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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Claude Monet (Parigi, 1840 - Giverny, 1926) -  Chat dormant sur un lit

 

Mimiao - Autobiografia di un gatto migrante (4)

(seguito)

di Vittoria Carola Vignola

 

La nostra giornata insieme

Devo dire che i pasti da Carla sono sempre okey, come ormai dicono tutti in valle. Soprattutto, però, non mi fa sentire un diverso nella sua abitazione: condivido il cibo con lei; cerco di trascorrere parte della giornata all’interno quando è brutto tempo e le chiedo di poter uscire quando voglio, piazzandomi dietro il portone e richiamando la sua attenzione; sono parte della sua famiglia, non molto numerosa, invero.

Per lo svolgersi della giornata inizierei dalla sera, perché è sempre un momento di decisioni problematiche. Lei, per ragioni di buon vicinato e affinché io sia educato, vorrebbe che tornassi da Livia almeno per la notte. A Livia devo rispetto e riconoscenza, lo so. Ma ho trovato il mio covo ideale e non voglio perderlo, neanche di notte. Così, quando inizia a imbrunire e lei apre il portone sollecitandomi ad andarmene, io balzo velocemente sulla scala di legno che porta al secondo piano e sparisco.

Lì, in mancanza di meglio, – le camere sono chiuse, – mi acciambello sul divano in ferro del loggiato; non è il mio giaciglio preferito, ma almeno sono sempre nel suo covo. Ho anche tentato veri e propri nascondigli: dietro i cuscini del divano della cucina; dietro pile di libri e di carte in sommo disordine, sempre in cucina; il tête-à-tête del salotto buono, sul lato opposto a quello in cui, composta e immobile, siede la bambola Rachele; il letto della camera di Giacomo, il cui copriletto è bianco e io, che mi ritengo bianco anche grazie alle non troppo gradite spazzolate di Carla, penso di non essere scovato. Il punto è che il mio bianco non è mai immacolato come la bella coperta e, inoltre, ho deliziose macchie di grigio e nero sul capo, sulla schiena a mo’ di sella, sulla coda. Figurati, quella mi becca in un batter d’occhio.

Io, comunque, tenuto conto dell’ammontare di anni che ha sulla groppa, continuo a confidare nella sua non perfetta vista, nella sua lentezza e nella sua perenne distrazione. Le volte in cui riesco a farmi uccel di bosco e lei scorda di chiudere la porta della sua camera da letto, – dopo tutto scorda un sacco di cose, – io vi entro furtivo in punta di zampe e mi piazzo sulla sovraccoperta di morbida lana ai suoi piedi che fungono da guanciale. E lì, il mio mucchietto tondo, dopo ore di silenzioso russare, viene scoperto solo quando lei, dormigliona, finalmente al mattino tardi si sveglia.

Per tornare alle sue caratteristiche che si rivelano a poco a poco, posso provare a elencare quelle che mi sembrano più significative.

È pignola: ogni cosa deve sempre essere riposta dove l’ho trovata, anche se è lei la prima a non farlo.

Gli occhiali! Se entra in una camera per leggere qualcosa, è certo che li lascia lì e non li riporta sulla scrivania, il loro logico posto.

La puntualità! Io posso essere affamato quanto voglio e piatire un tozzo di pane, ma devo aspettare che lei decida che è l’ora di mettersi a tavola.

Deve ogni giorno leggere un quotidiano nel primo pomeriggio, il che mi ruga: il giornale ha ormai un numero enorme di pagine talmente immani da invadere tutto lo spazio davanti a sé, inclusa la parte destinata a me, il suo grembo. Quel che non capisco è perché lo legga: poi bofonchia e si lagna dell’ammontare di pessime notizie che vi ha trovato e che la turbano.

Glielo ricorda spesso il suo amico Cesare, quello che la chiama donna Vittoria.

Per la verità, il nome riportato sul suo certificato di nascita è Vittoria Carola Vignola, ma a chiamarla Vittoria c’è lui soltanto, mentre il restante mondo che la conosce la chiama Carla. Non ho mai capito perché: comunque essendo chiaro che nel paese tutti l’hanno battezzata così, ho dovuto adeguarmici anch’io.

«Vittoria, fammi capire, – continua a ricordarle Cesare. – I quotidiani son pieni di notizie spiacevoli, e quanto più disgustose sono, tanto più loro insistono. Non so se hai mai sentito dire che in Francia, per indicare il sistema migliore per diffondere i quotidiani, dicono “du sang à la une”, sangue in prima pagina. E tu ci rimani male e poi soffri. Ma chi te lo fa fare?».

Lei accetta l’affettuoso rimprovero, ma continua a fare quello che ha sempre fatto, e che probabilmente sempre farà.

E il rapporto di Carla con la cucina? È un campionario di comportamenti a dir poco bislacchi, comunque lontani da qualsiasi norma conosciuta, anche se ha avuto una splendida madre e un’altrettanto meravigliosa nonna, che si sono occupate a lungo della cucina, con mamma addirittura coadiuvata da papà.

Quando divenne autonoma e si maritò, ebbe ancora la straordinaria fortuna di un uomo che la considerava sua compagna di vita in tutto: negli affetti, nello studio, nel lavoro, nel godimento della bellezza della natura, delle opere dell’uomo in tutte le loro forme… Tant’è che capitava spesso che Luciano le dicesse: «Ma non perdere tempo ai fornelli, andiamo a fare una passeggiata, al cinema, dedicati alla lettura…», riuscendo molto facilmente a convincerla.

È vero che Torino, dove ha abitato per tanti anni, ha sempre avuto un gran numero di esercizi in cui si trovavano ottimi cibi cucinati e, comunque, per una bistecca ai ferri, un’insalata e una pastasciutta se la cavava anche lei.

Dopo la morte del marito, i suoi amici più cari la invitavano ancora più spesso per pranzi, cene e svariate altre occasioni. Iniziò comunque ad attivarsi e a sperimentare, diventando talmente brava che certi suoi piatti, pochi invero, divennero proverbiali: il risotto, il brasato, le torte di mele e di succo d’arance.

Poi, vissuta a lungo sola, all’ora di pranzo apriva il frigorifero: se non ci fossero stati avanzi del giorno precedente, avrebbe improvvisato qualcosa per attenuare l’appetito. Ora, a Trausella, si affida a quello che in inglese si chiama catering (per fortuna, la parola inglese, troppo lunga, non è ancora entrata stabilmente nell’italiano).

A mezzogiorno in punto, da Carla giungono o Anita (“Da Anita” è l’unico glorioso esercizio pubblico sopravvissuto nel borgo ormai quasi interamente disabitato) o Federica, la figlia. Le portano da mangiare ogni giorno.

Quando Anita è in ferie, arriva Mara, titolare del ristorante “Centro” di Vico Canavese.

Così è a posto sia per il pranzo che per la cena.

Dopo l’una giunge Irma a consegnarle la spesa quotidiana e il giornale.

Esemplare del suo rapporto con i fornelli è il caffè, del quale beve parecchie tazzine al giorno e, per non doverlo fare tutte le volte, ne fa una cospicua porzione in una Moka grande che può riscaldare più volte: il che desta l’ironia dell’amica Livia e della cugina Lina, entrambe giustamente amanti del buon caffè fresco.

(Continua)

 

Inserito il:27/07/2021 17:14:01
Ultimo aggiornamento:02/08/2021 16:05:38
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