate tanto, soffrite, e aggiungete dolore al dolore…».

Sulla scorta di queste affermazioni condivise ho deciso di mettere insieme una serie di idee e di ragionamenti, cercando di diffonderli e sperando che a qualcuno possano giovare. Narrerò stralci della mia ormai lunghissima vicenda esistenziale, descrivendo le difficoltà incontrate, ed esponendo a mo’ d’esempio un’ampia serie delle malattie che ho subito e superato, se sono ora qui a raccontarvele.

Cercherò di non salire in cattedra, di essere il più possibile ameno, facendo finta di star scrivendo un romanzo, cosciente che l’uso dell’ironia può trasformare il più grave dei malanni in una sorta di divertente reportage. Non baderò alla cronologia degli eventi, ma descriverò via via i sentimenti dell’attimo in cui sto scrivendo, magari modificandoli qualche pagina appresso. Sconsigliabile quindi andare a leggere l’ultima pagina per vedere se l’assassino è proprio il maggiordomo; per il momento non lo so neppure io.

Vi confesso per correttezza che, anche se parlo a iosa di malattie, non sono un medico, ma posso al massimo considerarmi, se proprio volessi darmi un andi, un filosofo con velleità di scrittore.

Nell’affrontare i mali vissuti, non mi sono mai interessato a sapere come fossero fatti, limitandomi a subirli con tutta la serenità di cui disponevo. Dovendoli tuttavia ora raccontare, innanzi tutto agli attuali lettori sconosciuti, poi ai posteri futuri, mi sono impegnato a studiare la materia: se qualche svista mi venisse addebitata e cortesemente sottoposta, non avrei difficoltà a segnalarla in riedizioni eventuali, citando anche la fonte.

(Continua)

 

Inserito il:09/05/2021 20:52:37
Ultimo aggiornamento:09/05/2021 22:24:26
Condividi su
Cliccate sulle strisce colorate per la sezione di vostro interesse
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)

Questo sito utilizza cookies.

Cookie policy | Privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology